Le rinnovabili non costano di più: il vero problema è un altro

Sull’elettricità siamo a buon punto, ma l’elettricità non è tutta l’energia

Sulle energie rinnovabili circolano due idee sbagliate, e sono quasi opposte tra loro. La prima è che costino troppo. La seconda è che, dopo tanti anni di pannelli e di pale eoliche, il grosso del lavoro sia ormai fatto.

Conviene ricordare, intanto, che non si tratta di una novità: i mulini ad acqua e a vento sfruttavano energia rinnovabile secoli prima che la parola esistesse. Il salto industriale arrivò alla fine dell’Ottocento con l’idroelettrico, quando la centrale delle cascate del Niagara cominciò a trasmettere elettricità fino a Buffalo, a oltre quaranta chilometri di distanza. Fu possibile grazie alla corrente alternata brevettata da Nikola Tesla, che per la prima volta permise di portare l’energia elettrica lontano da dove viene prodotta. In Italia fotovoltaico ed eolico si sono diffusi negli ultimi vent’anni, accanto a un idroelettrico che è iniziato alla fine dell’ottocento con un boom negli anni 50-60.

Partiamo dall’equivoco più diffuso, quello che rende ottimisti i titoli dei giornali e pessimisti gli esperti. Quando si legge che in Italia le rinnovabili coprono oltre il 40%, si parla soltanto di elettricità. Ma l’elettricità è una fetta dell’energia che consumiamo, non il totale: nel conto vanno anche il gasolio dei camion, il metano delle caldaie, il calore che serve alle fabbriche. E su quel totale, nel 2025, le rinnovabili arrivavano appena al 20%.

È una differenza che cambia la prospettiva. Sull’elettricità siamo a due terzi del cammino verso gli obiettivi europei del 2030. Sul riscaldamento degli edifici siamo poco sopra il 20%, quando servirebbe più del 35%. Sui trasporti, il settore più in ritardo, siamo sotto il 10% contro un obiettivo di oltre il 30%: le auto elettriche sono ancora meno dell’1% di quelle che circolano sulle nostre strade. L’obiettivo complessivo al 2030 è arrivare a circa il 40% dell’energia totale, e vuol dire raddoppiare in cinque anni quello che abbiamo costruito in decenni.

Sui costi, invece, il confronto corretto si fa chiedendosi quanto costa produrre energia lungo tutta la vita di un impianto, mettendo insieme costruzione, manutenzione, combustibile e interessi sul capitale. Con questo metro, secondo l’analisi che la banca d’affari Lazard aggiorna ogni anno, oggi solare ed eolico sono le fonti più economiche da costruire da zero: meno care di una nuova centrale a gas e molto meno di una nuova centrale nucleare. Dal 2009 il costo del fotovoltaico si è ridotto di circa l’80%, e non è un fenomeno solo italiano: secondo l’agenzia internazionale IRENA, nel 2024 il 91% dei nuovi impianti rinnovabili entrati in funzione nel mondo produceva energia a un costo inferiore alla più economica alternativa fossile disponibile.

L’obiezione più frequente riguarda l’intermittenza della risorsa energetica. È un limite reale, la produzione cambia nel corso della giornata e delle stagioni. Il punto è che il dibattito pubblico guarda una fonte alla volta, quando invece bisogna ragionare sull’insieme. L’eolico rende di più d’inverno, proprio quando il fotovoltaico rende di meno; l’idroelettrico dipende dalle piogge. Sole, acqua e vento non sono in concorrenza tra loro: vanno programmati per essere complementari, così da garantire l’indipendenza energetica al minor costo per il cittadino. A cambiare la partita sono le batterie di grande taglia, che immagazzinano l’energia prodotta nelle ore di abbondanza e la restituiscono quando serve: in Italia c’è una prospettiva di crescita rapida con questa tecnologia.

C’è infine una ragione che non riguarda la bolletta. Le guerre in corso hanno reso evidente il prezzo della dipendenza dalle fonti fossili, che in gran parte arrivano da aree di crisi: l’Italia importa circa tre quarti dell’energia che consuma, e per gas e petrolio dipendiamo fortemente dall’estero. Le rinnovabili non sono soltanto uno strumento di indipendenza energetica, ma anche una via verso la sostenibilità e — non è un’esagerazione — verso la pace, senza contare l’effetto sul clima di mezzo secolo di abuso di fonti fossili.

La conclusione non è un invito all’entusiasmo acritico. Non si devono demonizzare del tutto le fonti tradizionali: non è realistico passare dall’oggi al domani al 100% green, e il gas resterà per anni la riserva di flessibilità del sistema. Serve però un cambio di paradigma e una pianificazione, anche regionale e provinciale, all’altezza degli obiettivi europei e nazionali. E serve smettere di guardare solo ai pannelli: la partita dei prossimi cinque anni si gioca anche sulle caldaie e sui motori.

Fonti: monitoraggio PNIEC del GSE e dossier del Servizio Studi della Camera; Lazard, Levelized Cost of Energy+ (2026); IRENA (2024); Terna; ISPRA.

M. C.

Le immagini sono di Wikipedia

Agosto 2026

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