Il 25 aprile 2022 a Civitanova Marche

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Nel corso della commemorazione della Liberazione, tenutasi in piazza Antonio Gramsci a Civitanova Marche la mattina del 25 aprile 2022, il sig. Vito Mancino ha ricordato con un appassionato discorso i seguenti caduti per la libertà.

“Achille Barilatti, nato a Macerata il 16 settembre 1921 e fucilato a Muccia il 23 marzo 1944 a soli 22 anni. A lui venne conferita alla memoria la Medaglia d’oro al valor militare. Studente in scienze economiche e commerciali viene arruolato nei primi mesi del 1943 come Tenente di complemento di Artiglieria ma, dopo la notizia dell’Armistizio giunta l’8 settembre dello stesso anno, raggiunge le alture maceratesi nei dintorni di Vestignano – dove vanno organizzandosi formazioni partigiane – e aderisce alla Resistenza con il nome di battaglia di “Gilberto della Valle”, entrando designato quale comandante del “Distaccamento Partigiani di Montalto di Cessapalombo” nel “Gruppo Patrioti Nicolò” comandato dal Tenente di complemento di Fanteria Augusto Pantanetti, “Nicolò” appunto (papà della nostra cara Annita e nonno di Claudio Gaetani, attuale presidente dell’ANPI succeduto alla mamma). Nel corso di un rastrellamento effettuato da tedeschi e fascisti nella zona di Montalto all’alba del 22 marzo 1944, 26 dei suoi uomini sono fucilati immediatamente sul posto mentre lui viene catturato e trasportato a Muccia – non prima di aver salvato 5 dei suoi uomini grazie al suo intervento – dove  è interrogato da un ufficiale tedesco ed uno fascista. Condannato a morte senza processo, viene fucilato il giorno dopo contro il muro di cinta del cimitero di Muccia. Oggi ricordano Achille Barilatti vie di Roma, di Ancona e di Macerata. Questa la motivazione della massima ricompensa al valor militare:

«Comandante di distaccamento partigiano sopraffatto dopo strenua difesa da ingenti forze fasciste, fieramente rifiutava di avere salva la vita pur di non tradire i compagni. Il massacro di ventisette partigiani barbaramente trucidati sotto i suoi occhi non lo intimorì ed il suo animo acceso da sdegno per tanto scempio non tremò innanzi al martirio. Dopo avere rinfacciato al nemico l’insulto di traditore della Patria cadeva sotto il piombo fratricida gridando: “Viva l’Italia!”» – Montalto di Cessapalombo/Muccia di Camerino, 22-23 marzo 1944

Questa la sua ultima lettera prima della fucilazione:

“Mamma adorata, quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni. Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste. Viva l’Italia libera!»

Achille

Livio Cicalè, nato a Macerata il 4 gennaio 1925 e Giuseppe Biagiotti, nato in Argentina il 21 dello stesso mese e dello stesso anno, fucilati insieme il 17 aprile 1944 a 19 anni fano parte di una vicenda davvero commovente di amicizia e valori, fino all’ultimo respiro. Una storia di fratellanza che li ha accompagnati fino alla loro morte. Coetanei, si conoscono sin dall’infanzia, entrambe di famiglie disagiate, coltivano il loro rapporto d’amicizia all’interno dell’Orfanotrofio di corso Cairoli a Macerata. Quell’ 8 settembre 1943, Livio è allievo della Guardia di Finanza mentre Giuseppe deve presentarsi per il servizio militare, ma insieme decidono di non rispondere alla chiamata alle armi della neonata Repubblica Sociale italiana e confluiscono prima a Cingoli nel “Gruppo Partigiani di Montenero” e poi, il 6 febbraio 1944, nella “201 Volante” del Tenente di Artiglieria Emanuele Lena dal nome di battaglia “Acciaio”. Quella di Livio e di Giuseppe è una storia di fratellanza che li accompagnerà fino alla loro morte nel campo di Sforzacosta. Siamo al 15 aprile 1944 e l’obiettivo, ambizioso e pericoloso, è quello di mettere le mani sul Prefetto e capo della Provincia di Macerata Ferruccio Ferazzani, personaggio di spicco dei repubblichini maceratesi che quel giorno sarebbe stato a Tolentino per poi rientrare a Macerata in mattinata. Sulla strada del ritorno i partigiani di “Acciaio” gli avrebbero teso un’imboscata. Le possibili strade di ritorno sarebbero state tre; la Nazionale 77, la Provinciale per Pollenza e la Comunale per l’Abbadia di Fiastra, al di là del fiume Chienti. Per questo si costituiscono tre gruppi distinti, uno sotto la guida del Tenente Antonio Claudi (nome di battaglia “Toto”, successivamente comandante della Brigata “Buscalferri”) sulla strada per Pollenza in zona Casone, l’altro sulla Nazionale all’altezza del villino Benedetti (zona cisterna nei pressi dell’attuale stabilimento Gabrielli) al comando dello stesso “Acciaio” e infine il terzo, sulla strada per l’Abbadia di Fiastra agli ordini di Pacifico Nerpiti detto “Pacì de Piccinì” (nome di battaglia “Nembo”). Ma l’agguato, ben studiato sulla carta – per fattori imprevisti e imprevedibili – si trasforma in una vera e propria trappola. L’allarme lanciato da alcuni fascisti, sfuggiti al posto di blocco sulla strada per Pollenza, fece confluire sul gruppo di “Acciaio” un reparto di fascisti con una potenza di fuoco schiacciante. “Acciaio” da solo non si perde d’animo e aggira da solo con una manovra spericolata il folto gruppo di repubblichini attaccandoli alle spalle. La disperata sortita permette al gruppo di sganciarsi, portandoli in salvo sulla riva opposta del Chienti. Durante la sparatoria, Giuseppe viene ferito ad una gamba e il suo amico Livio – rendendosi conto che abbandonarlo avrebbe significato consegnarlo ai fascisti – non esita a caricarselo in spalla. Rallentato dal fardello di Giuseppe, Livio non riesce a guadare il fiume che li separa dalla libertà e cadono tutti e due prigionieri dei fascisti. Dapprima vengono trasferiti alla caserma dei carabinieri di Tolentino, poi alla caserma Corridoni di Macerata e infine nel campo di internamento di polizia (Polizeihaftlager) di Sforzacosta, dove sono brutalmente seviziati tanto che non riescono a reggersi in piedi, Livio per le numerose ossa rotte e Giuseppe perché gli hanno infilato un coltello arroventato nella ferita. Una volta condannati a morte, Livio chiede di morire abbracciato all’amico ma la richiesta non viene accettata dal comandante del plotone d’esecuzione – come anche quella di scrivere poche righe di addio alla famiglia – che ordina ai due anche di scavarsi da soli la fossa, poi gli spari. Sono le 10 di mattina di lunedì 17 aprile 1944. Livio e Giuseppe hanno da poco compiuto 19 anni. Per bizzarro gioco delle parti, la figura di Livio Cicalè sembrerebbe sovrastare quella di Giuseppe Biagiotti, proiettandola casualmente in un immeritato cono d’ombra ma i due giovani sono due facce di una medesima e preziosa medaglia. A parti invertite Giuseppe non avrebbe esitato un attimo a correre in aiuto dell’amico Livio in difficoltà. La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa all’Allievo finanziere Livio Cicalè recita: «Dopo l’armistizio si arruolava tra i primi nelle formazioni partigiane molto distinguendosi per coraggio comportamento. Nel corso di una ardita azione, già disimpegnatosi con i suoi, tornava indietro per raccogliere un ferito. Caricatosi il compagno sulle spalle, ma inseguito e raggiunto, impegnava combattimento fino all’ultima cartuccia. Catturato, percosso, lungamente e barbaramente seviziato, mantenne fiero ed esemplare contegno. Non rinnegando la sua fede e nulla rivelando. Fucilato, cadeva nel nome d’Italia» – Tolentino-Sforzacosta-Macerata, 17-4-1944

Mario Batà, nato a Roma 1917 e fucilato nel campo di internamento di polizia (Polizeihaftlager) di Sforzacosta il 20 dicembre 1943 a 26 anni. Lascia gli studi di ingegneria all’università a Roma nel 1940 per rispondere alla chiamata alle armi a Civitavecchia, dove segue il corso da allievo ufficiale di complemento alla Scuola Centrale dell’Arma del Genio. Trasferito a Macerata, viene promosso al grado di Tenente ma, dopo l’annuncio dell’Armistizio dell’8 settembre 1943, si unisce ai partigiani sui monti della zona di Cingoli e assume il comando del “Gruppo Partigiani di Frontale” – chiamato da allora “Banda Frontale” o “Banda Batà” – inquadrato nella “5a Brigata d’Assalto Garibaldi” della provincia di Ancona. Durante la sua ultima missione, la formazione ha uno scontro con i nazifascisti contando 18 caduti tra le sue fila. Lui stesso, catturato successivamente per delazione a Macerata nel novembre 1943, viene arrestato, processato dal locale Tribunale di Guerra nazista, condannato a morte e fucilato il 20 dicembre 1943 nel campo di Sforzacosta dove era detenuto. Gli è stata conseguita postuma la laurea in Ingegneria “ad honorem”, gli è stata intitolata una via a Macerata e anche a lui è stata conferita Medaglia d’oro al valor militare con questa motivazione:

«Organizzatore del movimento clandestino nella zona di Macerata, si esponeva ai più gravi rischi per il potenziamento delle bande armate partigiane da lui formate con sicura fede patriottica. Arrestato su delazione e condannato a morte chiedeva che gli fosse concesso di indossare l’uniforme e che la sua salma fosse sepolta avvolta nel tricolore, affrontando quindi, con serena fierezza, il plotone di esecuzione. Riceveva in pieno petto il piombo fratricida che troncava nelle sue labbra la suprema invocazione alla Patria. Fulgido esempio di elette virtù militari, che ha legato il suo nome alla storia della redenzione d’Italia» – Sforzacosta di Macerata, 20 dicembre 1943

Questa la sua ultima lettera prima della fucilazione: «Cari genitori, il vostro Mario, quando riceverete questa lettera, non sarà più nel mondo dei vivi. La così detta giustizia umana ha troncato la sua vita nel mondo dei vivi. Non piangete, non disperatevi, io sarò sempre vicino a voi e vi verrò spesso a trovare. Pensate che non sono morto, ma sono vivo, vivo nel mondo della verità. Mamma, papà, Maria, non addio, arrivederci. La mia anima sta per iniziare una nuova vita nella nuova era. Desidero che la mia stanza rimanga com’è … io verrò spesso. Perdonatemi se ho preposto la Patria a voi.  Arrivederci. Vostro Mario»”.

Eno Santecchia

Maggio 2022