Commovente storia di una sorgente solfurea

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Periodicamente dimenticata

Da alcuni anni volevo visitare questa sorgente solfurea posta a nord ovest di Mogliano. Finalmente sono riuscito a fare una minuscola escursione lunedì 26 agosto 2019; mi hanno accompagnato il dott. Fabio Sileoni, Roberto Aureli e Mirko Canale.

Si trova lungo la strada provinciale nr. 1 per Mogliano, in territorio del Comune di Petriolo, sul lato sinistro della vallata del torrente Cremone, affluente di destra del fiume Chienti.

Lungo la vallata del Cremone, ricca di sorgenti d’acqua salata, a monte del ponte al confine con Mogliano, qualcuno racconta dell’esistenza di uno o più mulini ad acqua, forse di epoca medioevale: oggi non si notano nemmeno.

Sulle acque della valle del Cremone ha scritto lo storico moglianese prof. Delio Pacini nel capitolo: “I “bagni” di Petriolo e del territorio circostante nell’agro urbisalviense” per il convegno del Centro Studi Maceratesi tenutosi nel novembre del 1989. Attingendo dai dati da quella ricerca ho condensato e riscritto gli eventi che ritenevo più significativi, riportandoli in semplice stile narrativo.

Per primo a scriverne, nel 1571, fu Andrea Bacci (1524-1600), studioso di Sant’Elpidio a Mare, riconoscendo in quelle acque delle notevoli proprietà terapeutiche. Il Bacci fu medico di corte di Papa Sisto V e divenne famoso per i suoi studi di idro-climatologia, sulle proprietà curative delle acque termali, ma anche per le ricerche di enogastronomia. Il terreno dove sgorga la sorgente era di proprietà della Confraternita del SS. Sacramento di Mogliano. Anche all’epoca aveva una modesta portata.

Dopo la segnalazione del Bacci, la sorgente cadde in oblio per oltre duecento anni.

Come accadeva in altre sorgenti di acqua solfurea, anche a Caldarola, qualche contadino, avendo vicino una sorgente, vi portava gli animali domestici per curarne le malattie della pelle (come la rogna e la scabbia) e vi si bagnava esso stesso, trovandone giovamento.  

All’inizio dell’Ottocento il sacerdote moglianese don Gaspare Latini (1759- 1825), studioso di scienze naturali, di botanica e chimico (senza conoscere l’opera del Bacci) trovò la sorgente, provò quell’acqua sulla sua persona e sugli infermi di Mogliano. La analizzò e, nel 1815, ne pubblicò le proprietà terapeutiche informando i medici. All’epoca l’acqua si disperdeva e nulla si faceva per incanalarla e conservarla. Tra il Settecento e l’Ottocento il superiore della Confraternita vi aveva fatto costruire un “bagno”, ma a causa del terreno franoso era caduto presto in rovina.

Il Latini vi notò giovamento contro la rogna della pelle e compiendo un ciclo di otto bagni vi trovò “conforto e ristoro”. All’epoca, acqua dalla composizione simile si trovava ad Acquasanta Terme (AP).  Parlando delle proprietà terapeutiche di quella sorgente auspicava la creazione di un bagno, ma non riuscì a vedere realizzato il suo sogno.

Anche il dottor Lorenzo Sarti, medico condotto a Mogliano dal 1851 al 1856, con prescrizione ai suoi pazienti e con pubblicazioni cercò di richiamare l’attenzione su quelle sorgenti.

La Confraternita proprietaria si propose di riunire le acque facendole sgorgare in un unico punto e le fece analizzare dal prof. Abdia Geronzi, docente di chimica e farmacia all’Università di Macerata. L’esame fu stampato nel 1857.

Alla fine, le acque furono captate e fu costruita solo una piccola fonte. Il sogno di chi voleva curarsi in quei vicini “bagni”, senza raggiungere lontane terme, andò in frantumi.

Il successivo medico condotto, dott. Filippo Cornazzani, declamò ai suoi colleghi l’uso esterno, interno e dei fanghi di questa sorgente, invitando la Confraternita a costruire un piccolo edificio.

Nel 1861 il Comune di Petriolo partecipò ad una esposizione, a Firenze, portando un campione di quell’acqua, un saggio e l’opuscolo del Geronzi. Il medico condotto di Petriolo, dott. Andrea Contedini, nella sua relazione, lamentava che le sorgenti erano state “abbandonate vergognosamente”. Il campione di quelle acque partecipò anche all’esposizione internazionale di Londra nel maggio-novembre 1862.

Leggendo, ho notato che nell’Ottocento imprenditori, inventori, medici, religiosi e militari erano molto pervasi da spirito pionieristico, più che nel secolo successivo.

Negli anni Settanta dell’Ottocento vennero alla luce le memorie storiche su Petriolo, scritte dell’avv. Giuseppe Sabbioni; in quelle pagine si legge che riattivare quelle fonti era anche una “pubblica e privata ricchezza”.

Nel 1881 fu stampata l’analisi del prof. Giacomo Trottarelli, il quale evidenziava per l’ennesima volta le virtù terapeutiche di quelle acque. Evidenziava che l’acqua si alterava rapidamente a contatto con l’aria e raccomandava di incanalarla opportunamente per non alterare i principi attivi in essa contenuti perdendo le proprietà terapeutiche.

Le acque del torrente Cremone sono leggermente salate, perché, come accennato, a monte nella zona Campolargo vi sono alcune sorgenti saline.

Esse mi fanno ricordare i miei nonni paterni, i quali, durante la seconda guerra mondiale, attingevano acqua da una piccola sorgente salata posta nei pressi del torrente Entogge (affluente di sinistra del Fiastra) per ottenere, mediante bollitura, un po’ di cloruro di sodio; all’epoca il sale da cucina era razionato.

Il Pacini, in ultimo, sostiene che lo sviluppo di Villa Magna e di Urbs Salvia  sia stato favorito dalla ricchezza di acque minerali cadute in oblio ma che ancora esistono a Bagnere di Petriolo, a Mogliano, a Loro Piceno e nella zona di Campolargo, in territorio di Urbisaglia, dove furono scoperti dei ruderi di epoca romana. A Urbs Salvia, città romana risalente al I sec. a. C., vi era un molto frequentato santuario dedicato alla dea Salus, culto fondato su pratiche terapeutiche, anche mediante l’uso di acque termali.

Ricorda il prof. Gianfranco Paci, epigrafista dell’Università di Macerata, che per gli antichi ogni sorgente naturale era di particolare importanza.

Non è banale ricordare ai giovani che ci si spostava a piedi e/o con animali, quindi era necessario dissetarsi e abbeverare. Lungo gli itinerari fonti, sorgenti, corsi d’acqua, oasi e abbeveratoi erano indispensabili.

Nel 1968 le acque della nostra sorgente tornarono alla ribalta. Al convegno del 12 maggio 1968, tenutosi all’Abbadia di Fiastra, parteciparono i sindaci dei quattro Comuni interessati: Mogliano, Urbisaglia, Petriolo e Loro Piceno, illustri medici e politici che avevano a cuore lo sviluppo turistico di quei luoghi. Ma l’iniziativa non ebbe alcun seguito.

Il 27 giugno 1975 fu approvato un nuovo statuto e costituito il Consorzio “Salso-Piceno delle valli del Fiastra, del Salsaro-Ete e del Cremone” per valorizzare e sfruttare quelle sorgenti naturali salsobromoiodiche e sulfuree per fini terapeutici e turistici. Era intenzione di creare l’ottavo centro termale delle Marche; ma anche quelle iniziative non ebbero sviluppi, forse per le ridotte portate e per il disinteresse politico.

Dopo il viaggio indietro nel tempo ritorniamo ai giorni nostri. Oggi i pesticidi e i diserbanti inquinano i terreni agricoli e le sottostanti falde acquifere. Sostanze come il Roundup della Monsanto, contenente il famigerato glifosato, contribuiscono largamente alla sparizione delle api e della biodiversità.

Petriolo è la cittadina natale di Giovanni Ginobili (1892-1973), poeta e studioso del folclore, delle tradizioni del Maceratese e dei dialetti piceni. Sulla sua opera l’amico prof. Enzo Calcaterra di Tolentino ne ha tracciato la figura, non solo come ricercatore di tradizioni popolari (uno dei più benemeriti della Regione), ma soprattutto ricostruirne la figura umana ed intellettuale attraverso le testimonianze fondamentali dei figli, e di autorità culturali che lo hanno personalmente conosciuto e frequentato, come il prof. Dante Cecchi e Cesare Angeletti (Cisirino). Quanto detto è riportato nel volume “Se fa … ma no ’nze dice!” (2004).

L’interesse dell’opera consiste nella “scoperta” di materiale inedito che faceva parte delle ricerche di Ginobili, mai pubblicato e rimasto in deposito nella biblioteca “Filelfica” di Tolentino. Una raccolta di indovinelli osceni che lo studioso aveva ritenuto non pubblicabili.

La piccola sorgente in esame è riportata, con foto a pag. 5, nel volumetto “Gioiello maceratese” sul territorio del Comune di Petriolo, i cui testi sono stati curati dal prof. Giancarlo Berchiesi e le ricerche d’archivio dal dott. Fabio Sileoni.

Le pozzanghere dal dominante color ferruginoso con variopinti riflessi, lungo via delle Acque Sulfuree (che mi ricorda la più importante via dell’Acqua Acetosa di Roma, in realtà una corta stradina bianca), indicano che occorrerebbero nuovi lavori di escavazione per captare le vene acquifere sparse e incanalarle correttamente.

Se non può diventare un vero stabilimento termale, il luogo potrebbe almeno essere migliorato. Ci starebbe bene un’epigrafe marmorea, con un cenno alla sua storia e perché no magari anche un brano del Ginobili. Una idonea cartellonistica e una panchina lo farebbero fruire a qualche passante o scolaresca in visita. Un divieto di caccia può evitare incidenti.

Secondo uno studio, del 1972, dell’Istituto di Mineralogia e Geologia dell’Università di Camerino il terreno dove sgorga risale al Pliocene superiore. Nel Pliocene in Europa continua il sollevamento delle Alpi e nel Pliocene superiore (Villafranchiano) in Italia si ha un ulteriore ritiro del mare, con sviluppo della fauna continentale.

Gli insegnanti potrebbero far immaginare agli allievi che nel Pliocene vi si aggirava qualche tigre dai denti a sciabola (Smilodon); come i dinosauri: quegli antichi felidi piacciono tanto ai bambini!  In realtà fossili di Smilodon, finora, sono stati rinvenuti nelle Americhe.

Salviamo anche la minuscola colonia di nutrie (Myocastor coypus) sopravvissuta nei dintorni, sono simpatici roditori dai lunghi incisivi e dalla bella pelliccia; non sono pantegane, come qualcuno crede erroneamente.

Durante la mia visita al sito una bella ma attempata nutria mi è venuta quasi incontro nel piccolo piazzale, forse per farsi fotografare, sapendo che sono loro amico. La chiamo Sulfy in onore della sorgente. Le nutrie vivono circa cinque anni e d’inverno cadono in torpore, un leggero letargo, come mi ha scritto il biologo dott. Samuele Venturini. Quella piccola comunità d’inoffensivi roditori è una cartina di tornasole sulla salubrità del luogo.

La sorgente può essere un buon punto di sosta per chi transita a piedi e si vuole soffermare alcuni minuti per stare a contatto con questo particolare scorcio di natura maceratese. L’acqua emana un debole odore di uova marce, e non ha il bel colore simile all’indaco, caratteristico delle acque solfuree dalla portata maggiore. A causa dell’abbassamento di livello, o a seguito di intercettazioni per scavi, negli ultimi due secoli tante sorgenti naturali di vario tipo sono scomparse o sono state dimenticate. Quella di Petriolo a me sembra una delle pochissime sorgenti solfuree (visibili) e con una portata accettabile rimaste nella nostra Provincia di Macerata.  Per ritornare alla naturalità che ci è propria bisognerebbe “recuperare” quelle sorgenti minerali saline e solforose: è anche una questione di rispetto verso le future generazioni.

Eno Santecchia

Febbraio 2022

La piccola sorgente

Una tranquilla nutria