Reportage dal terremoto del 1997 nelle Marche

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Carlo Picone

Gli archivi dei fotografi, a volte, nascondono immagini di valore inestimabile. Archivi che conservano (e per fortuna preservano) materiale interessante per la qualità artistica e documenti unici per il loro significato di memoria storica. Archivi che, negli anni, diventano obsoleti perché contengono storie bruciate dal flusso continuo degli eventi più recenti o a causa del moderno linguaggio sempre più alla ricerca delle mode e della forma rispetto ai contenuti. Su queste pagine voglio oggi presentare la figura di Carlo Picone e raccontare la sorpresa di trovare, nel suo portfolio, un reportage sul terremoto delle Marche del 1997. Questo lavoro possiede ancora una straordinaria forza espressiva: trasmette, con l’essenzialità del bianco e nero, un messaggio schietto e, nella sua apparente crudezza, riesce a trattare l’argomento con estrema delicatezza. Un reportage importante non solo perché riporta davanti ai nostri occhi le strade, le case, le storie soprattutto di Visso e Ussita, ma perché il fotografo non è delle Marche, ma è di Priverno (Latina). Carlo raggiunge Visso nel dicembre 1997 insieme all’associazione della protezione civile centro operativo Circe e alla sezione distaccata di Priverno. Rimane per diversi giorni e oltre a portare un aiuto sul posto, scatta molte fotografie. Picone è un fotoamatore evoluto che dal 1980 segue un percorso artistico serio, ha una notevole preparazione tecnica, il suo curriculum riporta moltissimi successi e attività. Il suo obiettivo è abituato a indagare le bellezze della natura, il suo gusto estetico lo porta a esaltare il bello e il profondo rapporto dell’uomo con l’ambiente. Quando arriva sui luoghi devastati dal terremoto è quasi sopraffatto dalla visione delle macerie, il dramma riesce ad accettarlo e a superarlo grazie alla gioia che trasmettono i terremotati quando vedono arrivare i soccorsi. I suoi occhi leggono la natura sotto la luce fredda dell’inverno, ma il suo cuore si commuove vedendo le persone che, nonostante tutto, vivono le difficoltà con coraggio e dignità. Sente immediatamente un profondo legame con gli abitanti: fotografa le case distrutte come per esorcizzare il male. Utilizza ottiche fisse e focali basse per essere veramente a contatto con ciò che vive. Un 50 millimetri testimonia la presenza del fotografo davanti alla scena, è dentro le storie, non “ruba da lontano”: Picone condivide. Scatta anche se la “luce è poca e non buona”, scatta. Le sue foto sono “ruvide” come le pieghe della terra, come il cumulo di sassi che raccontano senza pietà di una casa che non c’è più. Picone non specula sul dettaglio delle scene, non ricerca gli occhi delle persone segnati dalle notte insonni, non ricerca la foto drammatica che cattura l’emotività di un lettore distratto. Il suo obiettivo racconta l’ambiente, anzi il messaggio del dramma lo fa raccontare proprio dall’ambiente. I suoi fotogrammi raccontano di una vita che nonostante tutto vuole proseguire, di una comunità fiera che sa di avere nelle proprie radici l’energia per ricostruire: «… Ho fotografato l’insieme e non i dettagli: il terremoto non ha colpito una persona ma la comunità. Era quasi Natale e ricordo quando siamo andati in una scuola a portare i regali ai bambini…». Ricordi, emozioni che riaffiorano guardando le fotografie: «Mi ha profondamento colpito un sacerdote. La chiesa era danneggiata e lui andava in giro a celebrare la messa: in un garage, … sotto una tenda… Anche se c’erano poche persone davanti a lui… c’era un senso di partecipazione e condivisione incredibile. Era incredibile la sua fede, la forza e la serenità che trasmetteva. Era come se volesse aiutare le persone a ribellarsi alla paura. Non si piegava, nonostante la situazione fosse difficile… ce la metteva tutta!». Picone ha realizzato un vero reportage sociale che ha il potere di fare memoria, di dare, di ricomporre il senso della storia e delle vicende umane. Il terremoto può con la sua forza distruttiva imprimere in modo indelebile nei cuori della gente i segni del silenzio e del vuoto, ma delle foto possono testimoniare la vera condivisione e solidarietà, l’ascolto dell’altro. Foto per affermare che non siamo soli. Foto per dire che si può rimane legati agli altri anche a distanza di anni, anche vivendo in un paese lontano. E tutto questo grazie a delle fotografie … che erano dimenticate in un cassetto.

Riccardo Guglielmin – da Orizzonti della Marca n. 14/2016

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