Elogio dei potatori di una volta

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Ogni autunno-inverno si ripresentano gli stessi problemi: alberi di parchi, giardini e viali cittadini capitozzati e scrociati. Sì, i due termini oggi sono poco conosciuti, ma riguardano specificatamente l’argomento.

Due scene dicono tutto: un operaio generico, che pota controvoglia dei cespugli, magari vicino ad un luogo frequentato da migliaia di turisti, senza discernere quali rametti recidere e perché farlo, ma taglia a caso.

L’altra: in campagna, un bambino osserva il nonno mentre potava una vite, l’olivo, o praticava un innesto con amorevole pazienza. Una volta numerose erano le piante da frutto che si innestavano. Ogni mossa dell’anziano aveva una ragione, ogni sguardo seguiva una riflessione sul da farsi. I tagli e le incisioni non venivano mai praticate a caso, ogni operazione aveva una ragione d’essere. Potare e innestare è un’arte che non si può praticare in fretta e controvoglia: ci vuole il tempo che ci vuole.

Negli anni Sessanta e Settanta buona parte degli operai comunali venivano ancora dalla campagna, erano stati a contatto con gli alberi e il verde sin da piccoli, quindi erano stati promossi giardinieri “sul campo”.

Oramai da troppi anni si vedono operai comunali che vengono spediti, sempre di fretta, da un posto all’altro, come trottole, e quando potano un albero o un cespuglio fanno del loro meglio. Ma il loro meglio è troppo poco, se non hanno esperienza diretta e non hanno seguito specifici corsi.

Ogni esemplare arboreo ha la sua particolare esigenza: si deve conservare, rispettare e migliorare la sua vitalità, il rigoglio e l’armonia dei rami e della chioma, quella che gli esperti chiamano architettura. Ogni albero è un’entità biologica con una sua individualità, e come tale va trattato.

Non si deve tagliare rami a casaccio, con la motosega o con il seghetto dalla lama giapponese che non si affila. Non si può potare un ippocastano o un tiglio come un melo o un pesco.

Ogni albero, poi, ha la sua specificità: alle conifere non va tagliato l’apice, salvo casi particolari la saggezza contadina raccomandava di non potare il noce, il fico e il ciliegio. Il ginko biloba resiste anche ad una bomba atomica, ma non tollera essere potato. Certo, che qualche ramo si debba sacrificare per la sicurezza e l’incolumità dei cittadini è fuori discussione, ma devastare interi viali è un’altra questione.

Gli addetti alla potatura dovrebbero seguire dei corsi, con esami teorico-pratici; se sono troppo onerosi i Comuni possono consorziarsi tra di loro.

Non è tollerabile che nel secondo decennio del terzo millennio iper-specializzato persone senza nessuna esperienza né preparazione, rovinino il verde pubblico. Il verde urbano è patrimonio di tutti e gli enti locali dovrebbero delegare persone competenti che lo hanno a cuore e non trasferire operai che svolgevano altre mansioni assolutamente diverse e non attinenti.

Amministratori! Se avete ancora qualche dubbio sulla tenuta del verde pubblico visitate Parma e Modena e li vedrete che gran rispetto c’è per gli esemplari arborei.

Dobbiamo avere città più vivibili, aria più respirabile, e i sindaci – visto che ci tengono particolarmente – avranno maggiori consensi. Una, anzi, più curiosità: negli anni scorsi, in Provincia di Perugia e di Varese, a Stresa e Baveno, sono stati segnalati troppi giardinieri abusivi; l’Unione Agricoltori di Como ha proposto l’istituzione di un albo dei giardinieri.

Eno Santecchia

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