Cenni di storia del costume

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Circa 72 mila anni fa l’uomo iniziò a vestirsi, o forse sarebbe più esatto dire a coprirsi, per cercare di difendersi dal freddo e dalle intemperie.

Antichi Egizi. La dolce vita lungo il Nilo. 3500 a. C.

Gli antichi Egizi, rispetto ad altri popoli, avevano una visione della famiglia molto vicina alla nostra. Nella famiglia non c’era una gerarchia rigida; la donna godeva di grande libertà e indipendenza anche finanziaria, in quanto manteneva la disponibilità del proprio patrimonio. Sembra che non esistessero cerimonie per la celebrazione delle nozze. La fanciulla si recava nella casa che lo sposo aveva preparato. Come in altri popoli asiatici, lo scopo del matrimonio erano i figli che venivano allevati con amore e cura (così dice Strabone). La donna era la padrona della casa. Gli Egizi, popolo molto scrupoloso nella pulizia (come dice Erodoto), usava pochissimo la lana e le altre fibre animali, perché ritenute impure, preferendo le fibre naturali, come il lino che, essendo più leggero, era molto adatto ad un clima caldo e secco. Le vesti di lino, inoltre, avevano il vantaggio di poter essere lavate con molta facilità. Le donne indossavano abiti simili a quelli degli uomini, ma più lunghi e molto aderenti. Anche dagli affreschi è possibile ammirare l’elegante silhouette di tutte le donne egizie: dalla moglie del faraone alle ballerine.  L’abito contrassegnava anche l’appartenenza ad una classe sociale: per i ceti più bassi l’abito era più semplice. Indossavano anche parrucche, realizzate con capelli naturali o fili di lino o fibre di palma. Grazie a un avanzato livello culturale ed a una buona stabilità politica, nell’arco di tremila anni, durata della società egizia, i cambiamenti nell’abbigliamento furono minimi. Le prime informazioni riguardanti l’abbigliamento ci giungono proprio dagli Egizi, grazie all’ ottima conservazione di statuette, affreschi ecc.

Il feltro, probabilmente nato nell’Asia centrale, era costituito da fibre animali (crine o lana) pressate insieme e veniva utilizzato per abiti, tappeti e tende. La tessitura per la prima volta fu praticata dalle popolazioni stabili, in quanto i telai non potevano essere facilmente spostati.

Gli abitanti dell’isola di Creta, specializzati più di altri popoli nella concia delle pelli, introdussero importanti innovazioni nella tessitura dei vestiti, che non erano più dei quadrati di stoffa, ma confezionati in maniera più complessa. I Cretesi amavano i colori forti: rosso, giallo, blu e viola, come si evince dagli affreschi pervenutici. Questo popolo aveva sia una passione, ma soprattutto un’abilità per quanto riguardava la creazione di gioielli in oro.

I Persiani, che nel VI secolo a. C. conquistarono l’impero babilonese, oltre alla lana e al lino, disponevano della seta, che già proveniva dalla Cina con le carovane. L’innovazione più importante che apportarono all’abbigliamento fu l’introduzione dei pantaloni, che forse erano indossati anche dalle donne.  Essi indossavano un berretto di feltro morbido chiamato poi frigio dai Greci che, circa duemila anni dopo, durante la rivoluzione francese, i rivoluzionari avrebbero adottato come berretto rosso, simbolo della libertà.

Greci, Romani e Bizantini. La filosofia diventa scienza.

Gli uomini greci indossavano una tunica lunga fino al ginocchio, la tunica delle donne arrivava fino alla caviglia. Utilizzavano spille, fermagli, cordoni e cinture per la vita. Dalle ultime ricerche risulta che le classi più agiate indossavano indumenti di stoffe colorate (rosso, giallo e porpora) e operate. Nonostante gli abiti fossero abbastanza semplici, fornivano un’idea di armonia ed eleganza. Le donne facoltose si ornavano con diademi e pietre preziose, utilizzavano pettinature elaborate e parrucche.

L’abbigliamento romano s’ispirò a quello greco, ma soprattutto a quello etrusco. I Romani ereditarono l’indumento più diffuso: la toga di lana che poteva essere indossata in diversi modi e ne esistevano diversi modelli. Quella dei senatori era bianca e, cosa curiosa, impediva quasi del tutto l’attività fisica. Le donne, invece, indossavano la tunica, la stola e la palla di lana (una cappa che ricopriva anche la testa), preferendo però altri tessuti quali il lino e la seta. Le acconciature richiedevano ore di preparazione, Ovidio ci dice che andavano di moda i capelli biondi e che molte donne schiarivano i propri capelli.  Durante la Roma repubblicana i costumi erano più castigati, mentre nella Roma imperiale l’abbigliamento era più disinvolto ed esibizionista. I Romani ritenevano l’uso dei pantaloni un’usanza barbarica, ma alla fine vennero accettati; i primi a indossarli furono i militari.

Durante i matrimoni si indossava una tunica cucita, lunga fino a terra.

L’elemento fondamentale dell’abbigliamento bizantino erano i tessuti colorati e pregiati, come la seta che veniva ricamata con fili d’oro.  Da tempi remoti la seta arrivava con le carovane, ma nel 552 d.C. l’imperatrice Teodora inviò in Cina due monaci che, nascondendoli nei loro bastoni cavi, portarono dei bachi da seta a Costantinopoli. Forse questo fu uno dei primi casi di spionaggio industriale della storia! I bachi prosperarono e si moltiplicarono e permisero a Bisanzio di produrre tessuti di seta per proprio conto.

I costumi bizantini sentirono molto le influenze orientali; l’abbigliamento imperiale aveva un aspetto sacerdotale, poiché il re era rappresentante di Cristo sulla terra: le sue erano vesti sacre, tuttavia l’imperatore era anche un sovrano orientale. Il clero ortodosso, ancora oggi, compie i propri riti indossando vesti simili a quelle degli imperatori di Bisanzio. La scelta dell’imperatrice era una sorta di concorso di bellezza; infatti, da ogni parte dell’impero venivano convocate le più belle giovani, anche non nobili.

I barbari e il Medioevo.  Si deve cambiare per forza.

I barbari indossavano una tunica con dei pantaloni dal taglio largo, aborriti dai romani. Questi furono ispirati all’abbigliamento romano, utilizzando però fibre più grezze come la canapa. Anche i Goti e i Longobardi andarono via via assimilando l’abbigliamento romano. Gli scavi condotti in Francia hanno permesso di accertare che gli alti personaggi franchi vestivano raffinate vesti di lino.

Durante l’epoca carolingia le vesti imperiali erano di una magnificenza estrema; sia il taglio che le stoffe erano importati dal vicino oriente.

Dopo l’anno 1000, con la ripresa dei commerci, a causa dell’indebolimento del feudalesimo, anche l’abbigliamento subì delle modifiche e nuove influenze.

I contatti con il mondo musulmano erano già iniziati prima dell’XI secolo attraverso la Sicilia e la Spagna, ma le stoffe orientali erano penetrate in occidente solo parzialmente e restavano accessibili solo a pochi. Fondamentali furono le crociate per l’introduzione di nuovi tessuti più raffinati, quali la seta, il damasco e la mussolina, e di nuove tecniche di taglio. Gli orientali avevano una superiore abilità manifatturiera e facevano grande sfoggio di articoli lussuosi. È in questo periodo che sorsero le prime corporazioni dei sarti; si diffuse tra i nobili la consuetudine di ricorrere a questi artigiani. Nell’XI secolo le brache erano calzoni lunghi fino alla caviglia, fermati da un cordone nell’ orlo superiore; quelle dei nobili erano aderenti alle gambe, mentre quelle delle classi inferiori erano sformate. Le calzamaglie erano aderenti alla gamba, erano di lana o di lino. La lavorazione a maglia iniziò in Inghilterra con Elisabetta I.

Nella seconda metà del XII secolo il cappuccio, che era una parte del mantello, divenne un elemento a sé.

Grazie ai contatti avuti con l’oriente e allo svolgimento di regolari fiere che permisero l’introduzione di nuovi tessuti quali il velluto, il satin, il cammello, lo chiffon, il jersey e la flanella, l’abbigliamento subì una forte evoluzione: si può così iniziare a parlare di moda. Inoltre per la prima volta l’abbigliamento maschile si distingue da quello femminile, avviando uno sviluppo separato. L’abito dell’uomo si accorcia, mentre quello della donna resta lungo. In genere l’abito femminile, per quanto riguarda la foggia, era meno stravagante di quello maschile.

Verso la fine del XII secolo comparve la crespine, una sorta di reticella che lasciava vedere i capelli femminili; ciò suscitò un certo scalpore, dato che nelle epoche precedenti era considerato immorale lasciar vedere i capelli.

Tra il 1380 e il 1450, nel nord Europa e più tardi in Italia, si affermò la houppelande, la veste degli uomini più autorevoli e più abbienti, di cui parla anche Chauser. Questo abito, lungo, foderato con maniche molto ampie, divenne poi l’abito prediletto da uomini e magistrati.

Il Rinascimento ritorna lo stile

Con la fioritura rinascimentale di tutte le arti, anche il costume risentì di questa rinascita: si era più attenti all’eleganza e alle buone maniere. A metà del XI secolo il modo di vestire italiano era molto diverso da quello usato dal resto dell’Europa medioevale; infatti in Italia la linea gotica non ebbe molto successo. La diffusione del lusso nelle città italiane fu dovuta alla notevole prosperità del ceto mercantile.

Dal 1480 al 1510 dominò la moda italiana, dal 1510 al 1550 quella tedesca e dal 1550 al 1600 lo stile spagnolo.

Nelle classi agiate le stoffe più usate erano il velluto, il raso e il tessuto con fili di metallo nobile (oro e argento). Una innovazione molto importante dello stile italiano fu la divisione del vestito in due pezzi, che avrà molto successo in futuro. Le scarpe erano piatte con suole di cuoio, legno, sughero, con tomaie in pelle, spesso anche ornate. Il cappello si portava sia all’aperto che in casa, a volte le falde laterali per coprire le orecchie; chi viaggiava e i contadini usavano cappelli a larga tesa.

Nella prima metà del XVI secolo le classi alte indossavano abiti dal colore molto vivace, ricamati e impreziositi con gemme, mentre i borghesi e i contadini indossavano abiti meno stravaganti.

Lo schaube, un soprabito a forma di tonaca, ma privo di maniche, che poteva essere foderato di pelliccia, divenne l’abito tipico dello studioso.  Lutero lo indossava e lo stabilì come divisa del clero luterano, tuttora in uso.

A differenza della moda tedesca, vivace e ricca di aperture, la moda spagnola era molto più austera: gli abiti erano attillati e scuri, perlopiù neri.

Nella seconda metà del Cinquecento l’effetto della rigidità era più accentuato negli abiti femminili, la pettorina era sostenuta da stecche di legno, la sottogonna era sostenuta da cerchi di ferro o di legno.

Grande sfarzo a corte 1600 – 1789

Nel Seicento la forte diffusione del puritanesimo in molti paesi europei apportò una semplificazione delle stravaganze rinascimentali. Invece in Francia e in Spagna, paesi che non subirono un’influenza puritana, si diffuse il Barocco, uno stile che favoriva le esagerazioni in tutte le arti e anche nell’abbigliamento. Le scarpe avevano da poco il tacco, gli stivali, che prima si usavano solo per andare a cavallo, divennero largamente usati, anche in casa. I guanti di pelle fina provenivano dalla Spagna. Nella seconda metà del Seicento per la prima volta venne utilizzato il termine moda, inteso come modo di vestire. In questo periodo l’abito degli uomini era più decorato rispetto a quello delle donne; l’abbigliamento maschile divenne anche più discreto ed elegante, comparve anche la cravatta di lino di pizzo, la cui origine era molto discussa. Gli uomini usavano parrucche lunghe e molto pesanti, ne esistevano anche una da campagna e una da viaggio. Le classi nobili dell’Europa occidentale useranno questo accessorio per quasi un secolo.

L’abbigliamento femminile era molto ornato e seducente e prediligeva tessuti come il damasco e la seta. Nell’ultimo decennio del Seicento entrò nell’uso comune la cipria; le donne non usavano la parrucca, ma sofisticate pettinature abbellite con i boccoli.

Durante il regno di Guglielmo e Maria d’Inghilterra nacque il tricorno, un copricapo che rimarrà in uso per un secolo: rappresentava l’emblema dell’appartenenza all’alta società per distinguersi dalle classi inferiori.

Nel Settecento, anche grazie alla diffusione delle idee illuministe che conferirono maggiore libertà anche all’abbigliamento, il barocco si evolse nel rococò, uno stile molto raffinato, elegante e decorativo.

Gli abiti femminili erano molto voluminosi, esaltavano la figura più in larghezza che in altezza. Si utilizzavano le sottogonne con strutture di stecche di balena, di canne e vimini. Gli abiti erano ingombranti a tal punto che due donne non avrebbero potuto mai sedere allo stesso divano. Anche grazie allo sviluppo dell’industria tessile, in questo periodo i broccati pesanti vennero sostituiti da tessuti più leggeri come la seta, il taffetà, il cotone indiano e la mussola. Nel 1770 il sotto abito venne modificato: le due rigonfiature laterali vennero sostituite da un’unica rigonfiatura posteriore. Inoltre per la prima volta le gonne si accorciarono, scoprendo la caviglia.  L’uso delle forcine per capelli iniziò in questo periodo. Verso la fine del Settecento le donne iniziarono a portare i cappelli, primi segni di emancipazione. Per gli uomini rimasero in uso per tutto il secolo le brache lunghe fino al ginocchio dove all’inizio venivano chiuse con dei bottoni, poi sostituiti da fibbie ornamentali.

Si spara in piazza. L’Oriente comincia a piacere

I radicali cambiamenti politici e sociali portati dalla Rivoluzione francese (1789) influenzarono notevolmente anche l’abbigliamento che ne risultò semplificato, abolendo pizzi, ciprie (in seguito all’introduzione di una tassa in Inghilterra nel 1795), parrucche e stravaganze. I nobili adottarono l’abbigliamento, più dinamico e semplice, in uso dalla nobiltà terriera inglese. Anche le pettinature femminili si semplificarono, si inserirono delle piume di struzzo fra i capelli per dare un tocco di eleganza. Fece la comparsa anche una minuscola borsetta da donna.

Alla fine del 1700, in tutta Europa, con piccole variazioni per le donne, si utilizzava lo stile impero, per gli uomini l’abbigliamento tipo John Bull, inglese tipico. Nelle classi più agiate ci furono poche differenze nel costume tra le varie nazioni europee. In questo periodo nacque una vera passione per gli scialli, provenienti dal Kashmir, successivamente fabbricati anche in Scozia e in Francia. Con la campagna d’Egitto Napoleone aveva portato con sé una nuova ondata di orientalismo.  Nei primi anni dell’Ottocento fra Inghilterra e Francia non ci furono rapporti. Nel 1814, quando le dame inglesi si recarono a Parigi, scoprirono con stupore che la moda francese si era allontanata molto da quella inglese. Le signore inglesi abbandonarono subito la loro moda per adottare quella francese, mentre per la moda maschile si verificò il contrario. Uno dei motivi fu che i sarti londinesi erano più esperti nel lavorare il pettinato di lana che era elastico e si adattava meglio alla persona. Nel Settecento, infatti, gli abiti da nobiluomo erano tagliati male e non si adattavano alla figura.

Stoffe più a buon mercato

Con la rivoluzione industriale emerse una nuova classe sociale, la borghesia che era arrivata al successo dopo numerosi tentativi; il valore di un individuo non dipendeva più dalle sue origini. La moda iniziò a tener conto anche delle loro esigenze, togliendo alle classi nobili il primato nell’ambito del costume. Radicale fu il cambiamento della produzione di abbigliamento, che divenne meno costoso. In questo periodo venne introdotta la macchina per cucire che, inventata da un francese, fu poi perfezionata da Singer.

Il telaio per tessere fu introdotto in Europa e Asia 5000 anni prima della nascita di Cristo. Nello stesso periodo, in Egitto, si usava già il lino. Nel 3000 a. C., in India, s’iniziò a filare il cotone. Nel 1000 a.C. si diffusero anche la filatura della canapa e quella della lana. Nel Medioevo avevano grande diffusione i tessuti elaborati provenienti dal Medio Oriente, dove l’arte tessile era più progredita. Il nome della mussolina, un tessuto morbido di lana o cotone, deriva dalla città irachena di Mosul, come il prezioso tessuto damasco prese il nome dall’omonima città siriana.

L’inglese Richard Roberts, nel 1822, inventò un telaio perfezionato che si diffuse in tutta Europa fino alla fine del 1800 quando l’americano J. W. Nortrop realizzò il telaio completamente automatico che si usa ancora oggi.

In quei tempi il cotone americano si poteva acquistare a costo più basso rispetto a quello proveniente dall’India. Nell’ abbigliamento maschile si diffuse una nuova tendenza: il dandismo, che proponeva un abito maschile non appariscente, ma comunque sempre ordinato, elegante e attillato. Il dandy George Brummel si vantava che le sue giacche non facevano grinze e che i pantaloni, che di giorno si infilavano negli stivali da cavallo, gli calzavano a pennello. Grande cura era posta per il nodo della cravatta e sono documentati decine di modi per annodarla.  Non si portava più la spada al fianco, ma il gentiluomo non dimenticava mai il bastone da passeggio.

Nell’abbigliamento femminile il busto tornò ad essere un accessorio indispensabile per rendere la vita più stretta. Una pubblicità dell’epoca consigliava alla madre di fare stendere la figlia sul pavimento in modo da metterle un piede sulla schiena per stringere meglio i lacci del busto! Le gonne femminili si accorciarono un po’, le maniche continuarono ad espandersi, i vestiti avevano ampie scollature. Le donne indossavano un gran numero di sottane tanto da non poter svolgere nessuna attività fisica. Una signora aveva sempre con sé un ventaglio e un parasole; si usava un gran numero di gioielli come pendagli, spille, cammei, catenine con appese boccette di profumo …  Dal 1827 i cappelli da signora diventarono sempre più enormi, tanto che davano fastidio a teatro e a tavola. Successivamente una cuffia fermata da un nastro legato sotto il mento sostituì l’uso del cappello, dando alla donna un aspetto più modesto e pudico. La donna doveva dare un’impressione un po’ sofferente perché mostrare una salute di ferro era ritenuta una cosa volgare; la pelle non doveva più essere rosea, ma bensì molto pallida. Per ottenere questo pallore le dame solevano bere dell’aceto, danneggiando però la salute!

Cucire diventa più facile

Dopo lunghe prove durate cinque anni e tentativi, nel 1830, il sarto francese Barthelemy Thimonnier brevettò la macchina per cucire “ogni qualità di tessuto”, perfezionata successivamente dall’americano Isaac Singer, che divenne così una macchina pratica e adatta all’uso domestico.

Si diffuse fra le donne la passione per l’equitazione, ma, essendo le gonne ancora particolarmente voluminose, avevano bisogno di un aiuto per scendere dal cavallo. La regina Vittoria contribuì alla diffusione dei tessuti scozzesi, infatti era molto legata alla sua residenza di Balmoral. Le calzature erano prive di tacchi, sulla foggia di quelle di Cenerentola, che esaltavano i piedi minuscoli.

Dopo la metà dell’Ottocento la moda divenne un fenomeno che si estese sempre di più a tutte le classi sociali; i borghesi, che ormai gestivano quasi totalmente l’economia, consacrarono e introdussero nuove tendenze in fatto di costume. Inoltre, grazie al notevole abbassamento dei prezzi dell’abbigliamento, anche le classi popolari iniziarono a seguire la moda. Surtees scrisse che era ormai diventato impossibile distinguere la serva dalla sua signora durante la passeggiata della domenica. La grande esposizione del 1851 a Londra mise in mostra le più recenti innovazioni tecnologiche, suscitando la speranza che stesse per iniziare un’epoca di pace e fratellanza universale, anche perché i commerci interno ed estero erano molto fiorenti. Nelle epoche precedenti gli abiti erano disegnati e confezionati da persone umili, in questo periodo cominciarono a nascere le prime case di moda.

Mentre nel periodo precedente per ottenere volume si doveva ricorrere all’uso di molte gonne (fino a otto), ora, grazie alla crinolina, si otteneva lo stesso effetto, facilitando molto il movimento. Sotto le gonne di crinolina, sostenute da cerchi di fili di ferro flessibile, per proteggersi da eventuali colpi di vento, le donne indossavano lunghi mutandoni di lino che arrivavano alla caviglia. Per l’uso quotidiano si preferivano la lana, la flanella, il cotone a righe o a quadri, mentre per la sera si prediligevano la seta, il satin, la mussolina, l’organza o il velluto.

La crinolina si usò ancora per un quindicennio, ma subì alcune variazioni; infatti verso il 1860 dalla forma di campana si passò ad un maggior volume solo nella parte posteriore. Venne abbandonata definitivamente verso il 1868. Gli abiti da donna erano di due tipi: di un solo pezzo, chiamato “modello princesse”, oppure costituiti da una gonna e un corpino. I lunghi strascichi dei vestiti, oltre a impacciare i movimenti (era difficile anche sedersi e fare le scale), erano anche contrari alle norme igieniche.

Si completava l’abbigliamento con uno scialle di cashmere, seta o merletto, con il parasole, puramente decorativo. Fecero la loro comparsa i primi ombrelli. Le cuffie erano state sostituite dai cappelli piccoli e calati sulla fronte; i capelli erano raccolti in grandi chignon di trecce e boccoli. Le donne che non avevano chiome folte erano costrette a ricorrere ai toupet, cioè ai posticci.

A San Francisco, nel 1874, Jacob Davis e Levi Strauss, titolari di un laboratorio di sartoria, brevettarono un metodo di cucitura delle tasche dei pantaloni particolarmente robusto. Confezionarono un paio di calzoni adatti al lavoro di minatori e mandriani, usando un tessuto di cotone chiamato jean, lavorato originariamente a Genova. Questo capo di abbigliamento si diffuse in tutto il mondo e verrà indossato da uomini, donne e ragazzi. Mentre i lavoratori sopra indicati indossavano i robusti pantaloni, nell’alta società il newyorkese Griswold Lorillard intervenne al Gran Ballo d’Autunno indossando una giacca corta nera con risvolti di raso lucido, anziché portare il frac d’obbligo in simili occasioni. Spiegò che era una versione raffinata della giacca da casa: nacque così lo smoking.

Le capacità e la cultura iniziano a contare

Verso la fine del secolo l’abbigliamento maschile dava una espressione di severità alla figura, in quanto il valore dell’individuo non dipendeva più soltanto dalla sua posizione sociale, ma anche dalla sua cultura e dalla capacità in campo commerciale. Di conseguenza tutti gli elementi decorativi si concentrarono nell’abbigliamento femminile per sottolineare, per antitesi, la potenza e il successo maschile. In questo periodo, in Inghilterra, nello stile dominava l’eclettismo caratterizzato dalla varietà delle scelte: ci si ispirava al passato (rococò, rinascimento), attenti però alle nuove tendenze; proprio ora appare il primo Tailleur che avrà molto successo nel secolo successivo, accompagnando l’emancipazione femminile.

Nel 1881 nacque, in Inghilterra, un’associazione di amici dell’abbigliamento Razionale, di cui faceva parte anche Oscar Wilde, che si preoccupava delle conseguenze negative che la moda dominante (corsetti soffocanti, indumenti inutili, imbottiture e steccature) poteva causare alla salute della donna. Dapprima l’associazione fu messa in ridicolo, ma successivamente ottenne dei risultati apprezzabili. In questo periodo l’influsso dell’attività sportiva era molto forte; per andare in barca, ad esempio, gli uomini indossavano giubbotti alla marinara a doppio petto, mentre le donne inglesi per andare in bicicletta indossavano ampie culottes, una specie di gonna pantalone. I tessuti utilizzati erano il jacquard, il moiré, la seta, il broccato, il velluto, il satin e anche il pizzo. Le scarpe avevano tacchi relativamente alti, punte arrotondate e allacciate sul davanti con stringhe. Nell’abbigliamento maschile molta attenzione veniva posta nel taglio della barba e dei baffi, che avevano diverse fogge anche a seconda della classe sociale.

Dopo che nel 1896 lo zar di Russia andò in vita a Parigi, entrarono in voga le pellicce per le donne. Terminata l’età vittoriana, in Inghilterra si ebbe l’epoca Edoardiana, mentre in Francia e nel resto dell’Europa si chiamerà Belle Époque, un periodo di grande ostentazione e lusso, un consumismo ante litteram. Quest’epoca fu considerata come l’ultima età felice delle classi nobili.  

La moda femminile s’impone

Nel 1900 si tenne a Londra la grande esposizione internazionale, in cui molto ampio era il settore dedicato alla moda. Per la prima volta gli abiti vennero presentati dalle indossatrici. In questo periodo furono fondati i primi saloni di moda di prestigio internazionale, ogni salone era diviso in più reparti: ricami, pelletteria, tailleur, ecc. Si diffuse molto la pubblicità volta a promuovere le linee di abbigliamento. Parigi divenne una vera e propria capitale della moda, anche perché nella capitale francese due volte l’anno si svolgevano sfilate di nuovi modelli (a febbraio per gli abiti estivi e ad agosto per quelli invernali). Quasi per tutto il ventesimo secolo l’abbigliamento maschile venne un po’ offuscato da quello femminile, che invece registrava innumerevoli variazioni e innovazioni, provocate soprattutto dai grandi cambiamenti del modo di vivere femminile dovuti a una forte emancipazione.

 Nei pantaloni da uomo nacque la piega verticale anteriore molto accentuata.

 All’inizio del secolo la figura femminile era molto sinuosa, a forma di S. Di sera gli abiti femminili erano molto scollati, mentre di giorno coprivano esageratamente. Le donne avevano una vera passione per i pizzi, i merletti, i lunghissimi guanti, le piume: infatti intorno al collo si portavano boa di piume di struzzo. Poco prima del 1910 scomparvero i busti rigidi e le gonne scampanate. Iniziarono le manifestazioni delle suffragette, nonostante ciò sembra che le donne fossero decise a vestire come le donne di un harem. I tessuti più usati, oltre al merletto, erano lo chiffon, il crepe, la mussola di seta e il tulle. Caratteristico di quest’epoca fu anche l’uso del tailleur, disegnato con linee molto severe e maschili.

Verso il 1910 si verificò un cambiamento: si abbandonò la forma ad S e si sentirono molto le influenze orientali (per esempio, si diffuse molto il kimono orientale). Le gonne divennero strettissime, i colori pallidi del periodo precedente furono abbandonati con l’utilizzo di toni più vivaci. Si introdusse lo scollo a V del decolleté.

 Con lo scoppio della guerra le donne si trovarono a svolgere nuovi compiti a causa dell’assenza degli uomini, impegnanti al fronte, così le gonne strette furono abbandonate e si optò per un abbigliamento più funzionale e più adatto per lavorare.  Inoltre molte donne pensavano che in tempo di guerra l’eccentricità nel vestire fosse alquanto fuori luogo. Proprio in questo periodo il corsetto fu sostituito dal reggiseno.

L’abbigliamento delle donne venne sempre più conformandosi alle nuove esigenze lavorative. Nel 1925 suscitò scandalo la comparsa delle gonne corte fino al ginocchio, a cui si opposero i religiosi europei e americani. L’arcivescovo di Napoli proclamò che il terremoto di Amalfi era un segno della collera divina contro le gonne corte.

Bellezza ed eleganza, ma la guerra incombe

La figura femminile, dal 1920 al 1930, venne radicalmente mutata; le ragazze cercarono di assomigliare ai ragazzi e si adottò una linea liscia per l’abito. A causa di questi radicali cambiamenti molte case di moda sparirono (specialmente quelle francesi); nacquero però due nomi che diverranno famosissimi: Chanel e Schiaparelli, che riusciranno a ridare all’abito femminile, pratico e funzionale, grande eleganza e bellezza. Chanel riuscì a rendere elegantissimi abiti molto semplici.  Gli abiti non segneranno più le distinzioni fra le classi sociali, ma perlopiù il progressismo e il conservatorismo. I colori più in voga furono: il beige, il bianco, il marrone chiaro, il verde oliva, l’azzurro pallido e il rosa. I capelli sono corti e l’accorciatura delle gonne rende necessario l’utilizzo di calze in seta e trasparenti; compaiono anche le prime calze in nylon e gli smalti per le unghie.

La gonna corta, verso la fine del decennio, sparì; non si era ancora pronti a un cambiamento così radicale. Solo 35 anni dopo verrà definitivamente accettata. L’unica eccezione fu nell’abbigliamento da tennis, che non ritornò alle gonne lunghe.

L’abbigliamento maschile continuò ad essere molto discreto; si utilizzavano camicie bianche solo per le occasioni particolari, mentre tutti i giorni si indossavano quelle a quadri, a righe o di tinta diversa. Una particolarità furono i pantaloni ampi a tal punto che sembravano sformati, che furono introdotti intorno al 1925.  Anche questi, troppo bizzarri, scomparvero alla fine degli anni 20, comunque per il decennio successivo i calzoni rimasero di linea comoda. Altra peculiarità dell’abbigliamento maschile, nel periodo fra le due guerre, furono i pantaloni alla zuava, corti al ginocchio.

Nel decennio che va dal 1930 al 1940, l’abbigliamento delle donne ritrovò la sua femminilità; le forme femminili, seppure in modo discreto, tornarono ad essere evidenziate e i capelli si allungarono. Negli anni 30 si sviluppò gradualmente anche la produzione in serie del vestiario.  Gli stilisti risentirono l’influenza dei periodi precedenti e la grande eterogeneità degli stili verrà cancellata dalla seconda guerra mondiale, che però non riuscì a uccidere la moda, che anzi si dimostrò in questi anni molto creativa. Durante l’occupazione di Parigi molti saloni di moda si trasferirono in America, che divenne un centro di moda sempre più importante. I principali problemi che colpirono le case di moda, durante la guerra, furono le ristrettezze economiche, il razionamento, che stabiliva la quantità di vestiario che si doveva acquistare, la scarsità di manodopera, ma soprattutto di materie prime. Lo slogan fu riadattare e riparare (Make-do and Mend) gli abiti vecchi o fuori moda. La seta, che ora era necessaria per i paracadute, non poteva essere più utilizzata per le calze, e fu sostituita dal rayon, dalla lana e dal cotone. Presto divenne difficile reperire anche queste materie.  La scarsità di calze favorì l’introduzione dei pantaloni, resi necessari dalle nuove esigenze lavorative e per proteggersi dal freddo.  

Isabella ed Eno Santecchia

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Ripubblicato nell’agosto 2021