Macinare cereali nel Novecento

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Nel raccontino che segue Giuseppe Antonelli, poeta di Sant’Angelo in Pontano (MC), ricorda di quando da ragazzo si recava a macinare cereali al mulino.

È mia intenzione fornire al lettore una collocazione spazio-temporale.

Il suo piccolo affresco agreste è ambientato nelle campagne marchigiane dal 1948 al 1954 quando lui aveva dai tredici ai diciannove anni.

Secondo Giambattista Bravi, apprezzato studioso di Penna San Giovanni, si tratta del mulino vecchio, un tempo gestito dalla famiglia Regoli. Era mosso dalle acque del Tennacola, un torrente dell’alto Maceratese del sud.

La famiglia di Giuseppe viveva a Villa Magli di Penna San Giovanni, il mulino si trovava in contrada Grazi. Giuseppe si caricava sulle spalle un sacchetto di grano o granturco e percorreva a piedi circa cinque chilometri. Per arrivarci il ragazzo doveva attraversare un ponte mobile con corde metalliche e tavole di legno lungo oltre venti metri. Tali ponti non più presenti da noi si vedono negli spot di viaggi avventurosi in Estremo Oriente.

Devo precisare che la sfota (o sforda) era il vallato, il bacino di raccolta dell’acqua, situata a monte del mulino. All’epoca i mulini macinavano anche orzo, avena, ghiande, moco (Lathyrus cicera),  fava, ecc.

Il sig. Fausto Barboni, proprietario di un vecchio mulino visitabile a Gelagna Bassa, ci chiarisce le idee in merito ad alcuni concetti importanti.

“La sfolta (sforda o rifolta) che verso il nord, già nel pesarese e in Emilia Romagna, viene chiamato bottaccio, era la parte finale, il bacino di carico, un po’ più ampio sia in profondità che in larghezza rispetto al canale, vallato, gora, forma, che nell’Italia del nord viene anche chiamata roggia, e che iniziava dalla chiusa, ossia uno sbarramento a traversa collocato lungo il fiume per deviare le acque verso il vallato. Le saracinesche o paratoie collocate sia sulla chiusa, che lungo il vallato e infine nel bacino finale, detto sfolta, servivano per regimare l’acqua lungo il corso e per aprire e chiudere l’afflusso verso il mulino. Nelle Marche vengono chiamati, recessori o recessuri, e sono sportelloni di legno o di ferro che venivano sollevati o abbassati per aprire o chiudere il deflusso delle acque tramite una grossa vite e relativo dado (vite e madrevite), manovrato con una chiave chiamata merla. Dopo il recessore c’era la doccia o tromba, una condotta di legno, di muratura o di ferro che conduceva l’acqua in pressione verso il ritrecine che era l’organo motorio del mulino, una turbina di legno che trasmetteva il movimento rotatorio alla macina superiore (la ballerina) del mulino, che sfiorava, ma senza toccarla, la macina inferiore (la dormiente) tra le quali venivano inseriti i prodotti da sfarinare”.

Andiamo a leggere la sua narrazione scritta nel novembre 2003.

Il mulino luogo di socializzazione

“Il mulino era anche un punto di ritrovo; molta gente veniva al mulino con i carri carichi di sacchi di grano o granturco da macinare, e anche tanta gente con piccoli sacchi caricati sulle spalle.

I carri erano trainati da buoi o vacche; si mettevano in fila e si attaccava il bestiame alle catenelle sulle colonne del porticato.

Il porticato davanti al mulino, dove ci si riparava dalla pioggia, aveva il tetto con delle travi di legno; sulle travi facevano il nido le rondini, che volavano intorno senza paura, imbeccavano i loro piccoli e noi restavamo incantati a guardarle.

Lungo il muro, sotto il portico, c’erano dei sedili di pietra. I contadini si radunavano sotto il porticato e si scambiavano pareri sul lavoro, sulle novità per le sementi; si parlava anche del bestiame e del mercato, dei prezzi correnti; c’era sempre chi era informato. Non tutti infatti potevano andare al mercato a causa del costante lavoro nei campi; lì si sapeva chi aveva da vendere o comprare, si facevano anche affari di compravendita.

Noi ragazzi andavamo a vedere le ruote con le pale che facevano girare le macine; si vedevano là sotto a due grandi arcate di muro di pietra; da là sotto usciva un fiume d’acqua e, per l’impatto sulle pale del rotore, l’acqua usciva schiumosa e, a poca distanza, tutte quelle bollicine scomparivano e l’acqua rallentava il suo corso.

Guardavamo gli uccelli che facevano il nido sotto le grandi arcate, anche se le rondini erano in maggioranza, ma là sotto facevano il nido altri piccoli uccelli, il più piccolo era il re degli uccelli (scricciolo comune), che faceva il nido nelle fessure delle pietre o sulle felci che crescevano sul muro umido; il nido era fatto di muschio, era aggrappato alle felci ed era rotondo, con un foro per entrare ed uscire.

L’acqua che veniva fuori da là sotto percorreva un lungo tratto prima di ritornare nel fiume; i gamberi facevano le loro tane lungo il canale dove passava l’acqua e sugli argini. Noi infilavamo la mano e li prendevamo; i gamberi si difendevano con le chele e, a volte, ci ferivano.

Andavamo a vedere anche la “sfota”, che si trovava dietro al mulino, nella parte alta. La sfota era un piccolo laghetto allungato dove si depositava l’acqua per macinare; a volte scendeva di livello, poi si riempiva subito; lì, nello specchio d’acqua nuotavano delle anatre e qualche oca, nuotavano continuamente ed ogni tanto si accostavano a riva, dove crescevano le erbacce e, con il becco, frugavano fra esse.

Noi tenevamo d’occhio una porticina, che stava da quella parte e aveva tre o quattro gradini; spesso, da lì, usciva una vecchietta, perché vicino alle spallette del monte c’erano piccole stalle per i polli e i conigli; esse erano a poca distanza dal laghetto, c’era solo il sentiero, che era una scorciatoia dove passavamo a piedi. Si attraversava anche il canale dell’acqua, dove c’era un ponte fatto con due travi messe di traverso: sopra c’erano delle tavole e, ai lati, due parapetti di legno.

D’estate noi saltavamo dal piccolo ponte, andavamo giù, dove l’acqua era profonda, ma era pericoloso nuotare; si poteva esser risucchiati, infatti, dall’acqua che precipitava sulle pale che facevano girare le macine.

Avevamo paura della vecchia che usciva dalla porticina: ci vergognavamo, perché per nuotare ci spogliavamo nudi. E il peggio era quando il mugnaio se ne accorgeva: ci correva dietro con la frusta, e noi scappavamo correndo fra i pioppeti.

Ed erano numerosi i pioppi piantati a filari: servivano per il legname da vendere; crescevano rigogliosi con grandi tronchi, venivano irrigati di notte quando non c’era da macinare, e l’acqua del laghetto usciva in canali per irrigare il pioppeto.

Nel mulino ci incontravamo con ragazzi di altre contrade e facevamo amicizia; si univano a noi che eravamo scatenati. Ancora oggi ricordiamo quei giorni, sono diventati motivo di conversazione pur essendo passati molti anni.

Anche le ragazze venivano al mulino ed erano sempre ben vestite.

Entravamo nel mulino per vedere le grandi ruote che macinavano il grano e il granturco. Erano due grandi ruote di pietra che giravano piane una sopra all’altra; in mezzo alle due ruote passava il grano che veniva schiacciato.

Il mugnaio, azionando una leva, poteva allontanare ed avvicinare le due ruote, le regolava “sentendo” con la mano la farina che usciva dalla macina, e regolava anche la caduta del grano nel foro della ruota.

Sopra la macina c’era un cassone fatto a piramide rovesciata, in fondo aveva un foro con una canaletta collegata a una cordicella che poteva regolare il flusso del grano; la vibrazione della macina, tramite un’asticella, faceva muovere la canaletta: così il grano cadeva nel foro della macina.

Dalla macina usciva la farina, mescolata alla semola; c’erano due ruote, una in basso l’altra in alto sulla “stacciatora” (una serie di grossi setacci), collegate con una cinghia con delle tazze attaccate; girando prendevano la farina, la portavano sulla stacciatora, che la separava dalla semola con dei setacci racchiusi nello stesso cassone.

Sotto di essa c’erano due uscite, una per la farina, una per la semola; i due sacchi erano fissati stretti con una cinghia intorno all’uscita del grosso setaccio.

Era un piacere vedere girare le macine e veder scendere il grano nel foro al centro della macina; si sentiva il rumore della macina che girava e il rumore dell’acqua sotto che batteva contro le pale del rotore.

La farina che usciva dalla macina del granturco non veniva “stacciata”; il mugnaio la prendeva con una grande sessola e la metteva nel sacco; a casa, le donne la setacciavano ed era pronta per fare la polenta. Con quella farina si preparava anche il pane di granturco, mescolandoci un po’ di farina di grano; e così che potevano essere approntate anche focacce fatte solo con farina di granoturco. Dopo averla impastate erano poste a cuocere nel forno, sopra una foglia di cavolo.

Per andare al mulino e ritornare a casa si doveva attraversare un fiume; quando l’acqua era alta, passavamo sul ponte.

Il ponte era costruito con corde metalliche: due alla base, con delle tavole fissate, e una a fianco, che faceva da corrimano. Il ponte era largo circa un metro e lungo circa venti metri; quando eri nel mezzo, il ponte dondolava e quelli che avevano paura, con il sacchetto sulle spalle, potevano anche far cadere il sacchetto nel fiume. Noi cercavamo di far dondolare il ponte per far paura agli altri.

Ritornare a vedere il vecchio mulino è sempre emozionante per la sorpresa, per la sua trasformazione; si vorrebbe trovare tutto come prima, ma non è così!

Il mulino è stato restaurato e la ruspa ha livellato il terreno intorno, interrando la sfota e le arcate sottostanti.

Il pioppeto non c’è più, la terra è coltivata. Dov’era lo specchio d’acqua adesso c’è un giardino con un tavolo fatto con la macina e con dei sedili intorno.

È diventato un luogo di riposo per gli stranieri del Nord-Europa, e il mulino rimane un sogno del passato”.

Postfazione

Oggi anche il paesaggio delle Marche è cambiato, le campagne si sono abbastanza spopolate, i metodi di lavorazione del terreno sono assai diversi, l’acqua dei fiumi e dei torrenti è diminuita per i molteplici usi dell’uomo e le scarse piogge, le tradizioni e il folklore sono tra i migliori ricordi degli anziani. Non abbiamo più la biodiversità di una volta per diversi fattori, tra cui l’uso dei pesticidi e di inquinanti vari … tuttavia la caccia non è estranea all’impoverimento della fauna. Il dott. Luciano Spinozzi nell’introduzione al suo volume: “Il castello ed il monte. Storia del borgo di Torricchio e della Riserva Naturale” ha spiegato bene il concetto dell’abbandono delle nostre campagne. In sostanza la cultura contadina  si è quasi del tutto dissolta, travolta dall’esodo massiccio verso il progresso degli anni Cinquanta e Sessanta. Ciò è avvenuto in poco più di trenta anni nell’arco di una generazione.

Eno Santecchia

Giugno 2021

Mulino di Regoli a Penna San Giovanni (MC)