Seta zucchero e mela Rosa

Print Friendly, PDF & Email

Silk sugar and Rose apple

Invitato formalmente dall’agronomo Vittorio Giorgi, nel novembre 2015 mi recai al festival della mela Rosa a Monte San Martino (MC).  Alla fine, acquistai un sacchetto di mele da portare a casa e chiesi un biglietto da visita di quel produttore locale. Alcuni giorni fa, recluso per l’isolamento, mettendo in ordine alcune cartelle ritrovai quel biglietto. Era passato da una cartella a un’altra, sopravvivendo a due traslochi per gli eventi sismici. Questo fatto marginale oggi ci consente di conoscere la storia di un’azienda agricola marchigiana assai virtuosa.

Nel 1965 il sig. Umberto Gobbi era occupato nel settore calzaturiero, ma per lui quel lavoro stava diventando sempre più pesante, così, insieme alla moglie Maria, decise di mettersi in proprio. Rilevò l’azienda agricola del suocero, cinque-sei ettari  coltivati a cerali e foraggi, dove vivevano una decina di mucche marchigiane,  posta in contrada San Venanzo di Monte San Martino.

Nei primi anni Settanta, quando l’uomo era sceso sulla Luna e Internet era una neonata, Umberto iniziò ad allevare il baco da seta, nell’ambito di una cooperativa. Fu costruito un capannone di 250 m2 e messo a dimora un ettaro di gelsi bianchi da foglia (Morus alba) delle varietà Cucussò e Cairio.

I bachicoltori di Monte San Martino erano collegati con i colleghi di Treviso che avevano iniziato prima. Il territorio marchigiano era particolarmente vocato a questa produzione, tanto che si riusciva a ricavare un kilo di seta di ottima qualità da soli 500 bozzoli, mentre a Treviso ne occorrevano 650-700.

Per ottenere quella pregiata seta occorreva raccogliere le foglie dei gelsi, anche due volte al giorno, ponendole asciutte sui telai per nutrire i voraci bruchi. Il capannone doveva essere ben arieggiato e con la giusta temperatura; se era freddo bisognava accendere le stufe a cherosene. Presi i bachi, appena nati, dalla locale cooperativa “Il Tornello”, nell’arco di una quarantina di giorni essi erano condotti a produzione. I sacchi di bozzoli venivano riconsegnati alla stessa cooperativa che li lavorava nella propria filanda con sede all’ex Stazione ferroviaria di Monte San Martino del trenino Porto San Giorgio – Fermo – Amandola.

L’esperimento durò una decina d’anni, poi, siccome la seta era importata dalla Cina a prezzo politico, al bachicoltore non restavano sufficienti margini di gauadagno.

Le alberate umbro-marchigiane di vite maritata all’acero, che intralciavano le lavorazioni con i mezzi meccanici, furono sostituite da un vigneto di mezzo ettaro di viti Sangiovese, Montepulciano, ecc.  per la produzione del vino Rosso Piceno Superiore. Negli anni 1972-74   l’uva si vendeva ancora a quintale, l’acquirente non misurava ancora il grado zuccherino, ciò per l’agricoltore era abbastanza remunerativo. Ma quei vitigni, in particolar modo il Montepulciano, non riuscivano a colorarsi e maturarsi bene a causa del clima e dell’altitudine.

Nel 1997 L’Ente di Sviluppo (ESAM) divenne ASSAM (Agenzia per i Servizi nel Settore Agroalimentare delle Marche), l’azienda Gobbi continuò a collaborare con loro. Negli anni, alcuni coltivatori confinanti vendettero degli appezzamenti di terreno (anche per accorparli), così l’azienda raggiunse circa venti ettari che furono divisi in cinque parti per applicare la rotazione agricola quinquennale.

Secondo il parere di Umberto, dagli anni Settanta ai Novanta, per gli agricoltori fu sicuramente un periodo prospero. Un quintale di grano duro fu venduto alla Barilla a 53.000 lire, prezzo riuscito a spuntare per diversi anni. Le barbabietole da zucchero potevano essere lavorate nel vicino stabilimento di Campiglione di Fermo. Ma non era troppo lontano neanche lo zuccherificio di Jesi (AN).  Mentre lo stabilimento di Montecosaro Scalo fu attivo solo dal 1954 al 1971; essi facevano capo tutti al gruppo Sadam Eridania. La coltivazione della barbabietola zuccherina, oltre che remunerativa, lasciava il terreno fertile al grano duro che forniva una produzione di qualità.

Ottima era anche la produzione di carne dei vitelloni marchigiani che crescevano in salute in venti mesi senza l’uso di antibiotici. Fu un periodo di sviluppo durante il quale all’agricoltore-allevatore restavano i margini economici per sostituire in pochi anni le vecchie macchine agricole.

All’epoca il terreno era concimato organicamente con il letame bovino e la buona rotazione consentiva di ottenere un grano duro veramente di qualità con un peso specifico di 86 Kg/hl, sopra la media, che si attestava intorno a 79-80 Kg/hl.

Verso la fine anni degli Ottanta – inizi anni Novanta, l’Assam stava raccogliendo a livello regionale delle varietà di mele autoctone la cui coltivazione era stata abbandonata. Così gli proposero di piantare un meleto di un ettaro a scopo sperimentale. La scelta fu fatta per la conservazione naturale nel periodo invernale.

Dopo lo scasso, nel 1994, furono messe a dimora 90 varietà di meli con il sistema a palmetta a filari (a tre metri tra una pianta e l’altra e 4 tra le file) con un’altezza di 2,5 m per fare le lavorazioni da terra. Al centro delle file c’è inerbimento, il tappeto verde protegge dall’erosione del terreno.

Il fiore all’occhiello è la “mela rosa dei Sibillini” in quanto la zona è a particolare vocazione, poi anche la cerina gelata, la muso di bue, la rosa mantovana, la limoncella, la rosa in pietra, la rosa gentile, la banana, la rosa annurca, ecc.

Alcune varietà non si adattarono bene al terreno argilloso. Dalla selezione sono uscite circa 30 cultivar tra le antiche e le precoci, le più idonee al clima e gradite al mercato. Le antiche erano le varietà che d’inverno venivano conservate sui melari in mezzo alla paglia.

Questo meleto non è irrigato, non usa la concimazione chimica, ha basso impatto ambientale e i trattamenti chimici sono ridotti al minimo. Piuttosto che intervenire chimicamente, a maggio si esegue il diradamento manuale della frutta allegata, per avere la giusta quantità e qualità del prodotto.

          Settimio Virgili che ha seguito la questione per professione mi ha detto: “La mela Rosa è stato il prodotti tipico marchigiano più rivalutato”.

L’azienda Gobbi, a conduzione familiare, dove lavora anche la figlia Caterina, possiede un vigneto a Merlot e Cabernet ecc., un oliveto, un meleto di un ettaro e mezzo, mezzo ettaro di tartufaia con lecci e roverelle e il restante spazio è coltivato a cereali e foraggi. La produzione viene venduta a livello regionale.

A Monte San Martino vi sono tre produttori storici di mele sostenuti dalla Comunità Montana dei Monti Azzurri e dal “Consorzio di tutela della mela Rosa e ecotipi di mela in genere” entrambi di San Ginesio. Oggi alcuni giovani si stanno affacciando alla frutticoltura.  Il “festival dei saperi e sapori della mela rosa dei Monti Azzurri” si svolge la prima o la seconda domenica di novembre.

Lasciamo il sig. Umberto alle sue molteplici occupazioni e facciamo qualche considerazione sull’agricoltura ecosostenibile che mi sta a cuore.

Le siepi interpoderali chiamate fratte, e i fossi (ruscelli), dove cresceva la vegetazione spontanea e vi trovava rifugio la fauna selvatica, erano necessarie ad una ottima agricoltura, integrata con la natura.

Quanto sia importante il rapporto agricoltura e biodiversità l’ha illustrato chiaramente in televisione il dott. Mario Tozzi nel corso del documentario “I divoratori del clima” della collana “Sapiens – un solo pianeta” trasmesso su Rai Tre nel marzo 2020. Il geologo del CNR, e ottimo divulgatore, ha mostrato i vantaggi di un’agricoltura in simbiosi con la natura, camminando nel comprensorio neo-rurale della Cassinazza, a 15 km da Milano. Dal 1994, 350 ettari (sui 1500 disponibili) di quella tenuta sono stati ri-naturalizzati all’anno Mille.

Una felice coesistenza tra paesaggio e natura che integra anche le attività produttive come risaie ed altre coltivazioni. Un luogo stupendo tra zone umide, siepi boschetti e il milione di alberi piantati e la totale eliminazione di insetticidi, per la presenza di insetti predatori positivi. Area il cui recupero è in perfetta armonia con l’ecosistema. Tozzi ha concluso il documentario ricordando ai giovani presenti e ai telespettatori, che oggi non c’è alternativa a condurre un’agricoltura il più naturale possibile a basso impatto ambientale con i trattamenti ridotti al minimo: bisogna produrre di più inquinando di meno.

Le foto sono di Stefano Menchi.

Eno Santecchia

Maggio 2021

Varietà di mele