Il parco nazionale dei monti Sibillini

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Un’importante risorsa.

Intervista al presidente.

Il prof. Andrea Spaterna, presidente del parco nazionale dei monti Sibillini e prorettore dell’Università di Camerino, risponde ad alcune domande chiarendo alcuni aspetti e concetti d’interesse.

Il viaggiatore attento quali specie di fauna selvatica può ammirare nel parco?

“Non è necessario avventurarsi in un bosco o in cima a qualche vetta dei Sibillini per incontrare animali. Certo, può essere più difficile imbattersi in un camoscio, in un’aquila, in un lupo, in un gatto selvatico, perché tali animali prediligono ambienti naturali più protetti e poco frequentati. Ma se si ha un po’ di pazienza ed un pizzico di fortuna, l’incontro con un ghiro, una volpe, un istrice, un assiolo, un cervo, un cinghiale, uno scoiattolo è quasi scontato. Ovviamente dipende anche dalle stagioni, per cui magari a quel viaggiatore potrebbe capitare di scorgere l’arvicola delle nevi o di osservare il chirocefalo del Marchesoni nel lago di Pilato, oppure la rara vipera dell’Orsini o l’insetto Rosalia alpina e persino la trota mediterranea, il tritone italiano o la rana montana. Questi sono soltanto alcuni esempi della straordinaria biodiversità che il Parco Nazionale dei Monti Sibillini offre ai suoi visitatori. La cosa importante, in ogni caso, è il rispetto che si deve verso questi animali, per cui il comportamento consigliato è quello di non interferire con essi in alcun modo”.

Quali sono le varietà peculiari del parco per quanto riguarda la flora?

“Boschi di faggio, roverella, carpino nero e orniello coprono molti versanti dei monti Sibillini. Nel Parco sono presenti circa 1800 diverse specie botaniche, tra cui la Stella alpina dell’Appennino, la Silene a cuscinetto, il Giglio martagone, l’Uva ursina e circa 50 specie di orchidee. I prati di Castelluccio e quelli meno noti del Ragnolo regalano fioriture di assoluta bellezza. Una ricchezza vegetale unica e meravigliosa che rappresenta un ulteriore elemento di attrazione per chi voglia scoprire la natura nel Parco”.

Si conoscono alberi secolari o più giovani d’interesse storico-culturale (anche alloctoni) all’interno del parco?

“Si, il parco è ricco di alberi secolari. Tra questi i più antichi sono la quercia di Nottoria (Norcia), il faggio di Macchia Tonda (Bolognola) e la quercia di Roccamaia (Valfornace). Nel primo caso parliamo di una pianta che supera i 300 anni d’età, mentre per il faggio siamo leggermente al di sotto; la roverella di Roccamaia ha oltre 250 anni. Ma diversi sono gli alberi che superano il secolo di vita. Alcuni di questi, come l’acero campestre di Macereto ed il gruppo di faggi del Monte Fema (Visso), potevano avere anche la funzione di “meriggi”, ossia piante dove gli animali al pascolo potevano ripararsi dal sole nelle ore più calde. Altri straordinari monumenti alla natura sono la roverella di Rubbiano (Montefortino) e la cerquabella di Colle della Rossa (Montefortino), ognuna con una storia antica di secoli”.

Dopo l’istituzione del parco furono reintrodotte alcune specie animali che a “memoria d’uomo” non si conoscevano. Quali furono le necessità che portarono a quelle reintroduzioni?

“Nel caso del camoscio possiamo affermare con certezza che fino a qualche secolo fa questo ungulato era presente nel territorio dei Sibillini. Averlo reintrodotto è stato dunque un processo ponderato per riqualificare la biodiversità e verificare la possibilità di un nuovo insediamento in area protetta di una specie che già era presente in passato. Relativamente al lupo sfatiamo il mito della sua reintroduzione nel Parco: il lupo è stato sempre presente nell’Appennino centrale e se negli ultimi anni il suo numero si è incrementato questo si deve a una qualità dell’ambiente migliore. Voglio segnalare che sebbene esista ancora il problema della predazione di animali da allevamento, il Parco insieme alle Regioni di riferimento ha organizzato strumenti preventivi e di compensazione: penso ai contributi per l’acquisto di recinti elettrificati ed ai rimborsi per i capi abbattuti. Non solo, il lupo svolge anche un’azione di controllo del cinghiale, un animale da sempre presente in Appennino, rispetto al quale il Parco ha messo in atto, da tempo, progetti di controllo per un monitoraggio costante e per un’azione di contenimento della popolazione, con risultati oggettivi, come dimostra la diminuzione delle richieste di rimborso per danni alle colture”.

Come si sa antiparassitari, anticrittogamici e diserbanti usati in agricoltura – in qualche modo – sono dannosi per le api. Un apicoltore però mi ha fatto notare che tra i problemi delle api allevate nella pianura Padana e quelle che vivono nelle alte colline o montagne incontaminate all’interno del parco non ci sono differenze abissali, ma diverse analogie. Come si spiega ciò?

“In realtà non ci risulta che gli apiari dei Sibillini abbiano problemi legati all’uso di fitofarmaci, né rileviamo una mancanza di fiori dovuta all’utilizzo di diserbanti. Certo, l’uso di tali sostanze chimiche gioca un ruolo negativo nel delicato ecosistema delle api anche in un contesto naturale come quello del Parco, tuttavia possiamo considerare questo rischio assolutamente contenuto. Problemi più seri sono invece legati a situazioni di parassitosi (l’acaro varroa) e al degrado genetico dell’ape autoctona ligustica. Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, insieme agli altri parchi nazionali dell’Appennino centro settentrionale, ha avviato un progetto denominato “Bee Safe” con l’obiettivo di salvare le api e gli altri impollinatori presenti nel Parco, a cominciare proprio dall’ape ligustica italiana, autoctona nel territorio dei Sibillini”.

Si potrebbe migliorare la frequenza del vostro notiziario?

“Sicuramente sì. Stiamo lavorando ad una rivisitazione grafica ed a una migliore organizzazione che ci consenta di assicurare una periodicità almeno bimestrale”.

Quanto conta per un territorio essere all’interno di un parco?

“Un parco vive non solo per tutelare il territorio, ma per valorizzarlo. Questo poi è un territorio di antica antropizzazione e per secoli si è riusciti a mantenere un equilibrio ottimale tra ambiente e comunità locali. Anzi, molto del mantenimento di questo stato naturale del territorio si deve proprio alla presenza dell’uomo, che ha saputo vivere in equilibrio con la natura. Il terremoto ha rappresentato un momento di cesura, implementando il rischio della desertificazione umana dell’Appennino e dei piccoli borghi. Creare le condizioni per una ripartenza è una condizione sine qua non per garantire un futuro a questi territori; il Parco ha e avrà un ruolo importante sul fronte della ricostruzione e i tanti finanziamenti già intercettati che stanno ricadendo sul territorio, frutto di progettualità condivise con i comuni ed altre entità territoriali, sono lì a dimostrarlo. Parliamo di milioni di euro che andranno a finanziare interventi infrastrutturali e di recupero, legati ai fondi straordinari messi a disposizione dal Ministero dell’Ambiente per un programma di interventi incentrati sull’adattamento e sulla mitigazione del cambiamento climatico; parliamo anche di risorse economiche importanti per la manutenzione straordinaria della rete sentieristica, che permetterà di recuperare presto i sentieri resi ancora inagibili, parzialmente o totalmente, dai recenti eventi sismici. L’azione di regia del Parco sul territorio si estrinseca anche grazie ad un altro importante strumento, la Carta Europea del Turismo Sostenibile (CETS), una strategia di sviluppo relativa a progettualità realizzate con la collaborazione di amministrazioni locali, operatori economici, gestori di attività ricettive, associazioni di categoria e di volontariato. L’articolazione dei soggetti interessati in gruppi di lavoro tematici ha permesso di premere l’acceleratore sugli aspetti di conservazione e promozione delle risorse naturalistiche, su politiche di sviluppo mirate, sul turismo, mettendo in rete importanti risorse sia sul piano economico che progettuale ed operativo: parliamo di circa 1,7 milioni di euro investiti nella conservazione ed oltre 13 milioni nello sviluppo.

L’applicazione delle zone economiche ambientali (ZEA), prevedendo agevolazioni e vantaggi fiscali per i comuni ricadenti nelle aree del Parco e per chi volesse aprire attività ecosostenibili, sarà certamente in grado di dare ulteriore slancio alla rigenerazione del tessuto economico, ma anche sociale, del territorio di riferimento”.

Quanto contano i visitatori e i turisti per l’esistenza del parco?

“Il turismo rappresenta senza dubbio la principale linea strategica del Parco, per il dovere di garantire ai visitatori la possibilità di godere di un patrimonio ambientale, naturalistico, paesaggistico, culturale e architettonico, unico e straordinario, potendo anche rappresentare un volano per la ripresa sociale ed economica del territorio, in grado di generare importanti ricadute locali, di incidere sui commerci e le attività artigianali tradizionali, di integrare opportunamente i redditi agricoli, nonché di stimolare nuove attività “verdi” con ricadute occupazionale. Il turismo come pilastro fondante di un parco quindi, ma a patto che si tratti di un turismo sostenibile, che sappia interagire con la natura ed i luoghi in un rapporto equo, consapevole e rispettoso”.

Cosa manca ancora per diventare un parco “ideale” (se esiste) e migliore?

“Non so dire se il Parco Nazionale dei Monti Sibillini possa rispondere al concetto di “ideale”, ma sicuramente le sue straordinarie peculiarità lo fanno essere un contesto ambientale unico e meraviglioso. L’obiettivo è che il Parco possa essere sempre più percepito, dalla popolazione che vi abita, come una straordinaria opportunità piuttosto che come un limite o un vincolo. Ma al concetto di ideale deve tendere non solo il Parco, ma anche il fruitore dello stesso, che deve essere consapevole di muoversi su un territorio bellissimo, ma fragile; anche in quest’ottica il Parco sta portando avanti un grande lavoro di sensibilizzazione, grazie alle sue guide e agli operatori dei centri informativi e di educazione ambientale”.

I numeri

Ecco alcuni dati aggiornati ad ottobre 2020. Naturalmente saranno più utili a chi vive lontano, ma non è detto che i marchigiani sappiano tutto.

Il parco, tra i più suggestivi del centro Italia,  è stato istituito nel 1993 ed ha sede a Visso (MC). Rientrando nella media nazionale dei parchi si estende per circa 70.000 ettari (700 km2) in Umbria e nelle Marche,  comprende le quattro province: Perugia, Macerata, Fermo ed Ascoli Piceno e sedici Comuni (Fiastra e Valfornace si sono uniti rispettivamente con Acquacanina e Fiordimonte).

Ma il cuore pulsante del Parco è la varietà floristica e faunistica. Vi sono: 1900 specie floristiche, 50 specie di mammiferi, 114 uccelli nidificanti, 16 rettili, 12 anfibi, due pesci (la trota mediterranea e lo scazzone) e 831 farfalle.

Venti  cime dei monti Sibillini superano i duemila metri, vi sono diciotto zone “speciali di conservazione”, cinque zone di “protezione speciale” e due  percorsi dedicati a tutti (anche a persone con difficoltà motorie). Zone “speciali di conservazione” sono delle aree in cui sono presenti degli habitat e specie animali e vegetali tutelati da norme della Comunità Europea. Zone di “protezione speciale” come le precedenti, ma riguardano solo gli uccelli.

Durante l’estate 2020, quando il Covid-19 sembrava aver attenuato la sua virulenza, c’è stata un’alta frequentazione di turisti in tutte le zone, anche quelle periferiche del parco.

www.sibillini.net 

Foto dell’Archivio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Eno Santecchia

Marzo 2021

Piccolo di camoscio. Foto di Sonia Menapace
Percorso E8. Foto di Giorgio Tassi
Nel regno del camoscio. Foto di Giorgio Tassi