La qualità della vita nelle zone montane

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Come migliorarla

In questa articolata conversazione l’arch. Adriana Malpiedi, attiva nel restauro di opere d’arte, approfondisce alcuni argomenti di attualità, facendo delle proposte per migliorare la qualità della vita degli abitanti della fascia sub appenninica delle Marche e di altre Regioni.

Cosa ci dice sullo spopolamento?

“Il fenomeno dell’abbandono della dorsale appenninica ha visto due fasi principali, la prima è quella riferita agli anni a cavallo fra il XIX e il XX secolo che ha visto un’emigrazione consistente verso le Americhe e l’Europa del nord, la seconda, più significativa, avvenuta durante l’ultima parte del secolo scorso quando il territorio montano è divenuto serbatoio di risorse per il pedemonte e la pianura per le nuove attività produttive. Forse nelle Alpi questo spopolamento è meno accentuato per la presenza di grandi stazioni turistiche (fanno eccezioni le Alpi Piemontesi e le Alpi Liguri).

L’Appennino certamente non è tutto uguale, pur essendo la struttura portante del nostro Paese da tutti i punti di vista. Ma negli ultimi decenni, da nord a sud, le zone costiere hanno risucchiato ogni genere di risorse, la costa ricca di prospettive e di stili di vita (come se la vita fosse una questione di target), di lavoro (l’industria calzaturiera) e di servizi, sono stati la causa e l’effetto dello spopolamento. Il declino delle attività tradizionali e la rottura del legame risorse locali-popolamento hanno portato alla destrutturazione dei sistemi economici, sociali e culturali tipici delle aree montuose.

Ma la montagna non ha mai perso il suo valore che è stato e rimane gigantesco se solo riuscissimo a guardarla con occhi diversi o nuovi, ma il modello economico; se questo cambia o si modifica può cambiare anche l’attuale rapporto con la fascia appenninica. I modelli economici cambiano ma ciò che ci comunica questo territorio resta! Durante questa pandemia chi di noi non ha desiderato di vivere non in un condominio trasformato improvvisamente in prigione, ma all’aperto, magari di fronte ad un panorama!

Forse oggi il miraggio di una vita ed una economia più facile comincia a vacillare. In un certo senso questo isolamento ha preservato ampi tratti di cultura, tradizione e paesaggio, ma quello a cui dovremmo pensare non è semplicemente la sopravvivenza dei luoghi, ma la possibilità di riviverli senza timore perché rivivere la fascia appenninica non significa tornare a vivere in un difficile e non meglio precisato medioevo”.

Come aiuterà la candidatura al MAB Unesco?

“Questo territorio è stato recentemente candidato per rientrare nel Programma MAB “L’uomo e la biosfera”, un riconoscimento internazionale avviato dall’Unesco negli anni ’70 con la finalità di individuare territori che rappresentano un modello di convivenza armonica tra uomo e ambiente offrendo, attraverso l’integrazione della biodiversità e della conservazione dei servizi ecosistemici nelle strategie economiche locali, soluzioni per le sfide future dell’umanità. Il progetto definitivo verrà presentato a Parigi per la valutazione finale a settembre 2020. Quindi sottolineiamo uomo e biosfera.

(Il programma mira a migliorare le relazioni tra le persone e l’ambiente in cui vivono, e a tale scopo utilizza le scienze naturali e sociali, l’economia e l’educazione per migliorare la vita delle persone e l’equa distribuzione dei benefici e per proteggere gli ecosistemi naturali, promuovendo approcci innovativi allo sviluppo economico che siano adeguati dal punto di vista sociale e culturale e sostenibili dal punto di vista ambientale. Il programma ha come obiettivo primario l’uso e la condivisione razionale e sostenibile delle risorse della biosfera. A tale scopo tende ad aumentare l’abilità delle persone di gestire in modo efficiente le risorse naturali, per il benessere degli esseri umani e dell’ambiente).

Come cita il progetto di candidatura al MAB UNESCO per l’Appennino Tosco-Emiliano: “Si vuole realizzare una crescita culturale e di consapevolezza che sproni le comunità locali ad investire nella formazione e nella motivazione delle risorse umane, soprattutto dei giovani. Il fine non è “soltanto” quello di farli rimanere sul territorio, ma di dare loro le  opportunità  di essere il perno attivo del flusso di servizi ecosistemici che emanano dalla riserva. È il capitale umano la principale “infrastruttura” su cui il territorio ha più bisogno di investire oggi per un suo sviluppo di qualità: un capitale umano che necessita di essere reso più consapevole e meglio formato sui valori e le eccellenze del proprio territorio, di comprenderne il potenziale attualmente attrattivo a livello nazionale e internazionale. Potrà così diventare protagonista di nuovi stili di vita e di lavoro, caratterizzanti una moderna comunità rurale, che, anche grazie all’ecoturismo, non rimanga ancorata al passato e isolata sul crinale appenninico, ma sia connessa e in sintonia con i paradigmi dei tempi della globalizzazione. La comunità locale può divenire un laboratorio di innovazione e sviluppo sostenibile … L’”educazione” alla sostenibilità non si intende rivolta solo agli studenti, ma anche all’intera comunità locale, agli operatori economici ed ai visitatori. Essa viene espletata a partire da un approccio fatto di innovazione, di sperimentazione ed esperienze di pratiche di sostenibilità. A partire dalla comprensione e sperimentazione dei fenomeni naturali in genere, l’educazione all’ambiente è e sarà sviluppata insieme con la conoscenza del territorio inteso come aula didattica preferenziale nella sua complessità””.

Quanto conta la presenza delle scuole?

“Questo è il motivo principale per cui in un territorio è di fondamentale importanza la presenza della scuola (soprattutto elementare), perché nella piccola comunità diventa un laboratorio didattico continuo per la conoscenza e la sperimentazione del territorio in tutti i suoi aspetti, da quello paesaggistico, geologico, culturale, biologico, di coesistenza di generazioni, di scambio …. di riflessione. Questa è la comunità consapevole! Come possiamo pensare che la gente torni nei paesi se nemmeno li conoscono o non riescono nemmeno ad immaginare come possa essere vivere in un borgo? Come fa un ragazzo ad innamorarsi del territorio se lo mandiamo a scuola lontano, dove non esiste nemmeno l’eco della montagna?

Le montagne si spopolano e, in alcuni casi, tornano a ripopolarsi limitatamente durante la stagione turistica da una parte la fuga dalle montagne, verso la valle e verso i grandi centri urbani, dall’altra lo stravolgimento dell’ambiente naturale in nome di un turismo spesso mordi e fuggi, di pochi giorni, che non riesce a fermare gli occhi su niente, che non può nemmeno lontanamente percepire il Genius loci, si limita mangiare o consumare una vista gradevole in mezzo a tanta altra gente, magari a sciare in una misera pista fatta di neve artificiale in mezzo all’erba!

Come scrive il sig. Leonardo Animali (ex presidente del Consiglio Comunale di Jesi) sul progetto editoriale “Terre di frontiera”: “L’abitante verrà soppiantato dal turista, il cittadino dal cliente. Lo smantellamento progressivo dei servizi sanitari e la malcelata privatizzazione delle prestazioni ospedaliere, nessun investimento, se non di facciata, sulla mobilità sostenibile a servizio degli abitanti, l‘apertura accondiscendente alle multinazionali dell’agroalimentare, con la reintroduzione di una moderna mezzadria del ventunesimo secolo, sono le azioni che accompagnano da tempo il progetto politico. Il terremoto, paradossalmente, è stato solo un evento catastrofico marginale, rispetto all’azione martellante da anni della politica. Un anziano che vive lungo la ciclovia, è già costretto a fare decine di chilometri per un esame diagnostico in tempi decenti; una donna che deve partorire è già indirizzata a farlo addirittura in un’altra Regione; un bambino che ha bisogno del servizio pediatrico ospedaliero deve essere portato dai genitori ad un’ora di strada””.

Cos’altro ci vuole?

“Io credo che non si possa prescindere dall’intelligenza e dal cuore altrimenti cadiamo in ricette che vanno bene per tutto a tutte le latitudini; ad esempio quella che sembra essere la panacea di tutti i mali come il turismo, l’unico e irrinunciabile strumento di cui ci siamo dotati. Ma di quale turismo vogliamo parlare? Quello che trasforma tutto in case vacanze? L’approccio folkloristico adottato finora non ha più senso e ancora meno l’idea di poter speculare su quanto abbiamo a disposizione senza, d’altra parte, né conoscerlo a fondo, senza averne cura, senza valorizzarlo, appunto. Non si può più parlare in termini di rendimento e basta. Non si può più parlare delle comunità montane solo in relazione ai servizi che offrono o non offrono. Bisogna smettere di giocare a fare accoglienza/turismo con le sagre, le manifestazioni storiche a tema senza nessun sentimento né della storia né del sacro, da cui in realtà hanno origine ed a cui sono finalizzate; a costruire agriturismi che sono uguali in tutto il mondo, piste ciclabili che vanno da niente a niente (servono solo a distribuire soldi agli amici) ecc. ecc. Nessuno ha nulla contro tutto questo ma è indispensabile una presa di coscienza e di responsabilità”.

Riti, antiche tradizioni e folclore.

“Ed i riti secolari dove sono? Chi se li ricorda i riti del fuoco, come quelli che accompagnavano il passaggio della Madonna di Loreto? I riti durante i temporali estivi che facevano buttare fuori dalla finestra gli alari del camino, i detti popolari, la produzione del sale dalle pozze salate dei fiumi…chi lo sa? Chi si ricorda i riti alla nascita dei bambini quando proprio nelle zone di montagna si faceva uccidere un verme con un dito al nascituro, rievocazione dell’uccisione del drago e del male. Le fate agli incroci stradali o ai fontanili, terrore dei bambini che si avventuravano di notte, e i mazzamurelli che ci bussavano per comunicarci Dio sa che cosa. I sacrifici animali in occasioni sacre. Oppure, ma vado a caso, le danze e i canti delle donne quando preparavano i dolci di Pasqua altrimenti non sarebbero venuti bene! I rosari davanti alle pizze di Natale accanto al fuoco, detti sottovoce, oppure quando si sgranava il granoturco. I racconti di guerra degli anziani, quelli dell’emigrazione in terra straniera … quanta gente di qui ancora potrebbe raccontare, magari la sera seduti davanti al bar come si faceva. I canti popolari in ottava rima, che potevano andare avanti tutta la notte, specie a carnevale. Il vestito nuovo per la festa, che ti risparmia una malattia! E i Santi dedicati preposti a lenire ogni genere di malanno … Potrei andare avanti a lungo, ci vivo io, ci ho vissuto, tutto mi ricordo, e anche molto altro, mi ricordo il senso del tempo e della vita, il tempo meteorologico che si capiva solo annusando l’aria e quello della vita, che rimaneva ferma d’inverno, quando la neve era tanta e nessuno si lamentava della propria sorte … anzi … della propria cometa!

Ricordo di una sera d’agosto, qualche mese dopo il forte terremoto, in cui raggiunsi Fematre per assistere ad una processione religiosa, come tante ce ne sono. Al tramonto quella strada sembrava un percorso anatolico dall’orizzonte imprendibile. Arrivata di notte, la tanto attesa processione che doveva raggiungere l’abbazia non ci fu, ce n’era un’altra: dall’abbazia, chiusa per i danni del sisma, una piccola processione, al buio, si muoveva dalla chiesa ad un’altra piccola cappella, all’interno del paese quasi deserto, preghiere e silenzio, piccole luci nel buio, tutto in movimento composto. Ecco, forse il senso di quello che voglio dire è in questa immagine, per cui non ci sono parole adeguate per descriverla, solo una grande meraviglia verso un mondo sacro e ancora poco conosciuto. Perché si dovrebbe venire in questi posti? Perché qui la vita che accade ha un significato preciso.

Ma questi sono argomenti seri che andrebbero discussi mettendo insieme tutte le parti interessate e iniziando un confronto lungo e approfondito e con una visione del futuro. E per visione intendo una visione senza troppo calcolo. Altrimenti può anche succedere che queste terre non rimangano semplicemente abbandonate ma vadano in mano a coloro che hanno intenzioni poco limpide, mossi solo da intenti speculatori”.

Un cenno alle problematiche derivanti dagli eventi sismici, purtroppo ricorrenti.

“Per quanto riguarda il terremoto, in una discussione fatta con il geologo Fabio Pallotta, si rifletteva sul fatto che l’Appennino camerte è sempre stato soggetto a terremoti, anche più violenti dell’ultimo, in maniera particolare uno del XIV secolo ed uno dell’XVII secolo. Non per questo la gente se n’è andata! Non se n’è andata perché non si lascia un territorio ricco di acqua, legname, pastorizia, agricoltura e altre risorse; se n’è andato e se ne va ora semmai sempre per lo stesso motivo, cioè il modello economico per il quale sono più favorevoli i territori di fondovalle.

Quali siano le priorità della classe politica io proprio non lo so, di certo dovrebbe essere selezionata in base al merito e magari dovrebbe conoscere a fondo il territorio, ma queste sono ovvietà. Non credo che ci sia qualcuno che si opponga alla rinascita dell’Appennino: semplicemente non se ne curano, o meglio, non ci credono”.

Quale nuovo modello di sviluppo propone?

“Esiste la possibilità di rimettere al centro di un’elaborazione di livello nazionale il ruolo che le cosiddette zone marginali possono avere nella costruzione di un’economia locale di nuova concezione. Per fare questo sono necessari molto pensiero, molta cura, molta conoscenza e molta politica, per arrivare a considerare la montagna come risorsa, slegandola, nell’immagine e nei fatti, dalla semplice logica del sussidio, rimarcando che sia un bene collettivo, e sostenuta nelle sue fragilità per esprimere tutte le potenzialità che possiede. Torno a dire che tutto questo sarà possibile solo se gli abitanti sono consapevoli e responsabili del loro territorio.

È ovvio che la montagna ha molti svantaggi, ma si dovrebbe poter riuscire a far emergere un territorio in equilibrio con le comunità, dando vita ad attività produttive funzionali al territorio in cui avvengono, forme di turismo sostenibile, agricoltura e selvicoltura di qualità. Le nuove generazioni devono essere il nostro primo pensiero: che raccolgano il testimone di volontà e tenacia delle popolazioni dell’Appennino e riportino in quelle aree la vita e l’operosità.

L’attuale modello di sviluppo sta facendo il suo tempo, mostrando i suoi limiti e tutta la sua miopia; il futuro va disegnato, ma il fatto che noi ancora non lo vediamo non vuol dire che non ci venga incontro; anzi, secondo me lo fa molto velocemente e accanto alle brutture e ai motivi di preoccupazioni che sono sotto ai nostri occhi ci sono altrettanti motivi per guardare il futuro con speranza perché abbiamo a disposizione tutte le conoscenze necessarie per iniziare ad operare un cambiamento positivo.

È di fondamentale importanza la presenza della rete veloce che ci permette di comunicare e lavorare anche da zone remote senza spostarsi”.

Come intervenire?

“Si potrebbe intervenire in diversi ambiti di cui alcuni citati: lo sviluppo dei parchi, la gestione forestale, lo sviluppo del pascolo, il ripristino delle fonti e l’utilizzo sostenibile dell’acqua (senza farsela rubare dalle multinazionali), la tutela della biodiversità, lo sviluppo e manutenzione di sentieri, la tutela del patrimonio artistico-architettonico, tutela e gestione del patrimonio edilizio, gestione e valorizzazione della fauna selvatica, gestione e ripristino della vecchia rete viaria (evitando di farne di nuove), agricoltura come presidio e tutela territoriale, produzione e promozione dei prodotti tipici locali e loro commercializzazione, salvaguardia della memoria dei luoghi e dei fatti storici. Anche ricerca del Genius loci, la forza dell’appartenenza, ambiente, formazione e cultura come risorse economiche, le piazze, le feste, i campanili identità di un territorio, il racconto, la musica, i teatri, come luoghi fisici e metafisici di comunità, necessità di sviluppo della banda larga.

I servizi alla persona si possono sempre ripristinare se ci sono le condizioni come naturale conseguenza della presenza di una comunità attiva. Ugualmente il turismo sarà l’effetto del potenziamento del territorio, ora sì, interessante perché vivo, un turismo che magari partecipa attivamente alla strategia di sviluppo sostenibile! Le possibilità ci sono e sono sul tavolo, bisogna iniziare e correggere il tiro, via via, con volontà”.

Quando sopra è un sentito ed accorato appello diretto ai politici, professionisti e abitanti, per far sì che vengano attuati dei provvedimenti e delle decisioni atti ad evitare lo spopolamento delle zone pedemontane e di alta collina.

Ritengo che abbia un notevole significato l’opinione del sig. Leonardo Animali, cittadino di Genga (AN).

Foto piccola a destra: polittico di Pietro Alemanno (1483), tempera su tavola, fondo oro.  E’ conservato al museo Diocesano di Ascoli Piceno.

Eno Santecchia

Dicembre 2020

 

Museo di Selinunte (TP), reperti restaurati.