Moda e sostenibilità

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La lunga strada della moda verso la sostenibilità

La giornalista e scrittrice americana Elisabeth L. Cline, di cui parleremo più avanti, ha scritto: “L’Italia coglie ed emana lo spirito essenziale della moda”; prosegue credendo che gli abitanti della Penisola riusciranno a traghettare la moda verso un futuro migliore. Una citazione che ci inorgoglisce e meritiamo.

La moda è una delle locomotive trainanti la nostra economia e uno dei motivi per i quali l’Italia gode di prestigio e stima a livello internazionale.

Da circa un decennio le case di moda, abbigliamento, calzature, borse, e le industrie tessili, sono state sollecitate, da più parti, a condurre una produzione sostenibile, ma ancora c’è molto da fare.

Finalmente era stato scoperchiato il vaso di Pandora: dalle loro filiere sono saltati fuori inquinanti, coloranti tossici, deforestazione, sfruttamento di lavoro e quant’altro. Sostanze chimiche tossiche e pericolose e coloranti di sintesi sono impiegati nei cicli produttivi di questo settore, compromettendo anche le risorse idriche. Rimpiazzati dalla chimica di sintesi, da troppo tempo per i tessuti non si usano più i coloranti naturali un tempo ricavati pazientemente da terre, piante ed erbe.

Greenpeace: dagli oceani al tessile

Di solito il telespettatore vede i volontari di Greenpeace nell’oceano Pacifico a bordo di fragili ma veloci motoscafi sfidare i cannoni delle baleniere giapponesi. Protagonista di interventi eclatanti, nell’ultimo decennio Greenpeace si è occupata anche di Alta Moda, perché, dietro le luccicanti collezioni, c’è una delle industrie più inquinanti della Terra. Durante le lavorazioni tessili sono usati circa duemila composti chimici. Anche il Ministero dell’Ambiente cinese considera la moda il terzo settore più inquinante, dopo il petrolchimico e la metallurgia, e cerca di capire cosa scaricano quelle manifatture nei corsi d’acqua. L’ex Celeste Impero oggi produce più del 10% dei prodotti tessili mondiali. Ho l’impressione che la lotta all’inquinamento in quella nazione sia ancora nella fase pionieristica.

Una situazione grave. È per questo motivo che anche Greenpeace ha deciso di passare all’azione con campagne e iniziative per spingere le case di Alta Moda a ripulire le loro filiere dalle sostanze chimiche pericolose utilizzate per produrre i nostri vestiti. Ha attivato blog, coinvolto influencer, e manifestato in modo plateale, all’esterno della settimana della moda di Milano del 20 febbraio 2013, con una modella che sfilava in verticale camminando su un lungo striscione appeso ad un muro. Esso raffigurava un guanto verde di sfida alle grandi case di alta moda con lo slogan “The fashion duel. Let’s clean up fashion” (Il duello di moda. Puliamo la moda). La bella Valeria Golino è stata testimonial di un loro spot, con la pelle sporca dei veleni dei tessuti.

Greenpeace ha fatto analizzare 27 prodotti di case d’alta moda francesi e italiane; in 16 di essi (otto italiani) sono state trovati: nonilfenoli etossilati, ftalati, perflorurati, poli fluorurati e antimonio. Queste sostanze, oltre ad essere rilasciate nei corsi d’acqua durante le lavorazioni, si accumulano negli esseri viventi e sono dei perturbatori endocrini, interferendo sul sistema riproduttivo, ormonale o immunitario. Da ciò non è esente l’abbigliamento per bambini.

Durante i cicli di lavorazione dei capi d’abbigliamento numerose sostanze chimiche pericolose sono scaricate nelle acque: in Cina e in Messico (come il salto di Juanacatlán sul rio Santiago) i fiumi e i laghi sono contaminati, come in altre zone del Sud del mondo. Greenpeace ha invitato più volte alle grandi firme di togliere le sostanze tossiche dalla catena di produzione dei tessuti.

Questa Ong  internazionale ha chiesto alle aziende del settore moda (abiti, scarpe, borse e cinture) di escludere dalle proprie catene produttive anche i pellami provenienti da allevamenti dov’è stata attuata la deforestazione illegale per fare spazio ad allevamenti intensivi di bestiame.

Incide anche il packaging, ovvero le grandi borse di carta consegnate dalle boutique insieme ad ogni acquisto di un capo d’abbigliamento: la citata Ong ha chiesto alle case Maison di usare solo carta riciclata o certificata FSC.

Secondo Greenpeace le multinazionali della carta, come April, abbattono le foreste pluviali indonesiane per preparare scatole e sacchetti di questo settore.

In un comunicato della medesima Ong, nella campagna Detox, iniziata nel 2011, si legge una frase significativa: “Mentre il lusso non è per tutti, l’inquinamento è per tutti”. Alcune case di moda e grandi aziende tessili hanno sottoscritto l’impegno Detox quasi subito, altre più tardi, impegnandosi a ripulire le loro filiere, facendo pressione sui fornitori, per produrre capi d’abbigliamento di lusso senza guastare l’ambiente.

Quanto si getta via

Il consumo mondiale di abbigliamento è aumentato considerevolmente, anzi negli ultimi venti anni sembra sia raddoppiato. Ciò ha causato una richiesta insostenibile di materia prime, compresi: pellami esotici, cashmere, seta e cuoio, con l’impatto globale che si può immaginare. Dagli armadi strapieni i vestiti, in ultimo, sono finiti nelle discariche.

Secondo dati Friends of Heart Europe, nei primi anni Dieci del Duemila, circa 5,8 milioni di vestiti vengono buttati in Europa, solo un quarto di essi è riciclato o va in beneficenza. In Gran Bretagna la percentuale raggiunge il 31%. Ciò corrisponde a 350.000 tonnellate di abiti usati per un valore di circa di circa 180 milioni di euro ogni anno. Mentre la metà dei vestiti potrebbe essere riusata, e un 20-30% sarebbe utile come materia prima per altre industrie.

Dal rapporto “Italia del riciclo 2010” si è rilevato un consumo annuo europeo di abiti, accessori e prodotti tessili di circa 10 kg per ogni abitante, per l’Italia circa 240.000 tonnellate, perlopiù smaltite con l’indifferenziato e in discarica, mentre la frazione tessile poteva essere riciclata. Mentre gli USA hanno prodotto 32 Kg anno a persona di rifiuti tessili, di cui l’85% è finito in discarica!

Bisogna ricordare che per produrre una semplice T-Shirt occorrono 2.700 litri di acqua, oltre all’inquinamento causato dai pesticidi per il trattamento delle piantagioni di cotone. Dal riciclo delle bottiglie di plastica si possono ottenere fibre di poliestere.

Dopo dieci anni, sembra ci sia un miglioramento.  La Camera Nazionale della Moda Italiana ha stabilito degli ambiziosi obiettivi circa la sostenibilità per la riduzione ed eliminazione delle sostanze chimiche nocive.

Dal rapporto 2019 “L’Italia del riciclo” si legge che il riutilizzo dei rifiuti dall’abbigliamento, scarpe e accessori, va dal 65% al 68%. Dal riciclo si ottiene circa il 29% per ottenere pezzame industriale (o materie prime seconde) per l’industria tessile, imbottiture e materiali fono assorbenti. Lo smaltimento si aggira sul 3%.

La moda sfrutta il lavoro nero?

Citando dati contenuti nel libro “Fabbriche invisibili. Storie di donne lavoranti a domicilio”, di Tania Toffanin (Ombre Corte 2016), il “New York Times” se n’è occupato in una inchiesta del 2018.

Sembra che anche le manifatture italiane abbiano utilizzato una parte di lavoro sommerso. Deborah Lucchetti di “Abiti Puliti” ha spiegato, in un’intervista concessa a Silvia Schirinzi e comparsa il 26 settembre 2018 su “Donna Moderna”, in sostanza che le filiere “Made in Italy” sono miste, cioè non si produce solo nell’azienda italiana ma anche nel sud Italia, con terzisti e lavoranti a domicilio, ma anche in aziende estere, ad es. in Bangladesh, sottoposte alla legislazione di quel paese. La Schirinzi ha giustamente evidenziato che i marchi italiani indipendenti sono rimasti assai pochi, la maggior parte fa capo ad holding francesi o internazionali.

Nello stesso articolo si riporta che il quotidiano “La Repubblica” ha svelato un dato di cui io credo pochi connazionali siano realmente a conoscenza. In Italia ci sono solo 2.100 ispettori del lavoro che dovrebbero controllare 4.300.000 aziende, per evitare lo sfruttamento del lavoro nero e il rispetto delle norme di sicurezza.

Riciclo

Qualche azienda italiana si è dedicata alla moda etica, come la “Quid”, fondata da una ragazza di Verona con un gruppo di amici: si creano capi d’abbigliamento da rimanenze di campionature di tessuti pregiati. Questi cinque ragazzi, dal 2012, utilizzano materie prime sostenibili e danno lavoro a donne con un passato di fragilità. La “Quid” ha vinto premi e riconoscimenti. Il loro stemma è la molletta che unisce l’ecosostenibilità con i valori sociali. La “Quid” realizza anche linee etiche e sostenibili, collaborando per grandi marchi come Calzedonia.

Da segnalare l’iniziativa degli anni scorsi di Intimissimi “Riciclare conviene”: a fronte della consegna di un capo d’abbigliamento intimo i negozi della catena hanno dato un voucher spendibile in sei mesi.

Molte start-up si stanno dedicando a lavorazioni a basso impatto con tessuti che non inquinano e progetti di microeconomia, anche per competere con le grandi Maison di moda. Esempi sono la pelle prodotta da vinacce d’uva, la fibra ricavata dalle arance, dalla fibra del faggio, dalle foglie di ananas o dal riciclo delle reti da pesca, tessuti colorati senza azoto. A Trieste la sartoria sociale Lister, nel laboratorio sito in un padiglione dell’ex ospedale psichiatrico, raccoglie materiali tessili dismessi e ombrelli rotti per trasformarli in borse, zaini, trousse, astucci e altro.

In un futuro, speriamo non troppo lontano, forse una buona parte dei capi d’abbigliamento potranno essere creati da materiali riciclati. Sembra che questo settore abbia bisogno di assumere migliaia di lavoratori.

Un certo polverone mediatico l’ha sollevato l’uscita del libro “Siete pazzi ad indossarlo. Perché la moda a basso costo (fast fashion) avvelena noi e il pianeta” (Piemme 2018), di Elisabeth L. Cline la quale non teme sparare a zero contro la moda a low cost che induce al consumo compulsivo “usa e getta” degli abiti.

L’autrice ha aperto uno squarcio nel mondo delle manifatture tessili. Le lavorazioni sono da anni delocalizzate in Cina, Bangladesh, Vietnam e Cambogia, dove i salari degli operai tessili sono diminuiti costantemente e i ritmi sono sempre più incalzanti.

Se la smania per i capi di abbigliamento economici non rallenta, questo settore rischia di produrre quasi un terzo delle emissioni di anidride carbonica mondiali fissate nell’accordo di Parigi.

L’indagine dell’autrice di questo libro dagli Stati Uniti si estende all’Europa, all’Italia e alla Cina. Negli Stati Uniti in un anno si vende l’incredibile cifra di 20 miliardi di capi d’abbigliamento!

L’uscita del libro della Elisabeth L. Cline è citata nell’articolo: “E se nel nostro armadio ci fossero troppi vestiti?” comparso il 19 aprile 2018 sul settimanale “Donna Moderna”. Mi fa sorridere il fatto che il titolo è stato sicuramente apposto dal titolista, ma l’autrice dell’articolo, Cristina Sarto, si è ben guardata dall’analizzare l’aspetto del comportamento femminile dell’acquistare molto ma … d’indossare poco.

Durante questo excursus nel mondo della moda, luogo dell’eleganza per eccellenza, non avremmo dovuto contaminarci con sostanze tossiche. Invece è accaduto, come dimostra il citato spot con Valeria Golino che ancora si può vedere in rete.

La donna della società post-industriale, attratta dall’invadente e onnipresente pubblicità, può essere presa dall’irresistibile desiderio di acquistare abiti di lusso o a basso costo, a seconda delle disponibilità economiche. Per fare un confronto diamo una sbirciata ad oltre 75 anni fa, quando i piccoli armadi non erano di certo caotici come quelli di oggi. Le nostre antenate avevano la cultura del vestito buono, lo custodivano con cura e lo sfoggiavano più volte, coscienti della scarsa disponibilità di denaro.  Anche oggi la donna può essere alla moda senza spendere grosse somme: importante che tenga presente l’ecosostenibilità.

Concludo con l’invito della stilista britannica Vivienne Westwood: “Compra meno, scegli bene, fallo durare” … e la Terra tirerà un respiro di sollievo!

Eno Santecchia

Settembre 2020

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