Le Marche e l’Unesco

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Verso lo sviluppo sostenibile

La prof.ssa Paola Calafati Claudi dall’inizio 2017 è impegnata,  con il “Club dell’Unesco di Tolentino e delle Terre Maceratesi” ODV,  a presentare nel territorio del cosiddetto cratere il programma  “Uomo e Biosfera” (Man and the Biosphere Programme MAB) per il riconoscimento di riserva mondiale della biosfera da parte dell’Unesco.

La proposta è stata valorizzata dalla Regione Marche, che ha voluto includere nella perimetrazione tutti i Comuni compresi nelle sette Comunità Montane marchigiane.

La candidatura ad oggi è in fase avanzata, poiché nel settembre del 2018 è stata inviata dalla Regione Marche al Ministero dell’Ambiente e alla specifica commissione tecnica la lettera d’intenti e il relativo studio di fattibilità. Attualmente si è nella fase di produzione del dossier di candidatura, che sarà inviato alla sede Unesco di Parigi, per essere sottoposto alla valutazione dei 169 Paesi membri.

In questo momento il Club sta lavorando in sinergia con l’Università di Camerino per sviluppare una parte del dossier di candidatura con il coordinamento del prof. Andrea Spaterna, prorettore e presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Secondo lei quale potrebbe essere la visione dell’Unesco della fascia appenninica marchigiana?

“L’UNESCO è una Agenzia dell’ONU che si occupa di scienza, cultura ed educazione per favorire il mantenimento di condizioni di pace in tutti paesi del mondo, quindi elabora e mette a disposizione documenti, riconoscimenti e programmi di valore internazionale e universale che ciascun può declinare nel proprio territorio adottando gli indicatori e gli orientamenti che l’UNESCO suggerisce. Se ben interpretati sono processi che devono essere attivati dal basso, cioè dai cittadini”.

Ciò può dare fastidio a qualcuno?

“La riposta potrebbe avere diversi livelli che contengono richiami alla globalizzazione, all’economia liberista, alla perdita di valori comunitari, alla massificazione mediatica, alle catastrofi naturali, alle modificazioni antropologiche, alla finanziarizzazione dell’impresa, allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e del loro abbandono. Tutto ciò ha contributo a orientare le scelte individuali verso i grandi agglomerati urbani. Secondo il “World Urbanization Prospects 2018” delle Nazioni Unite, nel 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane, dunque se si vuole ragionare sul ripopolamento di queste zone è necessario creare nelle persone un diverso immaginario, aspettative di esistenza diversi,  più orientato allo sviluppo sostenibile e alle sue implicazioni”.

Quando hanno influito i suoi viaggi in  Africa per apprezzare di più i luoghi vicini?

“Più che di viaggi parlerei di “permanenze” più o meno durature che mi hanno consentito di condividere la quotidianità con i locali, sebbene in condizioni più favorevoli e protette. In queste circostanze ho maturato l’opinione che noi occidentali ci siamo allontananti troppo dalla dimensione naturale per inseguire l’evoluzione tecnica e tecnologica fino a disconoscere l’innato istinto dell’uomo alla socialità autentica. Il “luogo” non è costituito solo dal paesaggio, ma dalla presenza dell’uomo e dai rapporti che stabilisce con l’ambiente e le persone. Dunque apprezzo di più quei luoghi più vicini dove il senso di appartenenza, di solidarietà, di inclusione sono più presenti e visibili nella quotidianità”.

Il dott. Daniele Salvi, nell’articolo intitolato: “Dal post sisma al post Covid” pubblicato su L’Appennino Camerte il 23 aprile 2020, ha scritto che la ricostruzione delle aree del Centro Italia colpite dal sisma, se non accompagnata da un progetto di sviluppo non sarà sufficiente a rilanciare i territori dell’Appennino. Quanto lo condivide?

“Più che di presenza parlerei di necessità di un progetto di sviluppo. Sull’argomento esiste da anni una letteratura scientifica accreditata, ma il processo di transizione e sedimentazione nelle pratiche di governo dei territori non è compiuto, con il risultato di avere da un lato una grande quantità di dati, ricerche, monitoraggi, modelli di sviluppo e buone pratiche, dall’altro delle evidenze territoriali che dimostrano l’inesistenza o l’insussistenza di un progetto partecipato con le comunità e quindi di azioni riconducibili a un disegno complessivo cui tutti tendono”.

Uno sviluppo sostenibile ed equo è davvero una priorità per i nostri politici?

“Lo sviluppo sostenibile dovrebbe essere il risultato della presa in carico da parte degli Stati dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 e dei suoi 169 target, ma sebbene sia diventato lo strumento di programmazione politica più popolare e citato a livello globale, i suoi contenuti non hanno trovato un concreto e diffuso riscontro. Al momento vengono recepiti come una sorta di check list per “osservare” territori e processi produttivi e sociali, e non come “mappa” per orientare le azioni e le progettualità dei diversi livelli di governance vero uno sviluppo sostenibile”.

La tanto decantata “transizione verso la sostenibilità” sarà una sfida teorica o messa in pratica davvero, stavolta?

“Le previsioni su un futuro di pratiche sostenibili non credo sia un esercizio utile. La contemporaneità ci sta dimostrando piuttosto l’insostenibilità dei modelli di sviluppo economico e sociale che sta spingendo l’umanità tutta verso il baratro della involuzione. Tuttavia credo che il patrimonio di culture e civiltà di cui l’uomo oggi dispone abbia ancora una potenza generativa e sosterrà le migliori pratiche verso l’autoconservazione”.

Cosa ne pensano i giovani delle sue idee?

“I giovani non devono essere indottrinati e considerarli automi a cui chiedere un semplice like. Bisogna mobilitare passioni, incoraggiare talenti, liberare energie positive, sostenere l’autostima e la capacità di sognare, renderli consapevoli della realtà e della loro autodeterminazione nel costruire un pensiero libero. La preoccupazione prioritaria non dovrebbe essere cosa i giovani pensano delle idee di qualcuno, ma se abbiamo insegnato loro ad averne delle proprie”.

E le persone mature che vivono sul posto?

“La definizione può indicare un aggregato di persone che di un luogo sono parte integrante; rappresentano la storia vissuta di ogni pietra, mattone, albero, corso d’acqua, sono i più autentici esperti del loro territorio e dovrebbero essere i primi protagonisti di qualsiasi progettazione territoriale”.

Come si potrebbero ripristinare delle condizioni di vita “normali” nei luoghi della fascia preappenninica davvero fuori mano?

“Non si può costringere nessuno ad amare qualcosa, qualcuno o uno stile di vita che un territorio e le sue caratteristiche impongono. I servizi, le strade, le infrastrutture sono tutte subordinate alla scelta iniziale e personale di vivere in luoghi marginali, isolati. Questi luoghi attendono solo che nell’immaginario collettivo vengano costruiti nuovi scenari di vivibilità capaci di attrarre interesse e passione. Tutto il resto verrà da sé”.

Eno Santecchia

Agosto 2020

Porta d’ingresso alla frazione di Vestignano (Caldarola MC)

Macina del vecchio frantoio di Vestignano

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