I mulini di Penna San Giovanni e Giuseppe Colucci

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Gli Statuti dei Comuni grandi e piccoli nella Marca Anconetana riservarono intere rubriche alle acque e ai molini. I Comuni arrivarono al possesso e alla gestione diretta delle acque e della molitura prima di quando accadde nell’Italia Settentrionale; comunque la proprietà delle terre su cui scorrevano le acque ed erano in funzione i molini restò ancora ai privati.

Prima dei Comuni e dei signori l’acqua era un bene economico richiesto dai vescovi nei luoghi delle Diocesi fin dal IX secolo; in materia di acque vigevano le consuetudines e i poteri locali dei vescovi e dei signori feudatari. Solamente sul finire del XIII secolo i Comuni ottenevano ampi poteri sulle acque.

Nel Codice Diplomatico Pennese sono nominati i molini e contrasti che la Comunità affronta con i signori che rinunciano ai diritti e ai castelli ma difendono con pervicacia cursus aquarum ed fossatos factos et faciendos. D’interesse il documento del 1265 relativo ai contrasti sui molini, ove si apprende che i signori Paganello, Giberto e Giovanni sono proprietari di molini in Tennacula, Berardo dei mulini ad insulam, che il discendente dei nobili di Plaromaldo, Teodino, vuole costruire un altro molino ad insulam, che potrebbe nuocere a quelli del Tennacola e di Canavarie, dato che l’acqua del Tennacola sarebbe insufficiente e comunque i molini di Teodino sarebbero inutili.

Il Colucci indicando il proprio tempo, scrive: “… di mulini due ve ne sono per macinar biade a comodo della popolazione. E quello di Ambedue nel fiume Tennacolo: Molino Vecchio fra S. Lorenzo e la contrada Lago (anticamente un luogo paludoso); Molino Nuovo al riscontro delle due Tenne, cioè Tennacolo e Tenna”.

Ancora negli anni ’60 del Novecento erano produttivi il molino di Fiore Mancini, il molino di Quirico Mancini, posti entrambi in contrada Molino e quello di Ferdinando Regoli chiamato Fiore, detto il Mulino vecchio, in contrada Grazi. Entro la fine degli anni Sessanta cessarono tutti la loro attività.

Lo storico Giuseppe Colucci

La sua era una nobile famiglia di antichi feudatari, probabilmente originaria di Colleluce di San Severino Marche.

Giuseppe Colucci nacque a Penna San Giovanni, in Provincia di Macerata, da famiglia di alto rango, oriunda di Sant’Angelo in Pontano, congiunta da affinità con quella che generò il taumaturgo San Nicola da Tolentino, il 19 marzo 1752; fu allievo del collegio dei Gesuiti a Fermo, eccellente negli studi teologici, filosofici, legali. Laureatosi nel 1781, fu lettore di giurisprudenza nella stessa Università di Fermo, protonotario apostolico nel 1784, membro dell’Accademia Clementina nell’anno seguente, cittadino e patrizio di Camerino e di altre città delle Marche, favorito del cardinale Guglielmo Pallotta, protettore della Regione, tenuto in alta considerazione da Pio VI, rifiutò per amore dei suoi studi una Segreteria di nunziatura, che gli avrebbe aperto la carriera diplomatica.

Eletto professore di storia e geografia nella medesima Università, per le ottime referenze della sua dottrina e del civismo, nell’anno seguente fu Vicario generale del fermano cardinale Cesare Brancadoro nella Diocesi di Orvieto; lo seguì con lo stesso ufficio quando il porporato venne trasferito da Orvieto alla nativa Fermo, come Arcivescovo della Diocesi. Benché tornato nella propria terra il gravoso impiego non permise al Colucci la diffusione di altri scritti; per vario tempo aveva retto da solo la Diocesi fermana che l’amico arcivescovo aveva dovuto abbandonare per aver rifiutato di prestare giuramento di fedeltà all’impero napoleonico.

Il 16 marzo 1809 il nobile Abate moriva, lasciando incompiuta molta parte dell’opera sua; Giuseppe Vogel (Joseph Anton Vogel 1756-1817), un sacerdote emigrato dalla Fiandra francese, contribuì con competenza alla preparazione delle Antichità Picene fino al 31° tomo, stampato nel 1797. Restano ancora i venti volumi d’inediti conservati nella biblioteca Mozzi-Borgetti di Macerata.

Non vi è stato alcuno che abbia condotto studi seri sul Piceno, senza valersi dell’opera del Colucci come principale fonte d’informazione, perché in qualsiasi trattato o dissertazione, a voce o per iscritto, che parli delle Marche, il Colucci è nominato.

Foto a destra: mulino Vecchio in contrada Grazi foto del 1984 di Piergiorgio Bravi.

Giambattista Bravi

Luglio 2020

Domus apta alma quies. Penna medioevale, dipinto murale a secco 200 x 130 cm.

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