Quando la pubblicità scivola nel ridicolo

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Una volta si diceva: “La pubblicità è l’anima del commercio” oggi, dopo i disastri causati dal consumismo selvaggio, è meglio riportare la citazione di Ennio Flaiano: “La pubblicità unisce sempre l’inutile al dilettevole”.

Pur di far vendere, la pubblicità crea falsi bisogni. Ma non esistono solo gli spot ingannevoli per i quali si può richiedere l’intervento dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). Come per le pratiche commerciali scorrette.

Quindi non sempre vuol mistificare, a volte si rende ridicola. Ecco tre esempi.

Uno spot televisivo di qualche settimana fa sul biologico di un produttore di pollame è improbabile, poco credibile, perentorio e ripetitivo. Vediamo perché. Compaiono fugacemente alcuni polli che vorrebbero correre. Chi ha una infarinatura di conoscenze agresti può notare che quei polli, pochi minuti prima del video, stavano stretti in una gabbia dove hanno trascorso tutta la loro breve vita. Non hanno mai visto il cielo, il sole, la terra e l’erba di un prato. Si muovono a tratti come impazziti, alla ricerca della libertà agognata ma a loro preclusa. Si nota il piumaggio spennacchiato dei polli in gabbia, che si beccano tra di loro.

Le galline e i polli di campagna sono tutt’altra cosa: hanno un piumaggio ben curato, razzolano felici nell’aia e sanno muoversi benissimo anche nei campi, di giorno. Le galline vivevano alcuni anni e quando diventavano vecchie “facevano buon brodo”. Il tardo pomeriggio rientrano presto, da soli, nel pollaio.

A tal proposito ricordo l’eclisse solare totale della mattina di mercoledì 15 febbraio 1961, la più importante del XX secolo.  Passando vicino ad una casa di campagna e facendosi buio, notai che le galline rientrarono da sole nel pollaio, sebbene il giorno fosse appena iniziato.

La seconda pubblicità è macabra:  è comparsa su un bimestrale cartaceo di una associazione, invita a rivolgersi a loro nel caso i tour operator abbiano rifilato un pacchetto turistico mai “decollato”. Uno scheletro umano seduto con le gambe accavallate sulla panchina di un aeroporto ha vicino una valigia. Lascio ai lettori eventuali commenti.

La terza, come la prima, sa più di presa in giro; è uno spot televisivo di una azienda. In una grande stalla un “presunto” allevatore scarica da una carriola una balla di paglia, che si vorrebbe far credere fieno, da dare a mangiare alle mucche.

Il fieno è foraggio secco e conservato all’asciutto che si usa per i quadrupedi fin dalla notte dei tempi d’inverno, quando i prati sono spogli. Ma in quello spot è paglia completamente gialla, nessuna mucca la mangerebbe volentieri. Si usa come lettiera. Solo in caso di grave crisi si mescolava il fieno con un po’ di paglia; da noi era chiamata mestica.

Oggi nessuno si sognerebbe di dare da mangiare alle mucche da latte della volgare paglia, povera di nutrimento. Ho ascoltato più di una volta scherzare degli uomini al riguardo: “Se vuoi che la tua mucca mangi la paglia, le devi mettere gli occhiali verdi”. Le mucche dei grandi allevamenti sono nutrite con insilati e mangimi, ma spero conservino ancora un buon olfatto per distinguere il fieno dalla paglia.

I pubblicitari saranno pure esperti sulla composizione dell’atmosfera di Marte e sui buchi neri ma (a volte) perdono il contatto con la realtà terrestre.

Per evitare che la creatività sfoci nel ridicolo, suggerisco di migliorare le loro conoscenze di cultura generale. Sarebbe utile anche qualche soggiorno in una fattoria di campagna, meglio se a produzione biologica, o almeno in qualche agriturismo dotato di animali domestici. Senza conoscere e sapere non si possono trasmettere dei concetti o dei messaggi corretti.

Eno Santecchia

1 febbraio 2020

 

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