Le gioie della Diplomazia

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Ambasciatore d’Italia, scrittore, storico e  saggista, collabora con la rivista di storia “BBC History”, il dott. Domenico Vecchioni mi ha pregiato rispondendo ad alcune domande. Ha collaborato con riviste di politica internazionale e di intelligence ed ha pubblicato oltre trenta volumi, molti di storia dello spionaggio.

Il lettore medio, spesso, sa poco degli accordi diplomatici, ecc. tra le nazioni. Che cosa può dire al riguardo?

“Per due motivi principali. Da una parte, il lavoro del diplomatico è per forza di cose discreto e riservato. Eventuali “esternazioni” potrebbero in effetti incidere negativamente sull’andamento di un negoziato. L’opinione pubblica quindi ne viene informata a cose fatte (se i negoziati sono andati a buon porto…). Dall’altra, sui media persiste una certa idea della diplomazia, una diplomazia cioè superata dai tempi e dalle circostanze. La diplomazia delle “tartine e dei cocktail”, classica idée reçue del diplomatico che passa il tempo tra ricevimenti e cerimonie ufficiali. Il che è profondante sbagliato. La “rappresentanza”, cioè, è oggi uno strumento di lavoro del diplomatico, non certo un fine. Anzi, è un’attività che si aggiunge ai già pesanti impegni che è tenuto a svolgere in vari settori: politico, commerciale, culturale, consolare, stampa, sicurezza ecc.  Ma prevalendo ancora, per una certa diffusa ignoranza, l’immagine del diplomatico ottocentesco, i media ne parlano poco e quando ne parlano il “lettore medio”, come lei dice, se ne disinteressa”.

Nazioni come l’Argentina, il Brasile e tante altre, pur ricche di risorse, per lunghi decenni non sono (o non sono state) governate bene. Come si può spiegare che in lunghi periodi non abbiano avuto politici dediti al bene comune?

“Se ci fosse una risposta chiara alla sua domanda, capendo cioè il meccanismo del mancato sviluppo, avremmo trovato anche il modo di evitare che paesi potenzialmente molto ricchi, come il Brasile e l’Argentina, si ritrovassero ciclicamente di fronte ad enormi problemi di carattere economico, sociale, di sviluppo, di tenuta del paese. Difficile dunque dire perché, quali ne siano le cause e in ogni caso la risposta non potrebbe essere espressa in poche righe. Numerosi, in effetti, sono i fattori che bisognerebbe prendere in considerazione: storici, politici, economici, commerciali, finanziari, etnici ecc. Ma di certo un ruolo importante lo hanno svolto le classi dirigenti di quei paesi, nel bene (meno spesso) e nel male (più spesso). Prendiamo ad esempio l’Argentina. Prima della seconda guerra mondiale, l’Argentina si poteva considerare un paese ricco e sviluppato e figurava addirittura tra i paesi “creditori”. Un paese che si arricchì ulteriormente vendendo durante la guerra i suoi preziosi prodotti agricoli (carne e grano) ai due campi contrapposti. Poi però Juan Perón, con la sua politica socialmente molto avanzata (generosa certo, ma ignara degli obblighi imposti dalle leggi economiche), utilizzò tutte le immense riserve dello Stato in favore dei suoi descamisados, i quali ovviamente gli furono e gli sono grati. Tuttavia, sia pure per nobili motivazioni, Perón finì per svuotare le casse dello Stato, non riuscì ad alimentare un processo autonomo di sviluppo e portò il paese al fallimento. E all’inevitabile colpo di Stato militare”.

Siamo sicuri che il “metro” per valutare il buon governo usato dagli europei sia quello giusto?

“Questa è una domanda attualissima e complicatissima. Ma se vogliamo sintetizzare in poche parole la risposta, si potrebbe dire che il buon governo è quello che riesce a stabilire un “giusto” equilibrio tra diversi motori dell’economia: sviluppo, crescita, occupazione, controllo dei conti pubblici (debito e deficit), salute finanziaria (borse), redistribuzione sociale ecc. L’UE negli ultimi anni ha privilegiato piuttosto la tenuta dei conti pubblici e l’ordine finanziario, mettendo così in grandi difficoltà paesi (Grecia, Cipro) che invece invocavano interventi per la crescita e lo sviluppo. Tuttavia più di recente gli orientamenti di Bruxelles sembrano essere diventati più ragionevoli, riconoscendo maggiore priorità a investimenti e crescita. Visto che anche la Germania, la locomotiva economica dell’Ue, è praticamente in fase di recessione tecnica, con un Pil che non cresce…”.

Visitando una nazione, spesso, mi sono reso conto: ciò che hanno scritto i giornali italiani (o internazionali) non corrisponde a ciò che si percepisce parlando con la gente comune. Come vede queste discrepanze?

“Dipende dal modo di fare giornalismo. Ci sono giornalisti seri e meno seri. I seri si documentano, studiano, elaborano le informazioni ricevute e parlano anche con la gente comune. I meno seri si basano, anche per rapidità, piuttosto su fonti ufficiali, partitiche e… su quanto scrivono gli altri giornali politicamente affini. E’ inevitabile quindi che un giornalismo superficiale e disattento finisca per dare un’immagine del paese che non corrisponde alla realtà. Insomma è un po’ la stessa differenza che si riscontra tra i corrispondenti di guerra. C’è chi scrive il proprio pezzo comodamente seduto al bar dell’Hotel Hilton del paese in guerra e chi, invece, si avvicina quanto più possibile al teatro delle operazioni per avere meglio il polso della situazione. Chi dei due scriverà l’articolo più credibile?”.

Qual è stato il periodo d’oro della diplomazia italiana?

“Se andiamo a ritroso nel tempo direi la Venezia medioevale. La Repubblica di San Marco, in effetti, fu maestra nello stabilire e gestire le relazioni diplomatiche. Gli ambasciatori veneziani con le loro “Relazioni” e il loro “Dispacci” crearono la grande tradizione diplomatica europea. Molti paesi si ispirarono al modello veneziano. In tempi più recenti farei riferimento agli anni del secondo dopoguerra, quando la diplomazia italiana riflesse del paese un’immagine superiore a quella corrispondente alla classe dirigente del momento. L’epoca insomma dell’adesione dell’Italia ai grandi organismi internazionali, ONU, NATO, CEE, adesione che non era affatto scontata dopo vent’anni di fascismo, una guerra perduta e i pregiudizi che ancora pesavano su di noi. La nostra diplomazia giocò nei relativi negoziati un ruolo determinate nella prospettiva di ridare all’Italia il posto che meritava nell’ambito della Comunità internazionale e per la sua adesione a istituzioni che avrebbero garantito pace e sviluppo”.

Qual è stata la crisi o il grave evento che l’ha impegnata molto come diplomatico?

“Il periodo forse più interessante che ho vissuto come ambasciatore è stato a Cuba, nel 2006, quando Fidel Castro si ammalò gravemente e passò le leve del potere al fratello Raúl. Fu un periodo di grandi incognite, interrogativi, speranze e aspettative per il futuro del Paese … Tutti cercavano di capire cosa avrebbe fatto il “fratello minore”. Avrebbe governato all’insegna della pura continuità o avrebbe adottato misure di disgelo politico e aperture economiche? Le mie riflessioni le ho successivamente raccolte in un libro dal titolo “Raúl Castro, il rivoluzionario conservatore” (Greco e Greco)”.

L’intervistato è un fine narratore di storie di spionaggio; ho apprezzato molto il suo garbo magistrale, la chiarezza e la capacità di sintesi nel volume: “Le dieci donne spie che hanno fatto la storia”, Edizioni del Capricorno (2019), e alcuni articoli sulla rivista “BBC History”.

Eno Santecchia

Ottobre 2019

Sede della Commissione Europea a Bruxelles

Monumento a Cervantes Madrid

 

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