Ricordi della fanciullezza

Print Friendly, PDF & Email

Il prof. Rossano Cicconi ha trascorso l’infanzia nella frazione Morico, più vicina a Cessapalombo che a San Ginesio, suo capoluogo comunale. La ricorda con piacere rispondendo ad alcune domande.

Negli ultimi 220 anni sono state numerose le scosse sismiche che hanno colpito quei luoghi accoglienti  e ricchi di bellezze naturalistiche. Ritornare a scriverci oltre che un piacere è un dovere.

Racconti al lettore i suoi migliori ricordi da piccolo a Morico e dintorni.

“Uno dei periodi più belli della mia vita, per quanto posso ora giudicare, è stato quello dell’infanzia trascorsa a Morico, con la scuola elementare di fronte alla mia abitazione, il prato per la ricreazione e il ripido e brevissimo sentiero (“stradello”) che in quei frangenti mi permetteva di scendere con tre salti sulla strada provinciale sottostante (allora imbrecciata), di attraversarla e di trovarmi di fronte il grande portone di casa, di salire le scale e di arraffare a gran velocità la colazione preparata da mia madre: di solito pane e “ciauscolo” come spesso si usava. C’erano poi i tanti amici del paese, che ogni tanto rivedo ancora con piacere e che ricordo in una foto di gruppo della IV elementare dell’anno scolastico 1954-1955: la maestra Adelaide Bocci, che riposa nel cimitero di Morico, e i miei compagni di classe Pinetto Piersanti, Leide Riccardi, Luciana Meschini, Onorina Marchetti, Mariella Napoli, Peppino Ferrazzoli, Corrado Pontillo, Renzo Sancricca, Solidea Carfagna e un ultimo alunno di cui non ricordo bene il nome (forse Roberto Corradini). Non mancava la “pesca” dei gamberi sul Fiastrone, la cattura dei girini nel fosso, la ricerca dei nidi degli uccelli canori, le lotte di “supremazia” tra di noi, le prime simpatie verso le “femmine”, il “furto” delle ciliegie, dell’uva e di ogni frutto campestre disponibile e tante altre cose che ci riempivano la giornata, fino a quando verso sera si ritornava a casa per fare i compiti”.

Che cosa ricorda dei luoghi vicini visti insieme con amici durante le camminate?

“Non molto, per la verità, dal momento che dagli 11 ai 24 anni e più sono stato quasi sempre “fuori paese”. Ricordo però bene una “gita di istruzione” in V elementare con il maestro Noè Bracci, che ci volle portare nei pressi del “Poggio Rivellino” (sede dell’antico castello di Morico, di cui però nulla rimane), per farci osservare i piccoli anfibi (tritoni e salamandre) che a quel tempo abitavano alcune pozze d’acqua del posto (questo quando “esistevano le stagioni”). Rammento che il percorso da fare prevedeva di superare il piccolo abitato di Pesindolo. quello delle Piane e quindi di attraversare un ruscello, tuttora vivo, denominato dal popolo “Liratu”. Poiché da ragazzo ero molto vivace, nell’occasione volli fare lo spavaldo e mettermi in mostra forse per acquisire meriti di fronte ai compagni e tentai il “salto del ruscello”, che tuttavia non riuscì: mi trovai bagnato e infangato con il buon maestro che mi rimproverò e mi rimandò a casa per sentire i rimbrotti di mio padre (non era ancora invalso l’uso odierno di prendersela con gli insegnanti a prescindere)”.

Cosa ci dice delle varie osterie che si trovavano una volta a Morico?

“Fino ai 18-20 anni, quando in estate ritornavo in paese, i divertimenti serali erano pochi: balli per adocchiare le ragazze, alcuni film di cartello nei paesi vicini forniti di sala cinematografica, la classica partita all’osteria in quattro a briscola o a tressette nelle osterie deputate che erano le seguenti: “Osteria del Gallo” al piano terra della grande casa dove abitava anche la mia famiglia tenuta da mia nonna Barbara (per tutti Barberina), una donna minuta ma di estrema mitezza e di generosità senza pari; la vicinissima “Osteria del Tramonto” di Giuseppe Biaggi (“Peppe de Cocè), che frequentavamo anche per sentire le barzellette e le storie che raccontava, ma soprattutto in attesa che la moglie Francesca (“Checca”) gli portasse da casa la cena, cioè una zuppiera (“curtisciana”) colma di 800 grammi pesati di spaghetti fumanti al pomodoro che lui faceva tranquillamente sparire con nostro grande stupore; “Osteria dell’Alba” gestita da Ginetta (cara amica dell’altra mia nonna Teresa) nella sottofrazione di Pesindolo; “Osteria di Barbò” (Pietro Frascarelli) di Cessapalombo, locale praticato solo per qualche occasione particolare in quanto fuori territorio”.

Cosa ha udito raccontare sulla leggenda del “tesoro” alla Città?

“In verità non ho mai sentito nessuno parlare di “tesori” né alla “Città” né in altri luoghi del circondario”.

Ci racconti cosa vide, e sentì durante gli scavi alla Città?

“A quel tempo ero un ragazzo di 12-13 anni e ricordo solo di aver osservato con curiosità presso il municipio di Cessapalombo, in una stanza al piano terra, un armadietto dove erano custoditi alcuni reperti trovati proprio allora (aa. 1956-1957) durante gli scavi eseguiti dal capitano Armando Annavini, originario del luogo, grande appassionato di archeologia e amante del territorio”.

Cosa si ricorda di coloro che parteciparono a quelle ricerche?

“Non ho conosciuto di persona Armando Annavini, ma ricordo con chiarezza le escursioni fatte da ragazzo alla “Città” con Pinetto Piersanti e Daniele Sbaffoni. Si partiva alla mattina molto presto con la sveglia che veniva data con sommo sacrificio da me, che passavo a chiamare Daniele tirando sassolini alla finestra della sua camera e insieme si andava con pochi passi alla volta di Pinetto a fare la stessa cosa. Si partiva poi per Pesindolo, Piane, Pian di Castagne, si passava di fianco al Poggio Rivellino e si arrivava sulla spianata della “Città”. Si piazzava una piccola canadese e sotto il sole cocente dell’estate si cominciava la caccia ai “coccetti” di varia natura che affioravano dal terreno (frammenti fittili di colori diversi), preda naturale di noi esploratori, con Pinetto che fungeva da esperto di quelle antiche civiltà perché istruito in materia da suo padre Gaetano. Ma la cosa forse più affascinante, alla vigilia della partenza, era la ricerca degli alimenti da consumare sul posto (per le bevande credo che bastasse l’acqua). A quel punto infatti interveniva ancora Pinetto, di animo sempre generoso e di famiglia più che benestante, il quale attingeva a piene mani nell’ampio cassetto di un comò ricco di ogni tipo e qualità di prodotti in scatola: tonno, alici, sardine, olive farcite e sicuramente anche altro che faccio fatica a ricordare: una pacchia memorabile! Penso che dipenda da ciò la predilezione che ancora nutro per quei cibi e in quelle confezioni”.

Gli scavi durarono poco e poi furono abbandonati, altrimenti avrebbero portato ricchezza con l’afflusso dei turisti in quei luoghi così belli.

“La Sovrintendenza di Ancona non parve attribuire allora, ma nemmeno dopo, eccessiva importanza agli scavi della “Città” e preferì non impegnarsi più di tanto. In questi ultimi anni però, e nonostante i danni provocati dal terremoto nel 2016, il “Giardino delle Farfalle” di Patrizio Guglini e Fabiana Tassoni di Montalto di Cessapalombo, con vista sulla “Città” e sul castello di Montalto, sta portando avanti un percorso di conoscenza storica e naturalistica del territorio aperto alle scuole e al turismo con ottimi risultati”.

Eno Santecchia

Settembre 2019

Classe 1954-55

Tags: , ,