Steli nelle Marche

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A gennaio 2019 è stato pubblicato il primo volume del saggio: “Le radici mediterranee dell’Europa per una nuova visione della storia” di Medardo Arduino, con la collaborazione di Fabrizio Cortella (Edizioni Medardo Arduino).

Un corposo tomo di 297 pagine corredato di sei tavole con disegni a tratto di reperti archeologici eseguiti dall’autore. È un’ampia carrellata storica dalla preistoria al crollo dell’impero romano, riguardante le civiltà picena, etrusca, celtica e altre, principalmente dell’Italia centrale.

Un incontro con l’arch. Medardo Arduino ci chiarisce alcuni aspetti. La curiosità accesa qui stimola a leggere il volume. Come si sa la storia dei libri scolastici non è attraente da leggere; certi argomenti sono solo accennati o non trattati.

I temi delle ricerche dall’architetto Arduino sono la ricollocazione migliorata nella cronologia delle testimonianze più significative di cultura materiale centro-italiana. Arduino dà più peso alla cultura materiale (oggetti, edifici, palazzi, chiese e strade) piuttosto che alla cieca fede nei documenti.

Tre anni fa uscì il suo libro “Le Marche un patrimonio da rivalutare” contenente trenta secoli di storia della nostra Regione. Pur bene accolto il volume aveva preso troppo dalle sue sintetiche relazioni di lavoro. Così hanno rilevato tanti lettori. Così l’autore ha pensato di ampliare la trattazione aggiungendo, tutte le informazioni di contorno che lo rendono più scorrevole e facile da leggere, associando altri risultati delle sue ricerche. Queste modifiche, integrazioni e miglioramenti sono confluiti in due nuovi volumi, per ora è stato andato in stampa solo il primo. Il titolo è stato cambiato perché ora contiene il ciclo culturale piceno nel contesto della cultura mediterranea europea e i suoi rapporti.

Il volume ha avuto la collaborazione dello storico dott. Fabrizio Cortella. Il testo è stato esaminato da due prospettive diverse: umanistica da Cortella e tecnologica da Arduino. I due hanno in comune la conoscenza dell’economia, del commercio e della logistica.

Il risultato a quattro mani è che ora si può presentare una visione organica dell’evo antico, nel quale il contributo italiano (piceno ed etrusco) è paritetico e non subordinato alla cultura greca.

A parere dell’autore la convinzione che la nostra cultura provenga in gran parte dalla Grecia è frutto dei lavori del tedesco Johann Joachim Winckelmann e del neoclassicismo.

Arduino documenta nel volume che quando in Grecia si stava crescendo qui nel Piceno e nell’Etruria si era giunti a uno stadio molto più avanzato nella produzione metallotecnica (bronzo e acciaio) esportata in tutto il mondo conosciuto all’epoca.

La società etrusco-picena ha sviluppato un proprio modo di scrivere a sostegno delle sue necessità economiche, che si è amalgamata con le altre scritture mediterranee. Il piceno antico come l’etrusco non è ancora completamente tradotto. Nella stele i nomi si leggono, ma il contenuto delle frasi è incerto.

A Mogliano (MC) località Colle di Santa Caterina, nel 1955, i fratelli Ermanno ed Enzo Astolfi ritrovarono una stele funebre di pietra arenaria alta circa un metro e larga circa 40 cm. Il rinvenimento avvenne nel corso di lavori nel loro podere; la stele fu conservata e in seguito donata al museo Archeologico di Ancona. Dove oggi si può vedere, insieme ad altre quattro steli picene.

La stele è attribuita al periodo di massimo splendore piceno (VI secolo a. C.). Secondo Arduino le tecniche usate nel distacco di quello scheggione di cava e, soprattutto, le tecniche di scrittura dell’epigrafe scompaiono nella prima età del ferro, sostituite da attrezzi più efficienti con i quali sono state scritte le più recenti steli di Servigliano e di Loro Piceno. Tali steli erano poste al centro del tumulo funerario di persone di elevato ceto sociale.

Come mai non sono furono eseguiti degli scavi archeologici a Mogliano, nella zona del ritrovamento?

“Perché la stele è stata trovata sepolta nel terreno, ma è probabilmente “migrata” dal posto originario per cause naturali (frana, smottamento, dilavamento, ecc.). L’antropizzazione nelle Marche e antichissima, come l’agricoltura stanziale perciò, c’è una grande sovrapposizione di strati archeologici. Nell’antichità i cimiteri erano posti fuori dalle zone arabili, sui dossi delle colline. Con la meccanizzazione agricola le zone arabili si sono estese moltissimo toccando le necropoli meno profonde. S’iniziò intorno all’Ottocento con l’aratro trainato da due robusti buoi in grado di dissodare uno strato più profondo. In precedenza, quando erano trovati tumuli, essi erano saccheggiati facendo perdere moltissime informazioni”.

Che cosa propone?

“Il rimedio moderno è l’archeometria non invasiva (misure elettriche, foto aeree con i droni, termometria, infrarossi, ecc.). Gli strati più antichi sono sepolti sotto la nostra civiltà, le tracce ancora leggibili della grande civiltà picena sono le strade. Le Marche hanno in Italia la più alta densità per chilometro quadrato. Le strade denunciano la presenza di intensi commerci”.

Ci parli un po’ delle altre steli accennate?

“Non sono un epigrafista, so valutare solo le tecniche usate nella scrittura. Quella di Mogliano è ottenuta per “raschiettatura”, anziché uno scalpello si utilizza un raschietto. Questa tecnica si usava quando i metalli non erano così duri da incidere convenientemente la pietra.

La stele di Servigliano, invece, è stata scolpita in modo rudimentale con uno scalpello, forse di bronzo. Mentre le steli più recenti (VI secolo a. C.) come quelle di Penna Sant’Andrea (museo di Chieti) sono state realizzate con strumenti d’acciaio. Ciò significa che tra la stele di Mogliano e quella di Penna di Sant’Andrea possono essere passati mille anni”.

Quindi?

“Non ci si deve stupire perché dagli esami tecnologici sull’ascia di rame dell’uomo di Similaun (Ötzi) risulta che provenga da Campiglia Marittima (LI). Il rame di quell’ascia, un attrezzo per scuoiare, aveva delle inclusioni caratteristiche solo dei giacimenti toscani  di Campiglia Marittima.

Ötzi aveva tutti gli attrezzi del cacciatore: arco, frecce con punte di selce, un coltello di selce, l’ascia per scuoiare, si proteggeva con stivaloni di fibra vegetale.

L’ascia di Ötzi, un cacciatore di stambecchi della zona dell’attuale Bressanone, con il C14 (radiocarbonio) è stata datata 3300 a. C.; questa scoperta sposta di mille anni indietro tutta la cultura centro italiana. Mille anni prima della precedente datazione ufficiale di manufatti toscani (cultura di Rinaldone). L’inizio convenzionale dell’età del rame era stato localizzato nei Carpazi e datato 2500-3000 a. C.

Questo dettaglio porta a ipotizzare che le produzione metallotecniche picene ed etrusche fossero vendute da carovane di mercanti in tutto il territorio europeo raggiungibile. Non è corretto attribuire tali capacità produttive alle popolazioni centro-europee (celti)”.

Anni fa ebbi il piacere di visitare il museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, dove si trova esposto, dal 1998, Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio. Quella mummia dell’età del Rame di 5300 anni fu scoperta nel 1991;  insieme al suo equipaggiamento è esposta su tre piani.

Eno Santecchia

Giugno 2019

Museo archeologico di Tolentino (MC).

Bolzano

 

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