74° anniversario della Liberazione

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Ecco di seguito due discorsi tenuti a Civitanova Marche (MC), il 25 aprile 2019, durante la celebrazione del 74°  anniversario della Liberazione.

Resistenza in Europa

Il 25 aprile è una ricorrenza celebrata dallo Stato e tutte le cariche istituzionali del Paese sarebbero obbligate a parteciparvi. Bisognerebbe, a questo punto, provare a domandarsi: “Chi erano i Partigiani?”, “come vivevano?” o anche “come erano vestiti?”. Per come erano vestiti, Beppe Fenoglio scrisse: “Solamente di divise ce n’era per cento carnevali” ma moltissimi di loro portavano abiti comuni o le stesse uniformi che vediamo in questa piazza, le stesse uniformi che indossano coloro che ancora oggi muoiono sulle strade per la sicurezza di tutti noi. Basta analizzare la parola per capire che il partigiano è colui che prende parte a qualcosa, prende una posizione, diventa attivo in un’azione. Ebbene, se la memoria comune ci porta immediatamente alla Resistenza italiana durante l’ultima guerra, è anche vero che la preparazione a questa fu la guerra civile spagnola. Proprio lì si ebbe il primo focolaio di partecipazione resistenziale a un popolo oppresso dal fascismo, in questo caso quello di Francisco Franco, supportato da Hitler e da Mussolini. Lì nacquero le “Brigate Internazionali”, composte da antifascisti di tutto il mondo che presero posizione, combattendo e morendo per la libertà degli altri; solo partecipando al fianco degli altri si combatte anche per sé stessi, non rifugiandosi nei nazionalismi. Se questi furono i primi partigiani, quelli attuali sono quelli che in Siria e in Iraq si oppongono con le armi ad altre egemonie, lì quella basata sul terrorismo fondamentalista islamico, il Daesh, l’ISIS, Al-Queida  o come altro lo si voglia chiamare. Sono quei ragazzi di tutte le nazionalità che combattono in prima linea e che muoiono, come Lorenzo Orsetti, per gli altri e anche per noi stessi che, prima con voce grossa chiediamo ai governi di trovare un modo per contrastare quegli assassini e poi, quando questi ragazzi si impegnano a costo della vita a farlo, li consideriamo al pari dei  terroristi, quelli veri! Ogni anno abbiamo ricordato i nostri eroi, partigiani, militari e patrioti che, ognuno a modo suo, combatterono contro la dittatura fascista e l’occupazione nazista, quelli che caddero e quelli che sopravvissero, anche se oggi non ci sono più. Gustì Lelli, Natalino Mecozzi, Luigi Panichelli, Mario Belfiglio, il generale polacco Pawel Dernowski e tutti gli altri sono sempre nei nostri cuori e nei nostri ricordi perché li abbiamo conosciuti e ci abbiamo parlato, soprattutto perché erano qui. Va detto che in Italia, come in tutti i paesi europei, la Resistenza fu importantissima per la Guerra di Liberazione, che comprende anche la controffensiva alleata. Essa sconfisse l’invasore occupante, tedesco o italiano che fosse, e con esso i regimi collaborazionisti domestici che permisero l’occupazione e collaborarono alla realizzazione di piani di violenza e di sterminio. Se guardiamo storicamente al di fuori del nostro Paese, l’Italia fascista non era ancora entrata in guerra quando, il 30 aprile 1940, venne ucciso con i suoi uomini, circondati da un battaglione corazzato delle SS, il primo partigiano caduto in armi della seconda guerra mondiale. Era un maggiore polacco di cavalleria e reduce della Grande Guerra, si chiamava Henryk Dobrzański e il suo nome di battaglia era Hubal. Nella Polonia dove in questi giorni si sono bruciati i libri di Harry Potter perché considerati blasfemi, rogo simile a quello fatto dai nazisti in Germania nel maggio del 1933, i cittadini pagarono il prezzo della liberazione con oltre 5 milioni di morti. Emblematiche restano le due rivolte della città di Varsavia; l’ultima avvenne dal 1º agosto al 2 ottobre 1944 da parte dell’Esercito Nazionale Polacco (Armia Krajowa) del generale Tadeusz Komorowski  detto “Bor” e vide gli abitanti della città combattere contro le SS, uccidendone moltissime e ben armate, per liberarla prima dell’arrivo dell’esercito sovietico, giunto ormai alle porte. Il mancato soccorso dei russi portò al tragico fallimento della rivolta, spietatamente schiacciata dai nazisti dopo due mesi di battaglia, costata  la vita a circa 200.000 abitanti di Varsavia e la deportazione di altre decine di migliaia oltre che alla totale distruzione dei una delle più belle città polacche. Prima di questa si ebbe però un’altra rivolta, quella ebraica del ghetto, organizzata da Mordechaj Anielewicz, Icchak Cukierman e Marek Edelmann (uno dei pochissimi sopravvissuti), leader della resistenza ebraica del ghetto i quali, non per la vita ma per la dignità, si immolarono opponendosi con le armi alle uccisioni indiscriminate nel ghetto e alle deportazioni  verso il campo di sterminio di Treblinka. Alla fine della rivolta, il ghetto venne distrutto completamente dal generale delle SS Jürgen Stroop che regalò ad Hitler per il suo compleanno “una città libera dagli ebrei”. Circa 13.000 furono gli ebrei uccisi nel ghetto durante la rivolta (7.000 vittime di esecuzioni sommarie all’interno del ghetto, più di 6.000 persone perite negli incendi o tra le macerie degli edifici distrutti e 6.929 combattenti prigionieri deportati e uccisi a Treblinka). I 42.000 superstiti furono inviati in altri campi di concentramento trovando la morte nel novembre 1943 nel corso della cosiddetta ‘Operazione Erntefest’ (Festa del Raccolto). Pochi sopravvissero e va ricordato che tra questi disperati quanto coraggiosi resistenti ebrei, armati malamente, con materiale sottratto all’occupante e con rudimentali bottiglie Molotov autoprodotte, moltissime furono le donne e seminarono il terrore tra le SS ben armate che scoprirono che gli ebrei sapevano combattere ed uccidere oltre che morire. Altro aspetto resistenziale in Polonia fu quello attuato nei campi di sterminio nazisti come la rivolta di Treblinka del 2 agosto 1943, alla quale parteciparono anche alcuni soldati italiani superstiti di Cefalonia con altri prigionieri di guerra, che consentì a qualche centinaio di internati di evadere dal campo; e quella di Sobibor, del 14 agosto successivo, durante al quale gli internati riuscirono ad eliminare ben 11 tra ufficiali e sottufficiali delle SS insieme alle guardie volontarie ucraine, permettendo una fuga di massa che interessò quasi la metà dei prigionieri. Tutti e due i campi vennero comunque smantellati dalle SS dopo aver eliminato i prigionieri che non erano fuggiti e alcuni rivoltosi ricatturati. Alcuni di  loro riuscirono a trovare la libertà e a combattere ancora fino alla fine della guerra. Auschwitz-Birkenau non fu da meno perché il 7 ottobre 1944, gli ebrei ungheresi membri del Sonderkommando al Crematorio IV si ribellarono alle SS uccidendone tre e facendo saltare con l’esplosivo, che ottennero grazie alla collaborazione di alcune donne polacche, le installazioni di morte. La rivolta si risolse in un bagno di sangue, i ribelli vennero eliminati dalle SS e dopo di loro, il 6 gennaio 1945, vennero scoperte e impiccate le coraggiose donne che li aiutarono: Ròza Robota, Ella Garner, Estera Wajcblum e Regina Safirsztajn. I russi, che all’inizio della guerra furono alleati dei tedeschi, non furono però da meno. Dopo l’operazione “Barbarossa”, i partigiani sovietici si riunirono in vere e proprie unità combattenti integrate nell’Armata Rossa divenendo l’incubo delle armate di Hitler per la loro abnegazione, il loro coraggio e la loro efficienza. Valga l’esempio degli assediati di Leningrado o i combattenti di Sebastopoli e di Stalingrado, tutti civili, uomini, donne e anche bambini con funzioni di informatori. Una di loro, Zoja Anatol’evna  fu capo del reparto sabotatori-esploratori del comando del Fronte Occidentale dell’Armata Rossa e venne uccisa dai nazisti a soli 18 anni. La pena per chi era soltanto sospettato di essere un partigiano era la morte sul posto e per i nazisti l’età o il sesso non contava assolutamente nulla. Molti di loro combatterono e morirono in Italia, dando un enorme contributo alla “nostra” Resistenza. La tattica nazista dei rastrellamenti degli ebrei ad est alimentò la guerra partigiana in tutta Europa, combattuta dai Pirenei agli Urali, nei ghetti, nelle città e nei boschi. Proprio nei boschi dell’attuale Bielorussia, i fratelli Tuvia, Zus, Asael e Aaron Bielski, ebrei miracolosamente sopravvissuti alle fucilazioni di massa delle Einsatgruppen, si organizzarono in una specie di ‘esercito personale’, salvando altri ebrei e combattendo al fianco dell’Armata Rossa fino alla fine della guerra. A Praga, i partigiani cecoslovacchi Jan Kubiš e Jozef Gabčík, addestrati dai Commandos britannici, portarono a termine una delle operazioni più importanti della storia, l’assassinio del generale delle SS Reinhard Heydrich, il fautore della “Soluzione Finale” e governatore della Boemia-Moravia il cui regime di terrore instaurato gli valse l’appellativo di ” macellaio di Praga”. Anche se l’operazione riuscì, i nazisti per rappresaglia eliminarono dalla carta geografica la città di Lidice, assolutamente ignara all’attentato, uccidendo e deportando tutti gli abitanti oltre che annientando ogni costruzione esistente. La rappresaglia fu cosa assai comune,  tanto che dovunque, in ogni luogo, nazisti e fascisti la utilizzarono crudelmente per piegare invano la volontà dei resistenti. Nell’Ungheria che vide Giorgio Perlasca salvare dalla deportazione gli ebrei di Budapest e dove oggi si costruiscono, in nome di un estremo nazionalismo, muri e barriere contro i “nuovi stranieri”, una giovane donna ebrea, militare e poetessa, Hannah Szenes, si paracadutò per sostenere la Resistenza ma fu catturata dalle SS e venne fucilata a soli 23 anni. In Grecia, la Resistenza partigiana fu la prosecuzione naturale della guerra contro le forze dell’Asse dopo l’occupazione italiana del 1940, succeduta da quella tedesca. I ribelli combatterono sulle montagne e nelle grandi città, organizzarono scioperi, distrussero importanti obiettivi militari ma la rappresaglia nazi-fascista colpì Creta e altri paesi che vennero letteralmente distrutti. Tra i resistenti l‘ebreo Maurice o “Morris” Venezia, fratello di Shlomo, con il quale sopravvisse all’esperienza dei Sonderkommando ad Auschwitz-Birkenau. In Albania e specialmente in Jugoslavia, dove la guerra “irregolare” fu particolarmente cruenta e gran parte dei soldati italiani, lasciati allo sbando dopo la comunicazione dell’Armistizio in quel tragico 8 settembre 1943, si unirono alle formazioni partigiane locali. Qui l’invasione nazista cominciò il 6 aprile 1941 con il bombardamento tedesco di Belgrado, nonostante fosse stata dichiarata “città aperta” e quindi non soggetta ad operazioni militari e, non dimentichiamolo, con la collaborazione dell’esercito italiano fascista che mosse dalle sue basi in Venezia Giulia e Istria, da Zara e dall’Albania. Dopo le esperienze in Russia, i nazisti crearono addirittura una divisione specializzata nei rastrellamenti antipartigiani, la “Brandeburg”, che operò insieme ad unità miste croate (Waffen-SS e Ùstasha di Ante Pavelić) contro le bande partigiane comuniste di Tito  e  quelle monarchiche di Draža Mihajlovic in Croazia, in Bosnia e in Slovenia e poi anche in Italia, regione Marche compresa, dove anticiparono il concetto di “pulizia etnica” attraverso lo sterminio di migliaia di cittadini serbi. L’Europa occidentale occupata vide la Resistenza prendere forme diverse in quanto, fortemente presidiata dai tedeschi, sia da reparti militari che da quelli di polizia ed SS, non poteva scontrarsi in terreno aperto. Le principali attività furono quelle di intelligence e passaggio di informazioni alle forze d’invasione anglo-americane, affiancate da sabotaggi e propaganda. In Olanda (invasa e bombardata nonostante essersi arresa), in Belgio, in Danimarca, in Norvegia e in Lussemburgo furono migliaia i resistenti che pagarono con la vita la loro attività anti-nazista, tra questi oltre 2 mila olandesi e circa 6 mila norvegesi. In quella Danimarca dove la Resistenza salvò il 90% degli ebrei danesi o lì rifugiatisi, dove oggi l’attuale governo confina sull’isola di Lindholm i migranti irregolari, i capi dello Holger Danske, Bent Faurschou-Hviid e Jørgen Haagen Schmith (La fiamma e il limone), vennero uccisi dalle Gestapo dopo oltre quattro ore di conflitto a fuoco. In Francia i resistenti si dettero il nome “maquis”, da “maquisards” ovvero ‘macchia’, nome che legava queste formazioni ai boschi e alle montagne. Il movimento infiltrò i suoi membri in ogni settore strategico controllato dai nazisti e dai collaborazionisti francese al fine di metterli in difficoltà e distogliendoli da importanti obiettivi militari. Uno dei membri più noti del maquis francese fu l’eroe della resistenza Jean Moulin che, catturato e torturato da Klaus Barbie, il capo della Gestapo di Lione, morì sul treno che lo stava conducendo verso la deportazione. Proprio il modello del maquis ispirò le prime bande partigiane in Italia e dall’inizio della nostra Resistenza le due formazioni entrarono in contatto collaborando in maniera attiva tra di loro. Tra di loro una donna italiana che, tuttora poco conosciuta, dovrebbe essere d’esempio a tutti in quanto avrebbe potuto salvarsi rivendicando la nazionalità italiana, ma rifiutò, dichiarando di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne della Resistenza e di prigionia, la giovane Vittoria Gorizia Nenni, terza figlia di Pietro Nenni, nata nel 1915 proprio ad Ancona che, dopo aver sposato il francese Henry Daubeuf, con lui entrò a far parte della Resistenza francese. Nel 1942 venne arrestata dalla Gestapo insieme al marito. Lui fu trucidato mentre lei venne incarcerata e il 23 gennaio 1943 deportata ad Auschwitz dove morì a soli 28 anni. Arriviamo in Italia, dove la Resistenza ha unito e non diviso gli ideali della popolazione. Nonostante le diversità ideologiche, i resistenti, intellettuali e studenti, militari e contadini, operai e impiegati, donne e ragazzi, abbracciarono gli ideali di libertà tanto che, gli uni insieme agli altri, collaborando con gli eserciti alleati, combatterono coraggiosamente contro le forze nazi-fasciste fino alla completa liberazione del nostro Paese. Ecco, questa non avvenne in tutta Italia il 25 aprile del 1945; in questa data vennero liberate solo Genova e Milano, città che vide l’ultimo atto di Mussolini e del fascismo. Palermo venne liberata già il 22 luglio 1943, Messina il 17 agosto, Bari il 9 settembre, Napoli fu la prima città europea a liberarsi dopo le epiche “Quattro Giornate” il 30 settembre. Nel 1944, venne liberata Roma il 5 giugno (il giorno prima dello sbarco in Normandia), Civitanova Marche il 29, Macerata il 30, Ancona il 18 luglio e poi Firenze l’11 agosto. Dopo il 25 aprile del 1945, vennero liberate Torino il 27, Trieste il 30 e infine di Bolzano il 3 maggio. Nella nostra Regione, posta tra le linee “Gustav” e “Gotica”, la Guerra di Liberazione durò un anno intero, dall’8 settembre 1943 al 1° settembre 1944, giorno della liberazione di Pesaro. Un periodo inferiore a quello di altre regioni italiane ma, in proporzione al territorio e alla concentrazione delle truppe nemiche, da noi la Resistenza fu molto dura e la risposta dei nazi-fascisti fu davvero cruenta; le vittime civili inermi, nelle 275 stragi efferate da loro compiute, ammontano ad oltre 891 persone tra uomini, donne e bambini; i partigiani che combatterono nella nostra Regione, per la nostra libertà … di tutti noi, nessuno escluso, furono 5.230 di cui ben 182 donne e di questi ne caddero 408 e anche tra loro 14 furono le donne. Sembra che le Marche fu la regione italiana nella quale la collaborazione della popolazione alla causa resistenziale fu la più alta, probabilmente non solo per ideologia politica ma solo perché la gente trovava naturale aiutare chi combatteva per loro. Non a caso nelle Marche il livello di delazione rispetto al resto d’Italia fu forse il più basso in assoluto, cosa che dimostra di che pasta fossero fatti i nostri padri e i nostri nonni. In questa Italia nata da questo spirito di libertà, recentemente sono stati boicottati i negozi multietnici come i nazisti boicottarono quelli ebraici il 1° aprile 1933 e si è addirittura proposto un Disegno di Legge sulle donne e sulla famiglia che ricorda la Legge 2277/1925 e i Regi Decreti Legge 1554/1933 (poi convertito nella Legge 221/1934), 383/1934 e 1514/1938, nei quali il Fascismo esasperò la concezione di dominio patriarcale portando alla differenza tra uomini e donne a vantaggio dei primi, sviluppata in modo “repressivo, completo e nuovo”. Si leggeva in un manuale di igiene divulgato dal regime alla fine degli anni ’30:  “Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio […] La sua maternità psichica e fisica non ha che questo unico scopo”. Coloro che hanno proposto, appoggiato o rivendicato questo Disegno di Legge hanno forse dimenticato di essere essi stessi figli di una donna, che ha probabilmente combattuto per i propri diritti e che ancora oggi non li vede attuati appieno. In Italia, la Resistenza ha permesso che la Guerra di Liberazione degli eserciti alleati e del ricostituito esercito italiano fosse vinta, donandoci infine, dopo battaglie, sangue e privazioni di ogni genere, una libertà non aleatoria ma scritta, viva e vera, alla quale possiamo attingere in ogni momento, la Costituzione. Questa non è una norma qualsiasi ma la legge fondamentale dello Stato italiano e occupa il vertice della gerarchia delle fonti nell’ordinamento giuridico della nostra Repubblica. I suoi articoli, purtroppo a volte disattesi, pongono l’attenzione sui diritti economici e sociali, sulla loro garanzia effettiva e si ispirano ad una concezione antiautoritaria dello Stato con una chiara diffidenza verso un potere esecutivo forte. Essa pone la fiducia nel funzionamento del sistema parlamentare, evitandone ogni degenerazione, riconoscendo le libertà individuali e sociali. Pensate all’articolo 10 comma 3°, che prevede l’asilo costituzionale, secondo le condizioni stabilite dalla legge, per gli stranieri ai quali nel loro Paese venga impedito di esercitare le libertà democratiche a noi garantite dalla nostra Costituzione. Un articolo rimasto per tanti anni un concetto praticamente disapplicato e oggi completamente ignorato, visto che non è mai stata realizzata una legge di applicazione. L’intenzione di chi celebra il 25 aprile è quella di esprimere le proprie idee, in maniera democratica e civile, in contrasto ad altre idee diverse; non è quella di vincere le prossime elezioni, non siamo un partito, né quella di disarcionare un governo che è stato legittimamente votato dai cittadini (grazie anche a coloro che si sono astenuti dall’esercitare il loro diritto/dovere di eleggere i propri rappresentanti), opponendoci al ritorno di ideali fascisti.  Di combattere il ritorno del Fascismo dovrebbero preoccuparsi le istituzioni, in ottemperanza all’art. 4, comma 1° della Legge “Scelba”, norma di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che intende far prevalere il diritto sulla forza vietando esplicitamente il Fascismo sia come apologia, sia come ricostituzione partitica. Il nostro intento è quello di provare con buona volontà, se ci si riesce, a guardare avanti anche insieme a chi la vede in modo diverso, a prescindere dalle ideologie che ci possono dividere, affinché non si perda il contatto con la realtà, affinché non ci si debba trovare ad essere complici di orrori come è già successe in passato. L’obiettivo comune sarebbe quello di trovare insieme soluzioni democratiche, in rispetto ai diritti umani, ottenendo in modo onesto e pulito la sicurezza, il lavoro, l’accoglienza e l’uguaglianza, tutti principi fondamentali della nostra Carta. Le persone che occupano cariche istituzionali devono astenersi, quindi, dall’offendere le donne, il Papa (che recentemente si è inginocchiato a baciare i piedi ai rappresentanti del sud Sudan invocando la pace), gli ebrei, i gay o addirittura personalità istituzionali del nostro come di altri Paesi … commettono un gravissimo reato! Purtroppo i nostri padri e i nostri nonni hanno potuto vedere con i loro occhi il risultato dell’odio; è molto facile spaventare le persone e giocare con la loro paura ma alla fine lo scotto da pagare resta sempre lo stesso … una montagna di vittime innocenti! Ogni giorno si vede e si sente di manifestazioni, proteste, scontri … mai contro la criminalità organizzata, mai contro l’evasione fiscale, mai contro il lavoro irregolare e la speculazioni di nuovi padroni senza scrupoli nei nostri confronti e in quelli dei nostri figli, no … queste rivolte cittadine, sapientemente alimentate da fomentatori di odio razziale, sono sempre contro un pugno di stranieri, migranti o naufraghi che siano (e sono due cose ben diverse), contro una famiglia Rom o, peggio ancora, ancora una volta contro ragazzini ebrei … sempre contro coloro che sono pochi, considerati “ultimi”, “diversi”, “inferiori”! Sarebbe inoltre da non augurarsi mai più di vedere scene di pani calpestati per strada pur di non essere concessi ad una manciata di affamati, persone, esseri umani, quelli che Gesù Cristo definirebbe “il prossimo tuo”. Anche se di questi grandi esempi di civiltà umana non conosco i genitori, dubito che questi abbiano insegnato loro ad oltraggiare un bene prezioso come il pane bianco (miraggio nei tempi che ho trattato) oltre che la dignità degli altri, o almeno lo spero, perché se così fosse, sarebbe inutile aver paura del crollo dei valori italiani, quelli che ci ha donato il sacrificio di coloro che si sono immolati durante la Resistenza, in quanto questi sarebbero già irrimediabilmente perduti! Ho citato spesso grandi storici e filosofi ma, visto che pochi giorni fa si è festeggiata una Pasqua di sangue, oggi, da laico, voglio concludere citando proprio nostro Signore con parole che chi è praticante dovrebbe conoscere bene. L’evangelista Giovanni dice: “Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe”. Neppure risorto al sepolcro, Maria Maddalena lo riconobbe subito, tanto che Marco riporta: “Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!”.

Vito Carlo Mancino

Piazza Gramsci

 

Omaggio a tre patrioti

Oggi sono qui nelle veci di mio nonno, Natale Mecozzi. Il 20 giugno 1944 lui e i suoi compagni erano a Cascinare quando suo fratello Silvano Mecozzi e l’elpidiense Vincenzo Borraccetti sono stati freddati da un gruppo di tedeschi. Devo ringraziare mio nonno che con il suo operato mi ha dato una delle lezioni più importanti della mia vita: è facile accettare quello che viene imposto dall’alto, mettendo a tacere la propria coscienza e guardando altrove, più difficile è dire di no e seguire quello che secondo noi è giusto fare.

Oggi, come allora, noi giovani non vogliamo subire passivamente, lo hanno dimostrato le centinaia di persone a Verona, lo sta dimostrando una ragazzina di 16 anni che, al grido di salviamo il pianeta, ha coinvolto centinaia di persone per una battaglia che è di tutti.

Il 25 aprile non è una data effimera nel nostro calendario, segna una delle parti più importanti della nostra storia, quella che ha reso l’Italia una nazione libera ed indipendente. Oggi più che mai parole come libertà, democrazia, solidarietà, rispetto e tolleranza devono tornare al centro dell’attenzione pubblica. Ce lo chiedono le migliaia di morti in mare. Non basta chiudere i porti, il 2018 in particolare è stata un’ecatombe: sono arrivate sulle nostre coste meno persone ma ne sono morte molte di più. Secondo le statistiche il 5,3% delle persone che hanno cercato una salvezza nel mar Mediterraneo non ce l’ha fatta, un record assoluto, sia rispetto gli anni precedenti che alle altre nazioni a noi vicine. Il 2019 non sembra essere da meno, il mare ha già inghiottito 422 persone, un numero esorbitante considerando il breve lasso di tempo.

L’indifferenza è pericolosa, dobbiamo combatterla, non abbiamo i corpi sotto le nostre case ma sicuramente nelle nostre coscienze. È per questo che dobbiamo ricordare oggi più che mai il 25 aprile come data unificatrice e di affermazione di valori come pace e democrazia.

Laura Mecozzi

Maggio 2019

Monumento nella frazione Cascinare di Sant’Elpidio a Mare (FM)

 

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