La Resistenza non fu una passeggiata

Print Friendly, PDF & Email

“L’Appennino Camerte”  ha pubblicato nei nn. 31 e 32 di agosto un’ampia recensione di Giampietro Mariotti al mio libro La lotta per la libertà e il dovere della memoria. Zeno Rocchi e il Novecento a Sarnano, del che sono grato al giornale e all’autore, ancorché forse un po’ troppo faziosamente critico. Al di là comunque delle opinioni, tutte legittime e rispettabili, l’articolo tocca alcuni aspetti del lavoro storico, che per utilità e rispetto del lettore richiedono di essere chiariti.

Il primo punto e più importante riguarda l’interpretazione del fatto doloroso avvenuto a Sarnano il 13 dicembre ’43, e cioè l’uccisione del tenente Pietro  Birzoli ad opera dell’appartenente alla formazione partigiana di Piobbico Cosimo Perrone, di origine pugliese, ex detenuto nelle carceri di Ancona, scampato al terribile bombardamento del 1 novembre. Secondo Mariotti l’uccisione fu  un delitto  personale, che non riguardò in alcun modo i partigiani di Piobbico. Ciò è contraddetto dalle fonti della Resistenza, che in maniera univoca ne parlano come di azione partigiana, rivendicata alla “banda di Piobbico”. Cito: a.  il giornale clandestino “L’Aurora”, organo dei comunisti marchigiani, il 22 gennaio 1944, sotto il titolo Azioni partigiane, riporta  la notizia della occupazione ad opera dei partigiani di un  negozio di stoffe “il cui proprietario vendeva a prezzi esorbitanti”, l’intervento minaccioso in tale occasione del “fascista del posto, volontario di Spagna, Russia” ecc., e della uccisione dello stesso “nella piazza principale del paese”;  b. La relazione partigiana del “gruppo Piobbico”, pubblicata nel volume Tolentino e la Resistenza nel Maceratese, del 1966;   c. La Relazione sulla costituzione e sull’attività della Brigata garibaldina “Spartaco”,  firmata dal  comandante della Brigata, il maggiore del genio aeronautico Antonio  Ferri, che in seguito avrebbe avuto negli Stati Uniti una splendida carriera di scienziato.

Il fatto è che la costituzione nell’Italia occupata di un governo Mussolini a sostegno di Hitler aveva introdotto nella guerra di liberazione elementi di guerra civile, di cui il caso Birzoli è un esempio. Egli infatti era intervenuto contro la vendita di stoffe a prezzi calmierati non solo per difendere gli interessi del proprietario, ma perché non riconosceva autorità ai partigiani ed era impegnato a Sarnano ad organizzare il fascio repubblicano ed insediarvi l’autorità della RSI. Ciò che i partigiani ovviamente non potevano accettare. Ed infatti il comandante Filipponi si era recato personalmente, e vanamente, nei giorni precedenti a casa dei genitori perché lo convincessero a desistere e ad allontanarsi.

E’ vero che Perrone, come pure riportano le fonti partigiane, fu successivamente condannato e fucilato per “tradimento”  insieme a un partigiano slavo. Ma ciò avvenne il 3 febbraio 1944, un mese e mezzo dopo il fatto di Birzoli, e per tutt’altre ragioni.

Mariotti contesta anche, sulla base dei suoi ricordi, il luogo dove sarebbe avvenuta la fucilazione dei due. Ora, che essa sia avvenuta  “nei pressi del cimitero di Piobbico Giampereto”,  come da me riportato, risulta dall’atto di morte di Perrone, registrato al comune di Sarnano il 31 luglio 1944 a seguito di avviso del comandante della locale stazione dei carabinieri.

L’aspetto però che trovo più sconcertante nell’articolo di Mariotti è il seguente. Nel 2005 egli raccolse e pubblicò meritoriamente le memorie del fratello Edo, partigiano a Piobbico, nelle quali incidentalmente si muoveva un’accusa a Zeno Rocchi.  Raccontava Edo che per aver rifiutato l’invio ad  iscriversi al partito comunista, che Rocchi gli aveva rivolto, egli  non era stato “incluso nell’elenco dei partigiani di Sarnano”; e soltanto dopo “apposito ricorso all’ANPI di Ancona ed al Ministero degli interni” gli era stata “concessa la qualifica di partigiano combattente, equiparata al grado di Capitano, con dichiarazione integrativa della Presidenza del Consiglio dei Ministri n.3402 in data 13 giugno 1959”.

Ho dimostrato nel mio libro l’infondatezza di tale accusa. Tutti e tre  i fratelli Mariotti: Aldo, Ildo ed Edo, avevano infatti ottenuto il riconoscimento di  “partigiano combattente” già con l’elenco della Commissione regionale partigiana n.11, del giugno-luglio 1946. Estate del 1946 dunque, non del 1959!  Si noti  che la Commissione regionale per il riconoscimento della qualifica di partigiano aveva cominciato  i suoi lavori all’inizio del ’46, doveva esaminare la situazione di tutte le Marche, e il primo elenco licenziato reca la data del 20 febbraio 1946. Questo colloca il riconoscimento dei Mariotti tra i primi nella regione. Ed anche tra i primi degli appartenenti al battaglione 1° Maggio. Stupisce perciò che invece di riconoscere l’errore di memoria del fratello, cosa che in buona fede può sempre capitare,  Giampietro Mariotti si arrampichi sugli specchi per sostenere l’infallibilità dei ricordi del fratello. Essendo il riconoscimento arrivato con l’elenco n. 11 di giugno, invece che con quelli precedenti, il “ricorso” sarebbe stato contro tale “esclusione”. Un ricorso di pura fantasia.

Forse rendendosi conto della fragilità della tesi dell’esclusione,  Mariotti la rovescia lamentando l’eccesso di inclusione. E’ possibile e anche probabile che ci sia stato un criterio largo nei riconoscimenti partigiani. Tuttavia si deve ricordare il carattere composito e ufficiale della Commissione regionale – da non confondere come a volte si fa con l’Anpi -,  e il fatto che gli elenchi man mano che venivano approvati erano stampati in manifesti e affissi nei comuni per consentire a tutti di controllare e ricorrere  contro eventuali inesattezze. Senza nulla togliere perciò ai meriti dei fratelli Mariotti, di Edo in particolare, e di un altro della frazione di Piobbico pure ricordato, Terzo Miliucci, pare eccessivo sostenere che essi  furono “gli unici sempre presenti a tutte le operazioni di Gruppo, come si può rilevare dalle numerose fotografie del Gruppo stesso”.  Le fotografie documentano la presenza al momento della foto, non al momento dell’azione. E la banda di Piobbico e poi il battaglione 1° Maggio ebbero una consistenza e un’operosità ben più rilevanti.

Ringrazio per l’attenzione e la segnalazione di imprecisioni nelle didascalie di alcune foto: confusione tra Aldo e Ildo; il camposanto segnalato ma non visibile (purtroppo la foto è stata  tagliata per ragioni di spazio in fase di stampa); una foto storica non scattata a Piobbico. Le foto storiche sono documenti preziosi, a cui facciamo domande che non sempre trovano risposta: chi le ha scattate, dove e in quale circostanza, e i nomi delle persone che vi compaiono.  La foto in questione – che si allega – vede insieme partigiani del battaglione 1° Maggio e donne che se non sono di Piobbico dovrebbero essere comunque della zona.

A conclusione, Giampietro Mariotti ha scritto: “Ricordiamo pure, per i propri meriti, il Commissario Politico Zeno Rocchi, ma non dimentichiamo, e soprattutto non svalorizziamo, quel fondamentale contributo in armi, offerto da coloro che hanno combattuto, con determinazione, per ottenere la liberazione dell’Italia dal Nazismo, di qualunque fede politica Essi siano stati”.

Su questo sono pienamente d’accordo.

Ruggero Giacomini

Ancona, 18 agosto 2018.

Questa replica è stata pubblicata il 20 settembre 2018 sul settimanale di Camerino “L’Appennino Camerte”.

Foto sotto in bianco e nero:

“Foto di partigiani e civili scattata nella zona di Piobbico – Giampereto”.
Qualcuno sa riconoscere il luogo esatto?

 

Tags: , ,