Splendide chine

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L’insegnante Vermiglio Petetta, apprezzato disegnatore di chine, è stato a lungo anche corrispondente di giornali e periodici.

Si presenta e ci racconta dei suoi viaggi

“Ogni colloquio deve iniziare dalla presentazione. Sono Vermiglio Petetta, originario di S. Ginesio (MC) ma vivo a Sarnano dal 1969, dal matrimonio con una sarnanese compagna di scuola alle Magistrali sanginesine. Ho due figlie di cui una in America, a Cleveland, dal 1994 e sono nonno quater (due maschi negli Usa e due femmine in Italia) con il nipote maggiore di 21 anni alla California State University di Los Angeles. Il secondo ha 17 anni e nel 2019 avrà la “graduation” (maturità). Ci sarò a quella cerimonia tutta americana, come feci per l’altro! L’America affascina, è un altro mondo. La conosco abbastanza per due ragioni: i tanti viaggi in Ohio, e due grandi giri turistici. Il primo di 8mila km in un mese, nel 1996, con Dodge a noleggio, insieme ai consuoceri romani. Dall’Ohio al Canada e giù, fino ad Atlanta, in Georgia, attraverso 18 territori, 2 canadesi (Ontario e Quebec) e 16 Stati americani. Un secondo tour con i miei di Cleveland, nel 2012, di 5mila km, nel Far West: Nevada, Utah, Arizona e California. Sulla frontiera americana dei pionieri, in 15 giorni, con 9 ore di differenza del fuso dall’Italia e in 14 alberghi diversi, compreso il Circus Circus hotel di Las Vegas. Insomma, ho conosciuto immense pianure e montagne innevate a luglio come la Sierra Nevada, zone boscose e desertiche con 40° all’ombra, parchi naturali mozzafiato e i nativi Navajo della Monument Valley. Ho coronato un sogno: la visita al Grand Canyon, una meraviglia della natura profonda 1.857 metri, con La Hoover Dam (diga) e il sinuoso fiume Colorado. Infine, quando sto da mia figlia a Cleveland, parto spesso in mbike con i colori di “Sarnano in Bici”, scendo per Little Italy (la vera e viva Piccola Italia, con scuola Montessori e chiesa del Santo Rosario, perché quella di New York è ridotta a niente). Costeggio il lago Erie, passo davanti al Rock and Roll Museum, giro sotto i grattacieli del downtown di Cleveland, sfioro i templi sportivi dei Cavaliers, Indians e Browns; oltrepasso il fiume Cuyahoga che circa 40 anni fa s’incendiò per l’inquinamento, ma poi, allontanate tutte le industrie di carbone e acciaio (Rockefeller), ha oggi sponde turistiche. Oppure punto al sud, verso Solon e Akron, verso il profondo Ohio, fino a Middlefield, nella contea di Geauga, terra degli Amish (quelli che rifiutano la corrente elettrica). Sciolgo le gambe in 118 km A/R e mi fermo a far visita all’amico John, amish venditore di mobili di legno massiccio “oak and cherry” (quercia e ciliegio). Il tutto con “le mie quattro parole” d’inglese-americano. Ogni uscita in mbike, divertimento e novità. Nel 2015 prima e unica caduta della mia vita col naso a terra. Una storia incredibile: chiamata di soccorso al 911 di un automobilista, l’arrivo a sirene spiegate dei vigili del fuoco con truck rosso, cisterna e ambulanza “a scatola di scarpe”, due Ford della Police da due city diverse per accertarsi se mi serviva aiuto. Grato e stupito, ritornai a casa a Richmond Heights (area di Cleveland) con i pedali. Ma nel pomeriggio ancora gocce rosse dal naso e, quindi, all’Emergency con mia figlia (interprete nella Cleveland Clinic), previo permesso della mia assicurazione americana, che però già dopo una settimana mi ha fatto rimpiangere il paradisiaco welfare italiano. Sborsati molti miei dollari, perché là comandano le assicurazioni e non i medici. Se hai i dollari ok, altrimenti sbadigli. La riforma sanitaria di Obama, vanificata dall’ultimo inquilino della Casa Bianca. Senza dollari, nessuna assistenza. La prossima volta partirò con assicurazione italiana e cercherò di non scalfire la strada col naso. Se dovessi dare consigli su cosa vedere negli Usa non mi basterebbe un libro intero. Senz’altro si deve partire con spirito d’avventura e prepararsi al marchio della Coca Cola, anche al risveglio, sui cuscini dei motel. Ad Atlanta, nel 1996, ho visitato il suo museo con 23 bibite diverse “cortesemente da assaggiare” e stilare un giudizio. Fatto. Ho rischiato all’uscita di spiccare il volo come una mongolfiera sulle Olimpiadi iniziate quel giorno. A Boston ho visitato il MIT e la fregata-museo Constitution, detta “Old Ironsides” (nel 1971 la costruii in navi-modellismo e la dipinsi nella vittoriosa battaglia di Bahia del 1812 contro l’inglese Java, entrambi i lavori in casa a Sarnano); a Washington D.C., nella Casa Bianca, ho visto la “tristezza” nel grigio ritratto di J. F. Kennedy; dall’Empire State Building ho ammirato la Grande Mela col Central Park; dalla corona della Statua della Libertà (allora vi si saliva), le Torri Gemelle… dopo ore di sacra fila e privacy”.

Qual è il suo rapporto con il viaggiare?

“Viaggiare fa parte della mia indole. Ho preso forse da mio padre, cui bastava dirgli “andiamo” ed era pronto, nemmeno sapendo dove. A quattro anni mi portò ad Assisi, dove mi persi, ma ritrovai da solo la comitiva dei pellegrini sanginesini. Nel 1952, a Roma, dove vidi al Palatino Alcide De Gasperi e in Piazza S. Pietro la figura ieratica di Pio XII sulla sedia gestatoria. Il seguito è venuto con sé, anno dopo anno, fino a organizzare con un amico maestro, a Gualdo (Macerata), gite, per venti anni, in tutta Italia e all’estero, fino a Parigi, Lubiana, Lourdes, Barcellona, Mauthausen e Vienna. Poi ci si sono messe le due figlie a “muovermi” negli Usa o in Emilia, a Mirandola, terra dell’umanista Giovanni Pico e del terremoto 2012, scoppiato mentre stavo a Las Vegas, con 9 ore di fuso da considerare nel telefonare: là giorno e qua già notte. Viaggiare apre la mente e gli orizzonti, fa conoscere culture diverse e ci avvicina ad altri popoli. Viaggiare per divertirsi, ma soprattutto per conoscere”.

Come e quando è nata la sua passione del disegno a china?

“Ho da sempre l’istinto o la “voglietta” per il disegno. Un amico prete, dopo una confessione, mi fermò per dirmi una parola enorme: “Vermiglio, hai avuto dal Creatore un carisma… donalo agli altri!”. Messaggio ricevuto ed eseguito. Il mio merito: l’aver coltivato il dono (termine meno impressionante). Ho avuto, tuttavia, la fortuna di cogliere sin da bambino spinte occasionali. Ho in soffitta un album delle elementari con miei disegni a pastello. Uno rappresenta S. Antonio Abate e un altro un canale con veduta veneziana in linee prospettiche. Avevo visto un Canaletto e lo studiai. In classe III, a S. Ginesio, il maestro Salvatore appese una stampa a colori, “La Madonna del cardellino” di Raffaello e la guardavo tutti i giorni. Venne un supplente (Eno, maestro, calciatore e attore comico di filodrammatica) che con i gessi colorati disegnò alla lavagna il serpente e l’albero dell’Eden. L’ho ancora nella mia memoria visiva. Nei pressi del Cimitero di Fiolce vidi, in mezzo a un campo, un giovane con cavalletto, tela e pennelli (Danilo, orfano presso i francescani) che dipingeva con toni caldi il panorama del paese. Restai accanto a lui per ore. Tre passaggi che forse mi hanno ancor di più acceso l’innata passione grafico-pittorica. Una mia nipotina, a Mirandola, disegna sempre. Nel 1962, ultimo anno delle Magistrali, la prof di disegno, appena entrava in aula, mi mandava via per un’ora e mezza dal bidello Basilio per rientrare negli ultimi minuti e fare con i gessi il mio disegno alla lavagnetta. Fino allora le altre 20 avevano avuto spesso il mio stile. Non potevo più aiutare i compagni e soprattutto le compagne di classe. Diventato maestro a 20 anni, mi accorsi dell’utilità di uno schizzo durante la lezione. Quando notavo che gli alunni non avevano capito la lezione, usavo “la tecnica delle caverne” e completavo il tutto disegnando. A Gualdo e a Sarnano, miei alunni hanno vinto ex-tempore distrettuali a S. Ginesio su centinaia di concorrenti. Anche nel 2006, ultimo anno d’insegnamento. Nel maggio 2007, a Cleveland, mio nipote Marco mi disse che la sua maestra desiderava una mia lezione multietnica. Ero in pensione da pochi mesi e ancora fresco di banchi. Accettai, chiedendo solo due gessi bianchi e una lavagna (richiesta pleonastica là con pareti di lavagne), perché conscio delle mie “quattro parole d’inglese”. Con mia moglie, ex prof di Media, e mia figlia Patrizia, in fondo all’aula con la maestra, iniziai l’avventura davanti a due belle classi di IV della Public Elementary School di Richmond Heights. Scrissi e dissi poco (a sentire Patrizia: senza errori), ma schizzai molto: in una sola ora ben 52 disegni. Li contai. Iniziai con: Sarnano stilizzato, il cimiero di un cavaliere e la data del libero comune (1 giugno 1265); in altra lavagna tracciai la cartina dell’Ohio con un nativo “pennuto” e la data dello stato (1803). Capirono la differenza storica e ci fu un grosso “wow”. Disegnai il viaggio di Colombo con le tre caravelle e il mio in aereo da Roma al Jfk. Gli applausi, da quel momento in poi, “si sprecarono”. Una mini sosia di Naomi Campbell mi chiese: “Mister teacher, a Ferrari car, please”. Disegnai un coupé in prospettiva con il cavallino rampante sul muso. Gli applausi furono un boato. A un certo punto mi ricordai di Renato Carosone, che smise di suonare al massimo della carriera, e allora posai il gesso. Ci fu una rivolta e tutti intorno per bloccarmi anche nel pomeriggio scolastico. Non potevo; avevo già esagerato. Una curiosità: avevo visto la maestra, alle mie prime battute, dire qualcosa all’orecchio di Patrizia. Svelato, all’uscita, l’arcano: “Il suo papà è un insegnante naturale”. Dopo due giorni, Marco mi portò a casa una grande busta con dentro 46 lettere, compresa quella dell’insegnante americana, con belle frasi di ringraziamento e felice ritorno in Italia. Conservo tutto nel cuore”.

Quali sono i soggetti più ritratti, in tanti anni, nelle sue chine?

“Ho disegnato di tutto. A matita, nel 1962, molti miei compagni del IV Magistrale. Il preside, autore di un dizionario in vernacolo, Flavio Parrino, avuto sentore della mia passione pittorica (su ritagli di compensato con cementite – non avevo una lira), volle vedere i quadretti e ne spedì uno a Roma, con scorcio di S. Ginesio alla Mostra Nazionale dello Studente, organizzata da “Il Giornale d’Italia”. Ho disegnato centinaia di chine, nei 35 anni di corrispondenza volontaria da Sarnano, per il settimanale “L’Appennino Camerte” e nei 3 anni col mensile La Gazzetta Italiana di Cleveland. Le due collaborazioni mi hanno spinto a riprodurre scorci di vari centri storici, soprattutto di quella miniera infinita che è Sarnano. Sono andati ovunque. Una china sarnanese sta, dal 1997, perfino ad Atlanta (Georgia), nell’house dell’amico Harry”.

Come nacque la sua voglia di scrivere?

“Ero 19enne, a S. Ginesio, e un mio ex prof. di ginnastica mi chiese se volevo fare il corrispondente sportivo per “Il Messaggero”. Scrissi invece di politica, puntando il dito sulla Dc paesana che aveva dato “la pensione pure ai gatti degli amici”, ma trascurava il futuro del Paese. Imparai a battere a macchina, ma il tutto durò poco perché a 20 anni vinsi il concorso magistrale a Roma e scelsi Pietralata (due anni meravigliosi in quella frontiera pur con l’assenza dei papà “tutti fuori”). In classe proposi un foglio dattiloscritto con la testata “Amico Banco”. Il tesserino del Messaggero però mi pesava: mi permetteva come stampa di entrare ovunque. Non potendo più scrivere dal paese, andai in via del Tritone, nella sede del Messaggero, e lo riconsegnai a una signora che dapprima si preoccupò, ma poi mi fece gli auguri dicendo di rimanere sempre amico. Trasferitomi nelle Marche, insegnai nel 1972 a Civitanova Alta dove, vista un’attrezzatura vergine di tipografia (da ragazzo, a S. Ginesio, ero stato nei mesi estivi nella tipografia Carlo Alessandrini), proposi agli alunni di comporre, con i caratteri mobili, un giornalino, “Il Piccolo”. Incisi su linoleum la testata con accanto Porta Marina su cui svettava una conifera. Nel 1984 la svolta: l’incontro, a Colfano, con quel grande studioso di storia patria, don Angelo Antonio Bittarelli, direttore dell’Appennino Camerte. Propose nuova pagina dedicata ai “Paesi alle pendici dei Sibillini”. Ero assessore alla cultura sia del comune di Sarnano e sia della Comunità Montana “Zona L” di S. Ginesio (poi dei Monti Azzurri) e non potevo dire di no. Ritornai a scrivere, quindi, per caso. L’avventura “giornalistica” gratuita, allungatasi in migliaia di articoli e centinaia di chine, è durata 35 anni. L’ho chiusa nel mese di aprile 2018 perché “non mi divertivo più”, oltretutto sparite dalla redazione figure amiche del giornalismo locale”.

Della sua collaborazione con la Gazzetta di Cleveland cosa ci dice?

“Ho iniziato nel 2008 dopo aver conosciuto il mensile bilingue “La Gazzetta Italiana” a Little Italy di Cleveland (Ohio) e la caporedattrice d’origine siciliana. Ammirò subito i miei articoli, che lei traduceva in inglese, e le chine, novità assoluta per la testata. Avevo una pagina intera: sopra impaginavano il testo tradotto con il mio disegno e sotto la versione in italiano. L’argomento era suggerito dalla redazione tre mesi prima (sic!). Dopo tre anni, già dimessasi l’amica redattrice, sostituita nella traduzione da mia figlia, comunicai alla proprietaria che “non avevo lo spirito di scrivere su Natale a settembre” e terminai la collaborazione. Il top fu nel 2009 per “S. Valentino” (festa sacra del business in America) per cui proposi “Il Bacio”, tratto dal dipinto romantico di F. Hayez. Nell’articolo: la storia del cioccolatino omonimo nato a Perugia da un’idea di Luisa Spagnoli con messaggio d’amore per il suo corteggiatore Giovanni Buitoni. La redazione, entusiasta, scelse per i titoli vaporosi caratteri di corsivo inglese”.

Indichi al viaggiatore estero alcuni begli aspetti, scorci e bellezze di Sarnano e San Ginesio, magari poco conosciuti.

“Conosco i due centri maceratesi perché sul Colle Ascarano di San Ginesio sono nato e vissuto fino alla gioventù, mentre a Sarnano, patria di mia madre, ho messo le radici dopo il matrimonio. In entrambi è impossibile non visitare i centri storici. A S. Ginesio, tutto in arenaria, s’inizia da Porta Picena (altre 3 porte e decine di bastioni ben conservati sono sulle mura chilometriche) per restare subito sbalorditi davanti all’Ospedale dei Pellegrini. È il monumento più bello che conosca in pietra arenaria e con due fughe di archi leggeri. Fu “hospitale”, costruito dai sanginesini nel ’300 per accogliere i pellegrini, sul cammino lauretano, accanto alla porta per tenere lontani i rischi epidemici. Salendo al centro e sfiorando dimore antiche o conventi di studio (anche di S. Nicola da Tolentino) si arriva nella scenografica piazza Alberico Gentili con il monumento bronzeo, opera di Giuseppe Guastalla ed eretto da liberali e massoni nel 1908 al giusnaturalista (S. Ginesio 1552 – Londra 1608), sensibile alla Riforma, docente a Oxford e autore del “De Jure belli”. Lo guardarono con occhio diverso il laico Teatro Leopardi e la cattolica Collegiata con la facciata in gotico fiorito unico nelle Marche, e l’imponente Campanile Civico con la caratteristica cupola “a cipolla”. Il sisma ha chiuso la chiesa, con origini forse di palazzo templare, ma spariti per la “damnatio memoriae” tutti i documenti tranne i rilievi anche di “organo femminile” sui capitelli. È ricca di storia, fede (Madonna della Misericordia di Domenico Malpiedi), opere d’arte messe al sicuro altrove, quali la Madonna del Popolo del crivellesco Pietro Alemanno. Percorrendo via Capocastello a 690 s.l.m. si raggiunge il “Colle”: giardini di tigli attorniati da mura castellane con la Porta Ascarana. È un balcone con vista mozzafiato sui Monti Sibillini. Spostandoci là, sotto la catena dei leopardiani Monti Azzurri, si leva su un cucuzzolo, tra i torrenti Terro e Tennacola (piccolo Tenna, da Tinia, Giove in etrusco), Sarnano. In una mia china lo ribattezzai “Il Paese delle Tre Torri”, tutto in mattoni e nel cui centro storico (a ellissi concentriche da piazza Alta, il medievale arengo dei “fumanti”), sono visibili ovunque segni della emancipazione comunale dai signori di Brunforte (1 giugno 1265). I palazzi dei Priori, del Popolo e del Podestà si confrontano con la chiesa S. Maria di Piazza, una volta detta “Intra Moenia” (dentro le mura) per distinguerla dalla millenaria Abbazia di Piobbico, S. Maria “Inter Rivora” (tra i fiumi). Le opere d’arte anche da qui trasferite dopo il terremoto 2016, comprese le tavole di Alemanno e Nicolò di Liberatore, detto l’Alunno. Dalla Pinacoteca emigrata la Madonna con Bambino e Angeli di Vittore Crivelli. Resta nel pianoterra museale la calcarea e ciclopica ara sacrificale dei Piceni (3 t), cui Joyce Lussu dedicò il libretto “L’uovo di Sarnano” (1992). Nel visitare vicoli e sottopassi si hanno mille sorprese: porte del morto (la mia china presa da Febo Allevi), resti di tre cerchie murarie, barbacani, case a sbalzo sulla via in un’architettura occasionale unica e con regole precise medievali. Partendo dall’alto ogni giro di case doveva essere più basso del precedente per non togliergli la luce. Si entra nel centro antico da Porta Brunforte, memore della casata feudale di Rinaldo il Grande, leale avversario comunale, ghibellino inviso al papato, vicario della Marca per Re Manfredi e, infine, podestà della repubblica marina di Pisa. L’angolo più suggestivo di Sarnano: la Piazzetta della Picassera (ai piedi del Cassero). Uno scrigno. Ricca la biblioteca di origini francescane al piano superiore del municipio (dal 1861) con pergamene, incunaboli e cinquecentine. Infine, la vista unica da piazza Perfetti dei Monti Sibillini con il bacino sciistico di Sassotetto e il vicino Pizzo Meta”.

Cosa lo lega al territorio del Maceratese?

“Amo il dolce paesaggio collinare maceratese con i tanti paesi arroccati sui colli e che il grande Febo Allevi chiamava “salotti”. Guido Piovene giudicò questo paesaggio marchigiano “il più bello d’Italia””.

Cosa ricorda di coloro che venti anni fa scrivevano nella nostra Provincia da lei conosciuti?  (es. Benedetto Salvucci, Egidio Mariotti, d. Angelo Antonio Bittarelli ecc.)

““Betto” Salvucci (1927-2015) fu poeta e prolifico autore di ricerche locali storiche e tradizionali. Quando entrava nella mia casa, piena di quadri e disegni (tutti miei), diceva che entrava sbalordito “in un museo”. Mi chiedeva spesso collaborazioni a china. Una volta, mentre si parlava nel mio studio con la sua Lorenza, gli stesi “il porta-bigonce” per un suo libro sul vino pubblicato dalla Pro Loco di Piediripa. Scrisse il libro “Ricordi storici del castello di Ripe S. Ginesio” e mi chiese le illustrazioni. Andai nel paese di S. Eurosia per gli appunti grafici e gli disegnai scorci a china con addirittura una tempera per la copertina. Curò con Libero Paci il volume “Illustri maceratesi a Roma” (2001), edito dal Rotary di Macerata, e gli disegnai chine romane quali La Bocca della Verità e La Fontana del Tritone. Betto ebbe l’ardire di chiedermi anche una mappa del centro storico dell’Urbe da divedere in porzioni per i vari itinerari. Un lavoro certosino tutto a mano. La sua scomparsa un vuoto.

Uguale grande amicizia mi legava al poeta dialettale sarnanese Egidio Mariotti. Gli ho illustrato libri e poemetti, quali “Sagnulià nostru” (1995). Glieli impaginavo e portavo in tipografia, scegliendo pure la carta come per “’Na voce de li Sivillini” (2005), l’opera summa. Nel 2010 gli suggerii, prima che sparissero, una raccolta a quattro mani di aneddoti bertoldiani che raccolsi nel libro “Qui se ridìa cuscì”, illustrandolo con 27 chine. Egidio se n’è andato, con un ritmo quasi poetico dei suoi endecasillabi, alle ore 7 del 17-7-2017.

Su Angelo Antonio Bittarelli (Antonio, il secondo nome, doveroso perché il padre distratto gli diede all’anagrafe il nome del fratello maggiore Angelo) potrei stringere il tutto con una frase: gli davo del “lei” ammirando i suoi studi storici (e poesie) ma poi del tu quando mi legò con astuzia e diventammo grandi amici pur l’età diversa. Nel 1982, a Colfano, m’invitò a collaborare al settimanale “L’Appennino Camerte”, foglio in linotype a Pievetorina cui voleva aggiungere pagine dei “Paesi alle Pendici dei Sibillini”. Non potei dire di no, perché ero a quei tempi assessore alla cultura del comune di Sarnano e della comunità montana “Zona L” di S. Ginesio (poi dei Monti Azzurri). Dopo un paio di articoli inviai anche scorci a china. Li prese a volo. Li mandava a Verona (mai perso uno) per fare il cliché e li metteva in prima pagina. Sconfisse ogni mio dubbio di collaborazione durante una conferenza del Centro Studi Sarnanesi di cui io ero socio e lui fondatore e presidente: “Ho il piacere di aver trovato un amico che scrive e disegna bene”. Non ebbi via d’uscita. Poi lasciò Pievetorina per approdare col tabloid a Camerino. Mi divenne simpatico quando nella pinacoteca di S. Ginesio, durante un incontro finito a tavola per conoscere gli altri corrispondenti, gli chiesi come la pensasse politicamente al fine di capire la linea del settimanale d’informazioni. Una battuta a sorpresa. “Ti rispondo come De Gasperi alla stessa domanda. Sono come il cuore che sta al centro, ma con la punta leggermente a sinistra”. Ecco perché ci capivamo a volo. Andavo a trovarlo, a Ferragosto, nella sua Giampereto (frazione di Sarnano) dove era nato e passava l’otium a giocare con i fratelli e mi raccontava della vicina Valle dei Tre Santi, che lui chiamava beffardo Tre Salti “del diavolo che era riuscito a vendere a un credulone laziale il libro del comando”. Lo raggiungevo spesso in redazione a Camerino. Ogni volta avevo una sua generosa panoramica culturale e poi, con la scusa di non farmi uscire da solo, mi accompagnava in piazza parlandomi di arte e storia, salutando il bronzeo Sisto V, fino al bar dove aveva un debole, il Cynar. Bittarelli, un mite e autoironico gigante della nostra cultura maceratese: il settimanale camerte fu con lui un cenacolo letterario”.

Racconti al lettore due aneddoti curiosi di vario genere a suo piacere

“Due aneddoti curiosi? Posso attingerli dal libro mio e di Mariotti “Qui se ridìa cuscì” (2010) perché ho conosciuto molti personaggi tipici raccontati. Il primo a San Ginesio, Dino Francia, figura di “filosofo bevitore”, assiduo in osteria com’era d’obbligo per un artigiano fino agli anni ’60. Aveva l’appellativo “Cantina”, forse inventato da lui stesso e con cui si presentava come se fosse titolo nobiliare. Aveva capelli neri incolti, il naso curvo, pochi denti circondati da un sorriso, lo sguardo buono, gli occhi incorniciati di rosso e spesso lucidi. Gli bastava poco per essere brillo: solo il profumo dell’osteria, avendo nelle vene più vino che sangue. La mattina era di buon’ora in Piazza Gentili, accanto al monumento di Alberico. Lo salutava con garbo, sapendone la fama fino a Oxford, e si dirigeva a passo svelto in Corso Scipione Gentili. La sua meta, l’osteria di Reginalda, a metà discesa. Ogni volta la stessa scena eroica. Si guardava alla vetrina e con tono serio si diceva ad alta voce, tanto che lo sentivano passanti e gente nei negozi: “Non ci andare, Cantina, non ci andare!”. Con grande forza d’animo riusciva a non entrare, benché vedesse all’interno avventori col bicchiere in mano. Felice di aver resistito, proseguiva il sacro mattutino e giungeva in basso alla vetrina della ferramenta di Nazzareno Gentili (“Nenu lu Sbarbatu”). Qui la sublimazione. Guardandosi al vetro e con l’indice alzato: “Cantina, sei stato bravo! Meriti un premio. Andiamo su che ti pago da bere”. O cedeva subito, entrando nell’osteria, o beveva per premio. Sempre. Spostiamoci sulla collina di fronte, a Gualdo. Vi spiccava inconfondibile, fino al 1972, una grande torre guelfa. Crollò per imperizia dell’uomo. Dal 1975 vi ho insegnato per 19 anni conoscendo una sfilza di personaggi caratteristici. Gualdo, patria di figure bertoldiane come il grande Normato (vissuto a Sarnano) ha goduto anche di Gino Virgili, calzolaio e “spinottista” della Timo telefonica. Come suo solito “Ginetto” dopo pranzo andava al bar Carletti per il caffè. Qui, in una pausa fatidica, un cliente gli disse: “Giné, è un po’ che guardo le tue scarpe, ma a me pare proprio che sono le mie!”. “Embè, che vuoi?” rispose, quasi scocciato, l’artigiano con la tazzina in bocca. “Come, che voglio? Ti porto le scarpe ad accomodare e tu ci vai in giro?”. “Perché – rispose Ginetto, posando la tazzina sul bancone – se porti la macchina dal meccanico, dopo averla accomodata, non va a fare un giro di prova?”. Nei nostri paesi si sapeva ridere, l’amicizia imperava, si conversava guardandosi negli occhi e si sapeva se quello di fronte diceva il vero o no. Colore e calore paesani scomparsi oggi nei social, lasciandoci nostalgie”.

Eno Santecchia

Luglio 2018

Piazza Alberico Gentili a San Ginesio

Piazzetta della Picassera a Sarnano

 

 

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