Splendide chine

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L’insegnante Vermiglio Petetta, apprezzato disegnatore di chine, è stato a lungo anche corrispondente di giornali e periodici.

Si presenta e ci racconta dei suoi viaggi

“Ogni colloquio deve iniziare dalla presentazione. Sono Vermiglio Petetta, originario di S. Ginesio (MC) ma vivo a Sarnano dal 1969, dal matrimonio con una sarnanese compagna di scuola alle Magistrali sanginesine. Ho due figlie di cui una in America a Cleveland dal 1994 e sono nonno quater (due maschi negli Usa e due femmine in Italia) con il nipote più grande di 21 anni alla California State University di Los Angeles. Il secondo ha 17 anni e nel 2019 avrà la graduation (maturità). Ci sarò a quella cerimonia tutta americana come feci per l’altro! L’America affascina, è un altro mondo. La conosco abbastanza per due ragioni: i tanti viaggi in Ohio e due grandi giri turistici. Il primo di un mese nel 1996, con Dodge a noleggio, di 8mila km insieme ai consuoceri romani dall’Ohio al Canada e giù fino ad Atlanta in Georgia attraverso 18 territori, 2 canadesi (Ontario e Quebec) e 16 stati americani. L’ultima settimana a New York City. Un secondo tour con i miei di Cleveland nel 2012 di 5mila km nel Far West dal Nevada allo Utah, dall’Arizona alla California, fino a S. Francisco, Napa Valley e Silicon Valley (dentro la Intel): 15 giorni in tutto con 9 ore di differenza del fuso dall’Italia e tutto sulla frontiera americana dei pionieri in 14 alberghi diversi compreso il Circus Circus Hotel di Las Vegas. Insomma, ho conosciuto zone di alta tecnologia o naturali, boscose e desertiche, montagne come la Sierra Nevada, parchi mozzafiato ed etnie di nativi quali i Navajo della Monument Valley. Ho coronato il mio sogno più grande: il Grand Canyon, una meraviglia della natura con in fondo il sinuoso Colorado. Infine, quando sto da mia figlia a Cleveland, parto spesso in mbike con i colori di “Sarnano in Bici”, scendo per Little Italy. La più vera e viva in America con Holy Rosary Church (Chiesa Santo Rosario – 1908), scuola del metodo Montessori, negozi italiani, Alta House (Casa Italia per riunioni). Vera e viva rispetto a quella di New York, ridotta invece da anni a una sola via con qualche bandierina tricolore. Gli ultimi italoamericani si sono trasferitisi in altri quartieri ed è piena di cinesi della vicina e vivace Chinatown. La Piccola Italia di N.Y.C. è rimasta solo nelle ricostruzioni dei set cinematografici. Ci andai emozionato nel 1996, ma già deludeva. Ritornando alla mbike e proseguendo verso Cleveland, costeggio ogni volta il lago Erie, passo davanti al Museo del Rock, giro sotto i grattacieli del downtown, sfioro i templi sportivi dei Cavaliers, Indians e Browns; oltrepasso il fiume Cuyahoga che circa 40 anni fa s’incendiò ma poi, allontanate tutte le industrie del carbone e dell’acciaio (Rockefeller), è diventato di sponde turistiche. Oppure punto a sud verso Solon e Akron, verso il profondo Ohio fino a Middlefield, nella contea di Geauga, terra degli Amish (quelli di origine olandese-tedesca che emigrati nel ’600 per la libertà religiosa, rifiutano la corrente elettrica “foriera del diavolo”). Sciolgo le gambe in 118 km A/R e mi fermo a far visita all’amico John, amish venditore di mobili di legno massiccio “oak and cherry” (quercia e ciliegio). Lo intervistai la prima volta nel 2001, curioso di sapere anche il perché dei ponti coperti (“più solidi”), con “le mie quattro parole” d’inglese-americano usando tanti disegni nel fare domande. Ogni uscita in mbike, divertimento e novità assicurati. Nel 2015, prima e unica caduta della mia vita col naso a terra. Una vicenda incredibile: chiamato il 911 da un automobilista a mia insaputa, ecco l’arrivo in soccorso a sirene spiegate dei vigili del fuoco con truck rosso senza scala ma con cisterna e ambulanza “a scatola di scarpe”, inoltre due Ford della Police da due city diverse per accertarsi se mi serviva aiuto. Il mio ritorno autonomo con i pedali a Richmond Heights. Ma nel pomeriggio ancora gocce rosse dal naso e quindi all’Emergency con mia figlia (interprete della Cleveland Clinic) previo consenso dell’assicurazione americana, che però già dopo una settimana mi ha fatto rimpiangere il welfare italiano. Ho sborsato molti dollari perché là comandano le assicurazioni e non i medici. Se hai i dollari ok, altrimenti sbadigli. La riforma sanitaria di Obama voleva tutelare finalmente milioni di poveri ma è stata già ridotta al lumicino dal successore. Senza dollari niente assistenza. Esemplare il caso narrato dal film “John Q” del 2002 con Denzel Washington che, abbandonato dall’assicurazione (troppa spesa), sequestra un reparto di ospedale e vuole uccidersi per dare il suo cuore al figlio. La prossima volta in America, andrò con assicurazione italiana e cercherò di non scalfire la strada col naso. Se dovessi dare consigli su cosa vedere negli Usa non mi basterebbe un libro intero. Senz’altro si deve partire con lo spirito d’avventura e preparasi al marchio della Coca Cola anche al risveglio sui cuscini dei motel. Ad Atlanta nel 1996 ho visitato il museo della bibita simbolo americano con 23 gusti diversi “cortesemente da assaggiare” e su cui stilare un giudizio. Fatto. All’uscita ho rischiato di spiccare il volo come una mongolfiera sulle Olimpiadi iniziate quel giorno. A Boston ho visitato il MIT e la fregata-museo Constitution detta “Old Ironsides” (nel 1972 la costruii in navi-modellismo e la dipinsi con ampio olio nella vittoriosa battaglia di Bahia del 1802 contro l’inglese Java, entrambi i lavori in sala a Sarnano); a Washington D.C. nella Casa Bianca ho visto la “tristezza pensosa” nel ritratto grigio del presidente J. F. Kennedy (“Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi”). Sono entrato con guida al Palazzo dell’Onu fino alla sala dell’Assemblea Generale. Dall’Empire State Building ho ammirato la Grande Mela col Central Park; dalla corona della Statua della Libertà (allora si saliva) le Torri Gemelle (…) dopo ore di sacra fila e privacy”.

Qual è il suo rapporto con il viaggiare?

“Viaggiare fa parte della mia indole. Ho preso forse da mio padre cui bastava dirgli “andiamo” ed era pronto, nemmeno sapendo dove. A 4 anni mi portò ad Assisi, dove mi persi ma da solo ritrovai la comitiva dei pellegrini sanginesini e, nel 1952 mi portò a Roma, dove vidi sul Palatino Alcide De Gasperi e in piazza S. Pietro la figura ieratica di Pio XII sulla sedia gestatoria. Il viaggiare è cresciuto anno dopo anno, fino a organizzare con Ino Compagnoni, amico maestro a Gualdo (Macerata), gite per venti anni in tutta Italia e all’estero fino a Parigi, Ginevra, Lubiana, Lourdes, Barcellona, Mauthausen e Vienna. Poi ci si sono messe le due figlie a “muovermi” negli Usa o in Emilia a Mirandola, terra di Giovanni Pico e del terremoto del 2012, scoppiato mentre stavo a Las Vegas con 9 ore di differenza per telefonare. Il viaggiare apre la mente e gli orizzonti, fa conoscere culture diverse e ci avvicina ad altri popoli. Si viaggi per conoscere oltre che per divertirsi”.

Come e quando è nata la sua passione per il disegno a china?

“Ho da sempre l’istinto o la “voglietta” per il disegno (gli alunni mi correggevano con il termine “ispirazione”). Don Giovanni Liverotti, allora parroco sarnanese, usò una parola enorme: “Vermiglio, hai avuto dal Creatore un carisma… donalo agli altri!”. Messaggio ricevuto. Il mio merito: l’aver coltivato il dono (termine meno impressionante) e donato a chi dimostra iniziativa per la comunità. Ho avuto tuttavia la fortuna di cogliere a S. Ginesio sin da piccolo stimoli e occasioni. Ho ancora in soffitta un album delle elementari con miei disegni a pastelli Fila Giotto. Uno rappresenta s. Antonio Abate e un altro un canale con veduta veneziana. Avevo visto in un libro un Canaletto. Lo studiai e scoprii le linee che si stringevano in fondo. La prospettiva da allora è per istinto il punto di partenza d’ogni disegno con scorcio. In classe III sempre a S. Ginesio, il maestro Salvatore Onori, marito della direttrice Moneta di origini camerti, appese alla parete una grande stampa a colori, “La Madonna del Cardellino” di Raffaello. La guardavo tutto il giorno. La direttrice divenne mamma e venne un supplente (Eno Panichelli, maestro, calciatore e attore comico della filodrammatica) che con i gessi disegnò alla lavagna il serpente e l’albero dell’Eden. L’ho ancora nella mia memoria visiva. Un giorno nei pressi del Cimitero di Fiolce, vidi in mezzo a un campo un giovane con cavalletto, tela e pennelli. Si chiamava Danilo (orfano presso il convento-ginnasio dei francescani) che dipingeva con toni caldi il panorama del paese. Restai accanto a lui per ore. Tre esperienze che forse mi hanno ancor di più acceso la passione grafico-pittorica. Nell’ultimo anno delle Magistrali la “bella” professoressa maceratese di disegno, appena entrava in aula, mi mandava fuori per un’ora e mezza dal bidello Basilio per rientrare negli ultimi minuti a fare con i gessi il mio disegno alla lavagnetta. Per settimane aveva visto le altre 20 tutte con il mio stile. Non potei più aiutare i compagni e soprattutto le compagne di classe. Diventato maestro di ruolo a 20 anni a Roma, mi accorsi dell’utilità di uno schizzo durante una lezione. Quando vedevo gli alunni dubbiosi, usavo la tecnica delle caverne (un disegno per la caccia o altro) e completavo la lezione disegnando. Per 42 anni d’insegnamento il disegno con i gessi è stato il mio primo metodo didattico in classe. Anche la scrittura di un brano musicale (ho suonato in banda da ragazzo per 16 anni il trombone tenore in Si bemolle), poi da studiare col flauto soprano in Do, era una sorta di disegno ed esercizio dell’attenzione sul pentagramma. Con risultati anche nello scoprire passioni. A Gualdo e a Sarnano vari alunni, sensibili ai miei stimoli, hanno vinto ex-tempore pittoriche distrettuali; altri circa la musica hanno proseguito diplomandosi al conservatorio e rifondando la banda di Sarnano. Nel 2007 feci un’esperienza scolastica anche a Cleveland (Ohio). Mio nipote Marco, cittadino americano dalla nascita (ius soli), mi disse che la sua maestra desiderava una mia lezione multietnica. Ero in pensione da pochi mesi e ancora fresco di banchi. Accettai, chiedendo due gessi e una lavagna, perché sapevo di avere solo “quattro parole d’inglese” ma il disegno in mano (anzi al polso dove risiede la delicatezza del tratto). Passai in segreteria con il passaporto e firmai tra tanti sorrisi. Davanti a due classi di IV della Public Elementary School di Richmond Heights (area di Cleveland) scrissi e dissi poco, ma schizzai in una sola ora 52 disegni! Incredibile ma vero. Iniziai, in un silenzio assoluto, dal centro storico di Sarnano stilizzato, il cimiero di un cavaliere e la data del libero comune (1 giugno 1265). Su un’altra lavagna tracciai la cartina dell’Ohio (forma vista in giro di cartelli stradali) con un nativo “pennuto” e la data dello stato (1803). Capirono la differenza storica e ci fu un grosso “Wow”. Disegnai il viaggio di Colombo con le tre caravelle e il mio in Airbus Roma-JfK. Gli applausi da allora in poi si sprecarono. Una sosia di Naomi Campbell mi chiese: “Mister teacher, a Ferrari car, please”. Disegnai un coupé in prospettiva con il cavallino sul frontale. Gli applausi furono un boato. Atmosfera d’incanto. Disegnai. Mi ricordai stranamente di Carosone, che finì di suonare al massimo della carriera, e posai il gesso. Fu una rivolta e tutti intorno per bloccarmi anche nel pomeriggio scolastico. Non potevo restare. All’uscita, l’abbraccio della dirigente scolastica. La maestra, alle mie prime battute, aveva detto qualcosa all’orecchio di mia figlia che mi aveva accompagnato: “Il suo papà è un insegnante naturale”. Dopo due giorni, mio nipote mi portò a casa una grossa busta con dentro 45 fogli di ringraziamento e di felice ritorno in Italia. Conservo tutto nel cuore”.

Quali sono i soggetti più ritratti, in tanti anni, nelle sue chine?

“Ho disegnato di tutto. A matita disegnai i profili dei miei compagni di classe del IV Magistrale (1961-62). Uno di loro è scomparso da anni e nel rivederlo a matita 18enne sul banco mi ha dato una stretta al cuore. Il preside Flavio Parrino, autore a Macerata di un dizionario in vernacolo e avuta notizia che uno studente “dipingeva e disegnava come un matto”, volle vedere i miei oli; mi disse che l’arte mi avrebbe dato soddisfazioni nella vita e spedì uno scorcio ad olio di S. Ginesio alla Mostra Nazionale dello Studente, organizzata da Il Giornale d’Italia. L’ho recuperato e lo conservo in casa con il cartellino originale della rassegna. In 35 anni di corrispondenza volontaria da Sarnano per il settimanale L’Appennino Camerte e nei 3 anni col mensile La Gazzetta Italiana di Cleveland ho disegnato centinaia di chine. Le due collaborazioni mi hanno spinto a riprodurre scorci paesani di vari centri storici, soprattutto di quella miniera infinita che è Sarnano. Sono andati ovunque. Il pittore Mauro Maurelli mi fece un ritratto ad olio e in cambio volle due chine su Sarnano che conserva a Milano. Un amico abruzzese di camping sul Gargano mi spedì due sue pagine originali di Diabolik (e firmate per l’occasione che tengo alla parete dello studio) ma chiese la mia china “Il Cortile del Palazzo Ducale di Camerino” che conserva ad Avezzano. Un ultimo esempio: una china sarnanese sta dal 1997 all’ingresso di una house ad Atlanta (Georgia). Conservo le fotocopie di ogni mio disegno “prima del distacco” e fatte quando ancora non c’era lo scanner”.

Come nacque la sua voglia di scrivere?

“Ero 20enne a S. Ginesio e un prof di ginnastica mi chiese se volevo fare il corrispondente sportivo per Il Messaggero. Scrissi invece di politica, puntando il dito sulla Dc paesana che aveva dato “la pensione pure ai gatti” nelle famiglie degli “amici” (i “compagni” stavano dall’altra parte) ma trascurava il futuro del paese. Imparai con un corso a battere a macchina, però la corrispondenza durò poco perché vinsi a Roma il concorso magistrale e scelsi Pietralata (due anni meravigliosi in quella borgata di confine pur con l’assenza dei papà “tutti fuori” ossia “dentro” come mi precisò il direttore). In classe proposi un foglio dattiloscritto con la testata “Amico Banco”. Il tesserino del Messaggero però mi pesava: mi permetteva come stampa di entrare ovunque. Non potendo più scrivere dal paese, andai in via del Tritone nella sede storica del Messaggero e al piano nobile lo riconsegnai a una signora che dapprima si preoccupò, ma poi mi fece gli auguri dicendo di rimanere sempre amico. Trasferitomi nelle Marche nel 1969, insegnai nel 1972-73 a Civitanova Alta, dove vidi un’attrezzatura di tipografia vergine (da ragazzo a S. Ginesio ero stato nei mesi estivi nella tipografia Carlo Alessandrini). Proposi agli alunni di comporre con i caratteri mobili un giornalino, “Il Piccolo” che non aveva nulla in comune con il quotidiano di Trieste. Incisi su linoleum la testata con la Porta Marina su cui svettava un’insolita conifera nata tra i mattoni. Nel 1984 a Colfano, l’incontro fatidico con lo studioso di storia patria don Angelo Antonio Bittarelli, direttore de L’Appennino Camerte. Propose nuove pagine dedicate ai “Paesi alle pendici dei Sibillini”. Il settimanale di lì a poco avrebbe lasciato la linotype di Pievetorina per approdare in tabloid a Camerino. Ero assessore alla cultura sia del comune di Sarnano e sia della Comunità Montana “Zona L” di S. Ginesio (poi dei Monti Azzurri) e non potevo dire di no. Ritornai quindi per caso a scrivere articoli. L’avventura “giornalistica” gratuita, allungatasi in migliaia di articoli e centinaia di chine, è durata 35 anni. L’ho chiusa nel mese di aprile 2018 perché “non mi divertivo più”, oltretutto perché sparite dalla redazione figure speciali del giornalismo locale”.

Della sua collaborazione con la Gazzetta di Cleveland cosa ci dice?

“Iniziai nel 2008 dopo aver conosciuto il mensile bilingue “La Gazzetta Italiana” ad Alta House, a Little Italy di Cleveland (Ohio) e la caporedattrice d’origine siciliana. Ammirò subito i miei articoli (che lei traduceva in inglese) e le chine, novità assoluta per la testata. Avevo una pagina intera: in alto impaginavano il mio testo tradotto in inglese con il mio disegno al centro e sotto la versione originale in italiano. L’argomento era suggerito dalla redazione tre mesi prima (sic!). Dopo tre anni, già dimessasi l’amica redattrice, sostituita nella traduzione da mia figlia “interprete”, ho scritto alla proprietaria che “non avevo lo spirito di scrivere su Natale a… settembre” e ho terminato la collaborazione. Il top fu nel 2009 per “S. Valentino” (festa sacra con forte business in America) per cui disegnai “Il Bacio”, tratto dal dipinto romantico di F. Hayez. Nell’articolo: la storia del cioccolatino omonimo, nato a Perugia da un’idea di Luisa Spagnoli con messaggino d’amore per il suo corteggiatore Giovanni Buitoni, che alla sua morte proseguì diffondendolo nel mondo con due innamorati su una scatola blu creata negli anni ’20 da Federico Seneca. Per i titoli la redazione della Gazzetta Italiana scelse caratteri di un fiorito corsivo inglese”.

Indichi al viaggiatore estero alcuni aspetti, scorci e bellezze di Sarnano e San Ginesio, belli e poco conosciuti.

“Conosco i due centri maceratesi perché sul Colle Ascarano sono nato e vissuto fino alla gioventù, mentre a Sarnano, patria di mia madre, ho messo le radici dopo il matrimonio nel 1969. In entrambi è impossibile non visitare i centri storici. A S. Ginesio, tutto in arenaria, s’inizia da Porta Picena (altre 3 porte e decine di bastioni ben conservati sono su mura chilometriche) per restare subito sbalorditi davanti all’Ospedale dei Pellegrini. È il monumento più bello che conosca in pietra arenaria e con due fughe di archi leggeri. Fu hospitale, costruito dai sanginesini nel ’300, per accogliere i pellegrini sul cammino lauretano. Ovviamente presso la porta per evitare rischi di epidemie. Salendo al centro, sfiorando dimore e antichi conventi di studio (anche di s. Nicola da Tolentino) si arriva nella scenografica piazza Alberico Gentili (S. Ginesio 1552 – Londra 1608) con il monumento bronzeo, opera di Giuseppe Guastalla, eretto da liberali e massoni nel 1908 al giusnaturalista vicino alla Riforma, docente a Oxford e autore del “De Jure belli”. Lo guardano con spirito diverso il laico Teatro Leopardi e la cattolica Collegiata con la facciata in gotico fiorito unico nelle Marche, nonché l’imponente Campanile Civico con la caratteristica cupola “a cipolla”. Il sisma ha chiuso la chiesa, con origini forse di palazzo templare ma sono spariti tutti i documenti regressi per la “damnatio memoriae”. Rimangono incisi sui capitelli simboli templari e addirittura su un capitello il simbolo dell’organo femminile. La Collegiata (già Pieve) è ricca di storia e fede (Madonna della Misericordia di Domenico Malpiedi che mosse gli occhi e con indagini pontificie nell’800, quindi santuario) e di opere d’arte spostate altrove, quali la Madonna del Popolo del crivellesco Pietro Alemanno. Percorrendo Corso Capocastello (690 m s.l.m.) si raggiunge il “Colle Ascarano”, giardino di tigli sulle mura castellane con Porta Ascarana. È un balcone dalla vista mozzafiato sui Monti Sibillini. Spostandoci là, sotto la catena dei leopardiani Monti Azzurri, si alza su una roccia, tra i torrenti Terro e Tennacola (piccolo Tenna da Tinia, Giove in etrusco), Sarnano. In una mia china lo ribattezzai “Il Paese delle Tre Torri”, tutto in mattoni e nel cui centro storico (a ellissi concentriche da piazza Alta, Arengo dei “fumanti”), sono visibili ovunque segni della emancipazione comunale dai signori di Brunforte (1 giugno 1265). Il palazzo dei Priori, quello del Popolo e del Podestà si confrontano nel potere con la chiesa S. Maria Intra Moenia (dentro le mura) per distinguerla dalla millenaria e benedettina Abbazia di Piobbico S. Maria Inter Rivora (tra i fiumi). Le opere d’arte, tutte trasferite a causa del sisma 2016, comprese le tavole di P. Alemanno e Nicolò di Liberatore, detto l’Alunno. Dalla Pinacoteca trasferita anche la Madonna con Bambino e Angeli di Vittore Crivelli. Resta nei musei a piano terra la pietra ciclopica calcarea e ara sacrificale dei Piceni (3 t), cui Joyce Lussu dedicò il libretto “L’uovo di Sarnano” (1992). Nel visitare vicoli e sottopassi si hanno mille sorprese: porte del morto (la mia china fu “presa” di slancio da Febo Allevi), resti di tre cerchie murarie, barbacani e case a sbalzo sulla via. Il tutto in un’architettura occasionale unica e con regole precise medievali: partendo dall’alto ogni giro di case doveva essere più basso del precedente per non togliergli la luce. Si entra nel centro storico da Porta Brunforte, memore del Grande Rinaldo, avversario leale della prima comunanza, ghibellino, vicario della Marca per Re Manfredi e infine podestà della Repubblica marina di Pisa. L’angolo più suggestivo di Sarnano: la Piazzetta della Picassera (ai piedi del Cassero). Uno scrigno. Da visitare la ricca biblioteca (origini francescane e piano superiore del municipio dal 1861) con pergamene, incunaboli e cinquecentine. Infine, la vista unica da piazza Perfetti sui Monti Sibillini con il bacino sciistico di Sassotetto. Un incontro ravvicinato con i Monti Azzurri di leopardiana memoria”.

Cosa lo lega al territorio del Maceratese?

“Amo il dolce paesaggio collinare maceratese con i tanti paesi arroccati sui colli e che il grande Febo Allevi chiamava “salotti”. Guido Piovene giudicò questo paesaggio marchigiano “il più bello d’Italia””.

Cosa ricorda di coloro che venti anni fa scrivevano nella nostra Provincia da lei conosciuti?  (es. Benedetto Salvucci, Egidio Mariotti e don Antonio Bittarelli)

““Betto” Salvucci, prolifico autore di ricerche locali anche storiche mi chiedeva spesso collaborazioni a china. Una volta, mentre con la sua Lorenza parlava nel mio studio, gli stesi “il porta-bigonce” per un suo libro sul vino pubblicato dalla Pro Loco di Piediripa. Scrisse un libro sul castello di Ripe S. Ginesio e mi chiese le illustrazioni. Salito nel paesetto di s. Eurosia per appunti, disegnai vari scorci a china con addirittura una tempera per la copertina. In un altro volume, “Illustri maceratesi a Roma” (2001) edito dal Rotary di Macerata curato da Betto e Libero Paci, disegnai chine romane (20enne ho insegnato per 5 anni nella capitale) ma ebbe l’ardire di chiedermi una mappa del centro storico dell’Urbe da divedere per i vari itinerari. Un lavoro certosino a mano libera finito bene e recuperato per ricordo. Amicizia ancora più grande mi legava al poeta dialettale sarnanese Egidio Mariotti. Mi ha segnato la vita. Gli ho illustrato libri e poemetti (quali “Sagnulià nostru”); glieli ho addirittura impaginati e portati in tipografia scegliendo pure la carta. Abbiamo composto a quattro mani “Qui se ridìa cuscì”, raccolta di aneddoti bertoldiani con 27 mie chine. Egidio ci ha lasciati dopo la scomparsa della sua Eva e il secondo ictus con un ritmo quasi poetico dei suoi endecasillabi alle ore 7 del 17-7-2017. Su mons. Angelo Antonio Bittarelli (Antonio, a dire il vero secondo nome, però sempre usato perché il padre distratto gli diede all’anagrafe il nome del fratello maggiore Angelo) potrei stringere il tutto in una frase: all’inizio gli davo del lei, ammirando i suoi studi storici (e poesie) ma mi legò con sottile astuzia tanto che diventammo grandi amici pur l’età diversa. M’invitò a collaborare per il settimanale camerte a sorpresa a Colfano dove propose di lasciare il foglio in linotype di Pievetorina (mandava le mie chine a Verona per fare il cliché e le metteva in prima pagina – mai persa o danneggiata una) e di approdare col tabloid a Camerino aggiungendo pagine dei “Paesi alle Pendici dei Sibillini”. Non potei dire di no, perché ero a quei tempi assessore alla cultura del comune di Sarnano e della comunità montana “Zona L” di S. Ginesio oggi Monti Azzurri. Inoltre, eliminò ogni mio dubbio di collaborazione durante una conferenza del Centro Studi Sarnanesi di cui era fondatore e presidente: “Ho il piacere di aver trovato uno che scrive e disegna bene”. Non ebbi via d’uscita. Mi divenne addirittura simpatico quando nella Pinacoteca di S. Ginesio, durante un incontro finito a tavola per conoscere gli altri corrispondenti, gli chiesi come la pensasse politicamente al fine di capire la linea del settimanale d’informazioni. “Ti rispondo come De Gasperi rispose alla stessa domanda: sono come il cuore che sta al centro ma con la punta leggermente a sinistra”. Ecco perché ci capivamo a volo. Andavo a trovarlo d’agosto nella sua Giampereto (frazione montana di Sarnano), dove tornava ogni anno in ferie per l’otium: una conferenza storica nella cripta dell’Abbazia e ore intense a giocare a carte con i fratelli. Mi raccontava della dirimpettaia Valle dei Tre Santi, che lui amava invece chiamare dei Tre Salti (del diavolo felice, perché era riuscito a vendere il libro del comando a un laziale credulone). Lo raggiungevo spesso in redazione a Camerino. Qui ogni volta mi regalava una generosa panoramica culturale e poi, con la scusa di non farmi scendere le scale da solo, lasciava la stilografica chiusa sul foglio, mi accompagnava in piazza parlandomi di arte e storia, salutava il bronzeo Sisto V e mi portava al bar, dove aveva un debole. Il Cynar. “Don Antonio Bittarelli” il mite, autoironico, sensibile e gigante della nostra cultura marchigiana: il settimanale camerte fu con lui un cenacolo letterario”.

Racconti al lettore qualche aneddoto curioso di vario genere a suo piacere

“Aneddoti curiosi? Posso attingerli dal libro mio e di Mariotti “Qui se ridìa cuscì” del 2010, perché ho conosciuto di persona molti dei personaggi narrati. Il primo a San Ginesio, Dino Francia, figura tipica di filosofo-bevitore, assiduo in osteria com’era d’obbligo per un artigiano fino alla fine degli anni ’60. Aveva l’appellativo di “Cantina” con cui si presentava lui stesso come se fosse un titolo nobiliare. Aveva lo sguardo buono, gli occhi incorniciati di rosso e a mezzogiorno già lucidi. Gli bastava poco per essere brillo: nelle sue vene scorreva più vino rosso che sangue. La mattina presto, passava in Piazza Gentili accanto al monumento di Alberico. Lo salutava con garbo, conoscendone la fama fino a Oxford, e si dirigeva a passo svelto verso Corso Scipione Gentili. La sua meta era, a metà discesa, l’osteria di Reginalda. Davanti alla cui vetrina ogni volta la stessa scena eroica. Noi ragazzi lo seguivamo divertiti ma con discrezione, convinti della sua odissea. Si guardava specchiandosi e con tono serio diceva ad alta voce, tanto che lo sentivano i passanti e la gente nei negozi vicini: “Non ci andare Cantina, non entrare!”. Con grande forza d’animo riusciva a non entrare benché vedesse all’interno del locale amici avventori ai tavoli e col bicchiere in mano. Felice di aver resistito, proseguiva il cammino e giungeva alla vetrina della ferramenta di Nazzareno Gentili (detto “Nenu lu Sbarbatu”). Qui la sublimazione. Guardando la sua immagine riflessa dal vetro, le diceva con l’indice tremante: “Cantina, sei stato bravo! Meriti un premio. Andiamo su che ti pago da bere”. O cedeva subito entrando nell’osteria di Reginalda o beveva poi per premio. Spostiamoci per sorridere ancora sulla collina di fronte, a Gualdo. Vi spiccava a simbolo fino al 1972 una grande torre con merli guelfi. Dal 1975 vi ho insegnato per 19 anni. Gualdo è stata la patria di figure bertoldiane come il grande Normato (Nolmado Onori, il vero nome, vissuto a Sarnano) e una sfilza di personaggi caratteristici. Uno dei tanti, Gino Virgili calzolaio e spinottista della società telefonica Timo. Come suo solito dopo pranzo, andava al bar Carletti per il caffè. Qui una volta lo stupore di un cliente: “Giné, è un po’ che guardo le tue scarpe ma a me pare proprio che sono le mie!”. “Embè, che vuoi?” rispose l’artigiano quasi scocciato con la tazzina in bocca. “Come, che voglio? Ti porto le scarpe ad accomodare e tu ci vai in giro?”. “Perché – rispose serafico Ginetto posando la tazzina sul bancone – se porti la macchina dal meccanico, dopo averla accomodata, non va a fare un giro di prova?”. Girava sempre con le scarpe degli altri. Per un’intera mattina il sindaco Giovanni Ceriscioli gli squillò dal municipio per avere la linea con il Prefetto, ma lui batté la suola e non rispose. Non infilò lo spinotto. Giovanni, collega maestro, mi disse che nel bar lo rimproverò perché non gli aveva risposto. Ginetto tranquillo: “Una volta risposi a babbu che me dette un ’mmoccató e da allora non risponno più a nessuno!”.  Sempre presso il bar-pensatoio gualdese, un bambino trafelato disse con la mano sulla bocca a Peppe: “Mamma ha detto se questa sera vieni a cena da noi?”. “Sì, coccu – rispose l’uomo – ma che te fa male un dente?”. “No, mamma mi ha detto di dirtelo a mezza bocca!” (sperando che non accettasse).  Infine, fuori dal volumetto ma realmente accaduto durante una briscolata. Un amico di gioco iniziò a ridire sul compagno che osannava la propria moglie: “Non è così bella, tua moglie, come dici tu; devi ammetterlo”. Il bravo marito rispose con una frase monumento: “Sì, pò esse’. Ma tu non la guardi con l’occhi mia!”. Nei nostri paesi si sapeva ridere, ci si stuzzicava ma si restava amici. Si conversava guardandosi negli occhi e si sapeva se quello di fronte diceva il vero o no. Si viveva tra il colore di figure tipiche e il calore umano. Oggi si scambiano frasi spezzettate perfino allo stesso tavolo di un bar tramite cellulare senza guardarsi negli occhi. Sarebbe un sogno ritornare al piacere della conversazione, come una volta a Sarnano sul muretto della Piazzetta della Picassera o oggi su una panchina dei giardinetti in Piazza della Libertà e sognare viaggi in paesi lontani per incrociare altri popoli e imparare cose nuove”.

Copyright © 2018 Eno Santecchia

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Martedì 17 luglio 2018

Piazza Alberico Gentili a San Ginesio

Piazzetta della Picassera a Sarnano

 

 

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