Iniziò a Casavecchia

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Gli eventi sismici 2016-17 hanno fatto diventare passato remoto gli accadimenti di un anno fa, anche le foto sono diventate di colpo irripetibili e storiche. È stato uno spartiacque: ci sarà il prima e il dopo.

Da diversi anni, ho una grande stima per Fernando Mattioni, una di quelle persone che ammiro per aver dedicato la vita a qualcosa d’importante. L’averlo rincontrato mi ha fatto un gran piacere, scrivere qualcosa su di lui è gratificante.

Fernando è ben conosciuto nel Maceratese da chi ama le tradizioni locali, gli antichi mestieri, il folklore e la civiltà contadina. Infatti, è stato fondatore e sviluppatore del museo della “Nostra Terra” di Pieve Torina (MC).

Nacque a Montecavallo l’11 gennaio 1934.  Durante quell’anno accadde un fatto che precorrerà  la devastazione dell’Europa. In Germania, morto il presidente Hindenburg, Hitler assume la presidenza e accentra nelle sue mani tutti i poteri dello Stato.

Il padre Renato aveva preso in affitto dal sig. Pietro Piscini un mulino ad acqua con tre macine a Casavecchia di Pieve Torina. Dopo due anni la sua famiglia vi si trasferì.

Muoveva l’opificio l’acqua del ramo del Chienti proveniente dalla frazione Capodacqua, dove nacque il cardinale Angelo Giori (1586 – 1662).   Il mulino aveva un laghetto a monte, ricco di trote e anguille; per divertimento si poteva navigare con una barca a remi. D’inverno l’acqua proveniva anche dal fosso di Appennino.

La famiglia Piscini, originaria di Ussita, possedeva vaste proprietà terriere, ma soprattutto ben 14.000 pecore, alla fine Ottocento aveva alle dipendenze 150 pastori. Mediante grossi carri trainati da cavalli rifornivano, tutti i giorni, i mercati romani di formaggi, ricotta e abbacchi. Introdusse per primo la varietà di pecora sopravvissana. Alla tosatura vendeva anche grandi quantità di lana, allora molto apprezzata. D’inverno le pecore pascolavano in Maremma, d’estate tornavano sugli Appennini. La fama dei Piscini travalicò ben presto i confini regionali, anche con questo episodio che mi raccontava mia madre e mi fa piacere riascoltarlo da Fernando.

Un giorno Piscini, mentre era in Maremma, si vestì bene e si recò a Roma, entrò in un bar di buon livello e ordinò un caffè: allora costava 1-2 centesimi di lira. Nel pagare tirò fuori una banconota da 50 lire, il barista obiettò: “A quest’ora non ho il resto”. Piscini gli lasciò la banconota di grosso taglio e se andò dicendo: “Piscini non prende resto!”. Il barista e gli avventori, che avevano compreso trattarsi di un pastore, rimasero di stucco.

Ritorniamo al mulino posto a pochi metri dalla Valnerina, la strada per Visso. Una macina lavorava solo il grano tenero, l’altra i cereali vari, quali mais e orzo, e anche fava e ghiande per i maiali. Fernando ricorda anche un seme particolare, il moco (Lathyrus cicera), usato d’inverno per i vitelli e i tori: si diceva fosse proteico.

Si macinavano circa 1.200 quintali l’anno. Nel periodo estivo l’acqua scarseggiava, bisognava attendere quattro ore che si riempisse il laghetto, poi con un’ora (e per un solo quintale di macinato) terminava la riserva d’acqua.  Da novembre fino a maggio tanta era la richiesta che si lavorava giorno  e notte. L’acqua scendeva dai vicini monti, dove le nevicate invernali erano molto abbondanti.

Fernando da piccolo trascorse un mese nella colonia estiva “Bruno Mussolini” a Casavecchia, della quale conserva una foto. In un campo abbandonato, a un centinaio di metri dal mulino, si eseguivano le cure elioterapiche indossando cappellini bianchi, pantaloncini chiari e sandali.

Il padre (nato nel gennaio del 1900) prestò servizio nell’Arma dei Carabinieri per complessivi otto anni. Durante la Grande Guerra, dopo un paio di mesi al fronte fu trasferito ad Ancona, dove, durante la “Settimana Rossa”, si ritrovò tra i rivoluzionari comunisti e i primi nuclei di fascisti. Congedatosi, nel 1940 lo raggiunse la cartolina di precetto e dovette ripartire, quarantenne, per Pesaro. Svolse molti servizi di vigilanza notturna lungo la direttrice ferroviaria adriatica per prevenire gli attentati. Dura la vita nell’Arma: Fernando ricorda due Carabinieri di Pieve Torina e due di Visso in bicicletta che eseguivano, a metà strada, un “punto d’incontro”, di giorno e di notte, in località Fornaci di Pieve Torina.

Partito il padre per la guerra, la mamma mandava avanti l’attività molitoria. Per i carichi pesanti collaboravano i clienti che arrivavano con asini da Appennino, con carri agricoli; se provenivano dalla soprastante montagna, usavano le tregge (basse slitte).

L’occupazione tedesca lo trovò a Casavecchia, aveva dieci anni.

Quando si venne a sapere dell’arrivo dei tedeschi, gli abitanti che possedevano le case lungo “lo stradale” sfollarono sulle frazioni e case di montagna. Alcune donne si portarono via le povere doti: rotoli di panno grezzo di canapa per le lenzuola, asciugamani, ecc.  e le fecero murare in un locale della casa di Pietro Marini, appoggiandoci un armadio per non far notare l’intonaco fresco. Gli abitanti di Casavecchia si portarono con sé i quadrupedi, i suini e gli animali da cortile. A lato del mulino vegetavano tre grossi alberi di noce, i tedeschi in ritirata (nell’aprile – giugno 1944) si nascondevano sotto la folta chioma per non essere bersagliati dagli aerei alleati.

Bambino curioso, stava spesso in mezzo agli accampamenti tedeschi, per vedere da vicino le divise e le armi. Li osservava mangiare pezzi di maiale lesso cotto in una grossa caldaia e tagliato con le baionette, litigare, fare a pugni e lavarsi nel fiume. L’acqua era pulitissima e si beveva.

La motorizzazione delle truppe di fanteria tedesca è stata enfatizzata, le divisioni di fanteria spesso erano trasportate su carri ippotrainati. Infatti Fernando di quelle truppe di passaggio non vide mai nessun mezzo cingolato, né blindato, solo grandi carri usati per portare militari e vettovaglie e mossi da grossi cavalli da tiro belgi. Partivano preferibilmente di sera per evitare i mitragliamenti aerei. Vide solo due camion con soldati tirolesi, anche loro si nascosero sotto il grosso ombrello delle noci. Mangiavano un pane nero di segala a forma quadrata, duro, ove spalmavano la margarina che tiravano fuori da grossi barattoli di latta.

Le avanguardie alleate giunsero nel Maceratese dapprima da Serravalle del Chienti e i tedeschi fermi a Casavecchia, appena avuta quella notizia, per non avere la via di fuga verso il nord preclusa, una notte abbandonarono tutto, lasciando tende, divise, cassette vuote di munizioni, grossi rotoli di miccia marrone e qualche elmetto. Nel museo di cui andremo a parlare ci sono: un elmetto tedesco, uno inglese e un casco coloniale italiano della guerra d’Etiopia.

Nei giorni seguenti la ritirata tedesca, Fernando mentre si trovava all’ombra, lungo il fiume, con l’amico Nunzio Piergiacomi, sentì un forte rumore come proveniente da uno stormo di aerei in avvicinamento, erano i carri americani Sherman che scendevano da Appennino. Il transito durò parecchi giorni, di sera procedevano piccole cingolette con due-tre soldati ciascuna. I cingoli dei mezzi corazzati alleati avevano scavato dei grossi canaloni sulla strada di breccia, consumandone una metà.

Dagli americani, gli anziani preferivano farsi offrire le sigarette, i bambini piccole barrette di cioccolato fondente.

Diplomatosi maestro, Fernando iniziò a insegnare presso l’istituto di rieducazione “Fiorelli Santa Chiara” di Visso che aveva sede presso un ex grosso convento di suore. Vi erano 300 ragazzi da tutta Italia, di età compresa dai 10 ai 17 anni, vi lavoravano 18 maestri, più gli assistenti. Fernando fu assistente per due anni e poi insegnante, lavorandoci dal gennaio 1954 al settembre 1976. I giovani più grandi facevano pratica lavorativa presso muratori, falegnami e fornai, gli altri frequentavano le scuole elementari; i migliori, una classe di venti allievi, proseguivano gli studi alla scuola media.

Ma veniamo a uno degli scopi più importanti della sua vita.

Nel 1973 a Pieve Torina, in un salone comunale, fu organizzata una mostra degli hobby. Fernando aveva notato, vicino a casa, nella bottega di un vecchio falegname, un telaio per tessere, smontato e appeso. Lo chiese in prestito per portarlo a quella mostra. Trascorse tutta la notte a pulirlo e lucidarlo; la mattina successiva, con un mezzo comunale, fu portato nel salone e rimontato: faceva proprio una bella figura!

Un’intraprendente signora invitò all’inaugurazione della mostra il prof. Vincenzo Tortoreto, Provveditore agli Studi di Macerata, il quale, ammirando il telaio ben lucidato e rimontato, esclamò: “Perché non continui a raccogliere questi oggetti prima che spariscano?”. Quella fu la scintilla!

Così, nel tempo libero, con tanta buona volontà e pazienza, raccolse 700 oggetti vari, depositandoli in una stanza. Divenne il nucleo del museo della “Nostra Terra” di Pieve Torina, dapprima sistemato nelle aule scolastiche in disuso, al primo piano del convento di Sant’Agostino (1436). Il titolo del museo fu suggerito da don Candido Pelosi, parroco di Valsantangelo e apprezzato fotografo. Eseguiti i lavori di restauro, l’esposizione fu trasferita al piano terra, in una superficie di circa mille metri quadrati.

Finora non abbiamo lasciato spazio a pietismi, ma ora bisogna dire che la sua casa di via Valnerina 68 è irrecuperabile a causa del sisma. Il museo ha subito dei danni strutturali da quantificare, molti oggetti e reperti sono caduti con le scosse, forse i danni non sono eccessivamente gravi. Non è prevedibile quando si potrà rivedere il museo com’era una volta.

Fernando si sente un uomo senza casa, senza terra e senza museo, al quale ha dedicato quaranta anni per raccogliere, ripulire, sistemare, montare, catalogare e mettere in mostra 7.800 oggetti. La maggior parte proviene da Pieve Torina, Visso, Camerino, Pievebovigliana (dalla famiglia Napoleoni) e comuni limitrofi. Tanti visitatori si stupivano che nelle didascalie, oltre al termine italiano, c’era anche quello dialettale; non mancavano l’epoca presunta e il nome del donatore.

Il museo dispone anche di una dependance: il mulino ad acqua risalente all’alto Medioevo che si trova nella frazione Fiume, restaurato, in ultimo, circa due anni fa. È alimentato dal torrente Sant’Angelo e da un piccolo laghetto con una bella cascata; a scopo didattico si mostravano le due macine girare ai ragazzi in visita.

Prima del sisma quel museo era visitato annualmente da oltre un migliaio di persone tra cui alunni della scuola primaria e secondaria. Per diversi anni alcune ragazze vi hanno svolto il servizio civile come guida.

A Fernando gli è rimasta impressa la frase apposta, nel registro delle visite, da una visitatrice di una certa levatura: “Non credevo che in un paese così piccolo, ci fosse un museo così grande!”.

Si auspica che una sì importante collezione non vada dispersa. Che tristezza pensarla dimenticata in qualche polveroso magazzino.

Eno Santecchia

Dicembre 2017

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