Vacanze estive a Gualdo

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Negli anni dal 1937 al 1951 il dr. Pietro Natalini trascorse le vacanze estive presso i nonni a Gualdo (MC), soggiorno estivo (652 m s.l.m.) apprezzato dai gualdesi emigrati nel Lazio; nel 1936 il paese contava 2.370 abitanti.

Il palazzo Natalini in via Borgo 11, fu costruito nel 1625, ultima abitazione della cinta muraria vicina alla “Porta del Sole”. Inizialmente, dal terzo piano, c’era uno strapiombo di 16 – 17 metri. Nei primi anni dell’Ottocento fu costruito, verso sud-est, un terrapieno ad uso giardino.

Nel “piano di mezzo”, intorno al 1800, il terrazzo (sopra il giardino) aveva una stupenda veduta sui monti Sibillini che spaziava dal Pizzo di Meta fino al Gran Sasso (Vettore, Pizzo Regina, Sibilla, Castel Manardo, montagna dei Fiori di Ascoli), si scoprivano numerosi paesini: Penna San Giovanni, Monte San Martino, Smerillo, Montefalcone Appennino, Santa Vittoria in Matenano, Montelparo, ecc.).

Pietro ci racconta uno dei suoi ricordi più belli di questa terrazza. Il padre, Benso Natalini, farmacista a Civitanova Marche, mandava i tre figli più grandi dal 1 luglio al 1 settembre, dalla nonna Leonilde, che abitava quel palazzo. La donna li svegliava alle sette, apriva la finestra e, dalla campagna, giungeva il buon odore del pane cotto nei forni a legna delle case coloniche attorno. Loro ragazzini facevano delle corse per andare a mangiare la pizza, cotta insieme al pane. All’epoca i condimenti della pizza erano pochi: cipolla, rosmarino o ritagli di lardo “sgrisci”.

Nel 1940 il palazzo aveva tre piani; sopra l’ingresso principale c’era una pietra di arenaria con la scritta 1625, anno della costruzione. Dal portone c’erano sei gradini di granito a semicerchio che si allargavano per arrivare al piano stradale. Dal pianerottolo interno si poteva salire al piano superiore mediante una scale di sei gradini o scenderne venti per il piano intermedio, posto al di sotto del piano stradale. Il piano superiore era al di sopra della strada; aveva tre camere da letto, un salone e un salottino. I soffitti del salone grande erano tutti dipinti con scene di caccia al daino, con archi e frecce (1650 – 1700) che prendevano tutto il soffitto. Le camere da letto erano decorate con dipinti ornamentali.

Nel cosiddetto piano di mezzo si trovavano due camere da letto, un salone grande, il bagno in fondo verso est, una enorme cucina (8 x 5 m) con un gran camino (1625). In fondo, sopra la scala che scendeva verso la cantina, c’era uno sgabuzzino con un lavello. Nel 1948 non c’era ancora l’acquedotto; l’acqua era fornita da cinque brocche: le donne le portavano proteggendo la testa con uno “sparò”.

Nello stesso piano intermedio un corridoio conduceva alle stanze da letto, al salone e alla cucina. Nella stanza da letto centrale (delle due) c’era una finestra che dava luce al corridoio. Di fronte alla porta della cucina c’era un armadio a muro, con le ante di legno colore verde, pieno di leccornie: salsicce sottolio, salami, ciauscoli, prosciutti, pecorino fresco e secco.

Il salone principale aveva il soffitto dipinto con scene di Bacco, i satiri e le ninfe; nelle camere vi erano dipinti motivi ornamentali.

Oltre la scala per la cantina c’era un’altra stanza molto grande, dove si trovava un telaio: la nonna Leonilde e altre due ragazze tessevano coperte, lenzuola, federe e stoffe per i vestiti.

Scendendo le scale per la cantina in fondo si trovava uno stanzone con il pavimento di terra dove si accatastava la legna per l’inverno. Mediante una porta si accedeva ad un locale con un grosso recipiente murato (3 x 2 m) per la pigiatura delle uve. Dalla strada superiore uno sportello di legno, con un canale in muratura, convogliava l’uva in quel recipiente ove veniva pigiata coi piedi.

Dal locale della pigiatura si accedeva ad un altro locale molto basso, dove, addossate e allineate alla parete di sinistra, c’erano sette botti da 50 ettolitri ciascuna, appoggiate sopra le apposite basi di legno arcuato.

Davanti alle botti c’erano due mastelli molto grandi di rame, dove il mosto era messo a fermentare; la caldaia di rame per cuocere il vino, sulla base di mattoni, era attaccata alla parete esterna.

Superata un’enorme porta (3 x 2 m) si entrava nell’ultimo locale adibito a scuderia (fino al 1924 i Natalini avevano due cavalli e un carrozzino). Sopra vi era la piccionaia: poteva ospitare fino a trenta coppie di colombi!

A destra del portone d’ingresso della via sottostante, nell’ultimo locale a terra c’era una grotta dove si trovava una botte di rovere da cento litri: lì riposava il vino cotto per le occasioni speciali. All’epoca gli unici tre liquori conosciuti erano il mistrà, il rosolio (dolce a base di fiori di rosa lasciati a macerare) e il vino cotto. Nel 1940 quella botticella aveva 214 anni!

Il palazzo era stato costruito tutto in pietra, senza fondamenta: poggiava sulla roccia. Pietro ricorda che le finestre non erano molto grandi, (circa 70 x 100 cm); non c’erano inferriate. Quando la famiglia era al completo venivano usati i due piani; in seguito fu utilizzato solo il piano di mezzo, posto sotto il livello stradale. Nel 1920 i muri del piano di mezzo furono fatti rivestire con intonaco cementato, per proteggerlo dall’umidità.

Da un accertamento svolto dal sig. Vincenzo Martines, presso l’Archivio di Stato di Macerata, è risultato che nel 1883 il palazzo era intestato al sacerdote Giambattista Matteucci.

D’estate si trebbiava il grano con la trebbiatrice fatta girare da una caldaia a vapore, i trattori a scoppio giunsero dopo la guerra. Quella caldaia, montata sopra a quattro grosse ruote di ferro, richiedeva molto tempo per la livellatura, l’accensione e l’entrata in pressione. Pietro ricorda l’abbondante pranzo finale con brodo di gallina, la stracciatella, tagliatelle, oca, anatra e dolci vari. La faticosa giornata si concludeva con un ballo sull’aia, al suono d’una fisarmonica, organetto e armonica a bocca. In campagna si cantava molto, una conoscente di Pietro ricorda: “La campagna era tutto un canto, oggi non si sente più niente”.

Il 1 settembre 1943 Benso non andò a riprendere i figli a Gualdo perché a Civitanova Marche c’era stato un bombardamento aereo (in realtà un mitragliamento). Così quell’anno Pietro ebbe la possibilità di partecipare alla vendemmia e pigiare l’uva coi piedi.

Il maestro Pietro Natalini (1872- 1924) e la consorte Leonilde Valentini erano molto amici del politico e sacerdote Romolo Murri (1870 – 1944), quasi coetaneo, con il quale trascorrevano lunghi periodi in conversazione.

Eno Santecchia

Giugno 2017

Palazzo Natalini, sullo sfondo i monti Sibillini

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