Nostalgia di Camerino come era

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Oggi, 18 gennaio, ho unito a mo’ di libri i numeri di Orizzonti dedicati al sisma, ma solo fino alla copia che ho ricevuto, quella del 7 gennaio: li sto sfogliando lentamente.

Con la neve che sta cadendo attorno nascono pensieri e riflessioni che lentamente prendono la mia mente mentre mi soffermo su testi davvero toccanti.

Se è vero che “Gli articoli di Orizzonti non deludono mai (e non li trovate sulle altre testate)” come asserisce il direttore Giuseppe de Rosa, quelli a cui mi riferisco hanno una caratteristica in più: prendono l’anima, ti coinvolgono emotivamente e “vedi” mentre un sottile dolore comincia a serpeggiarti dentro ancora una volta. Un dolore che si attenua quando la speranza e la voglia incondizionata di credere in un futuro di ri-nascita della città amata danzano forti tra le parole.

Il mare d’inverno ha la sua bellezza, ma viverlo in modo forzato è triste, moltissimo. Di quella tristezza che ti stringe il cuore mentre ogni pensiero è alla tua città alta sulla collina, raccolta dalle mura, “alle torri e ai campanili che forano il cielo, alla piazza dove incontrarsi la domenica, a Seola Alta dove spesso, di buon mattino, c’era l’incontro con Raffaelina di ritorno dalle sue passeggiate con il libro sotto il braccio”.

Mi ha commossa ritrovare la mia carissima amica Raffaelina nelle parole di Mario De Angelis e in quelle di Giulia De Santis che respira di sollievo solo quando sente le loro voci al telefono e capisce che stanno bene.

Come mi ha  commossa leggere le riflessioni di Raffaelina tra cui “i rintocchi delle campane che scandivano le ore diventando la voce narrante della quotidianità cittadina”. Le campane, il loro suono che nella normalità è dato per scontato, la comunità silenziosa che opera entro le sue mura in una quotidianità che, a volte, può essere stata anche noiosa e che oggi si rimpiange insieme “al panorama mozzafiato sugli spazi infiniti e sulla maestosità dei monti Sibillini che si gode dagli spalti della Rocca Borgesca”.

Indescrivibile l’amarezza di chi vede partire gli amici, allontanarsi senza voltarsi tanto si è preda del dolore guidando la macchina prima lentamente poi sempre più veloce” e il grido di Fernando Salvetti: “Promettimi che tornerai  perché sento che lungo questa strada piena di insidie un futuro c’è, per noi, per i nostri figli. Torna, amico mio, che ce lo andiamo a prendere”.

Con “Quando la piazza impazzisce” trovarsi idealmente nel cuore pulsante di Camerino è tutt’uno. La piazza, appunto, con la sua anima fatta di incontri, di saluti, di sguardi, di sorrisi, di speranze, di abbracci, di strette di mano, di pigre soste ai tavoli esterni del bar.

La piazza, identità gratificante, è stata spazzata via “con effetti devastanti sulla nostra esistenza. Perché il disordine architettonico produce disordine mentale. La nostra piazza sfregiata ci destabilizza”. Ma “così sarà finché l’uomo, con il suo lavorio e la voglia di rinascere, non ristabilirà l’ordine perduto… lì, nello stesso identico luogo dove è avvenuto lo sfregio”.

E anche l’emozione suscitata dai ricordi contribuirà alla ri-nascita di Camerino che, la Storia ci insegna, è uscita sempre vincitrice da situazioni ardue e mai più si dovrà “percorrere lentamente un’erta salita nel buio più profondo di una notte tra schiaffi di pioggia e nubi di nebbia… tra gente che si guarda intorno smarrita”.

Clara Schiavoni

Maggio 2017

Foto di Eno Santecchia

 

Arcobaleno a Camerino

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