Discorso del 25 aprile 2017

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Ormai, parlare il 25 aprile in questa piazza per me è una consuetudine ed ogni anno ho cercato di approfondire diversi aspetti della Resistenza, noti o sconosciuti, d’accordo o meno con gli interlocutori che mi hanno preceduto o anche con chi mi stava semplicemente ad ascoltare e credo che chi mi conosce sappia bene che ho sempre cercato di dimostrare una certa onestà intellettuale. Ma oggi sento più che mai un senso di vuoto e di malessere dovuto sia alla recente diatriba tra ANPI e Comunità Ebraiche, entrambe associazioni delle quali sono esponente e collaboratore, che alla dilagante indifferenza che regna attorno a questa importante ricorrenza. La divisione dei cortei a Roma o a Milano, con i politici di turno che, animati dalla solita e fredda “retorica della Resistenza”, si schierano come marionette da una parte o dall’altra esponendo, senza una conoscenza storica degli eventi, discorsi banali e scontati al solo fine di ottenere vantaggi per le loro correnti politiche, mi riporta alle parole di Cesare: “Divide et Impera!”. Ebbene, la parte migliore del Paese si sta dividendo ed indebolendo, facendo sì che qualcuno affondi sempre di più nel dimenticatoio la commemorazione della Liberazione del nostro Paese dal nazi-fascismo. Ritornando all’attualità, sono d’accordo e nello stesso tempo contesto le diverse decisioni di queste associazioni. Da una parte ritengo ambiguo rapportare tutti i palestinesi alla figura del Gran Muftì di Gerusalemme, Muḥammad Amin al-Ḥusaynī, che strinse la mano ad Hitler, facendo addirittura costituire in Croazia due divisioni musulmane bosniache delle SS, la “Kama” e la “Handschar”, inneggiando per la prima volta una guerra santa di stampo razziale e religioso contro gli ebrei, già perseguitati dal nazismo … come dire che i tedeschi sono ancora tutti nazisti e gli italiani tutti fascisti, tipico pregiudizio di fronte al  quale gli stessi ebrei si sono trovati e ci si trovano ancora. Ancora, critico l’affermazione del presidente Netanyahu quando dichiarò, in occasione della commemorazione per le vittime degli attacchi jihadisti in Francia che “La casa degli ebrei è lo Stato di Israele”, senza pensare a tutti quegli ebrei sterminati nella Shoah solo per essersi sentiti italiani, tedeschi, olandesi, francesi o polacchi. Dall’altra parte, invece, utilizzare la commemorazione di un ben preciso momento storico per rivendicazioni, sacrosante, per carità, ma fuori luogo e, devo purtroppo dire anche provocatorie, finisce inevitabilmente per confondere le conoscenze già molto limitate su tutta la storia contemporanea. Se si vuole parlare del diritto del popolo palestinese a rivendicare una terra legittima, del popolo siriano o di quello turco ad opporsi ai regimi dittatoriali e reazionari che li governano o del popolo curdo, da anni preda della violenza turca e di quella irachena, di ottenere giustizia internazionale, così come di tutti i popoli vittime di soprusi e prevaricazioni, non lo si può fare certo durante un corteo che commemori un’altra vicenda, nell’arco di pochi minuti e in una piazza con una platea davvero esigua. È necessario cercare un serio momento di aggregazione e di dibattito, in un luogo ben preciso e con la dovuta visibilità, dove trattare l’argomento con precisione storica e attenzione, portando in chi ascolta la conoscenza e non la confusione … venne già fatto al polo liceale di Civitanova durante l’incontro con Karim Franceschi sulla vicenda di Kobane. Il nodo fondamentale di questa ricorrenza è l’Italia dal 1943 al 1945 e il movimento resistenziale che portò alla sua Liberazione, punto! Questo è il periodo storico e l’evento da commemorare, durante il quale, tra l’altro, gli ebrei furono vittime, partigiani e soldati, esattamente come tutti gli italiani e gli europei che si ribellarono al nazismo e a tutti i tipi di fascismo. Altra storia distorta: nella “Brigata Ebraica”, che combatté coraggiosamente nel nostro Paese in seno all’VIII armata britannica passando anche dalla nostra Regione, di ebrei italiani non ve ne furono, se non in casi rari e sporadici di emigrati in Palestina prima del 1940. Invece, come Enzo ed Emilio Sereni, Vittorio Foa, Carlo e Primo Levi, Umberto Terracini, Leo Valiani ed Elio Toaff, più di mille furono gli ebrei italiani inquadrati nelle formazioni partigiane, spesso nelle Brigate Garibaldi di ispirazione comunista, altri mille militarono in veste di “patrioti”, circa 100 di loro caddero in combattimento, vennero arrestati e uccisi, come Franco Cesana, il più giovane partigiano d’Italia, oppure deportati … ad otto di loro fu insignita la medaglia d’oro alla memoria per la Guerra di Liberazione. Valgono per tutti loro le parole che Ferruccio Valobra, partigiano ebreo, scrisse alla moglie e alla figlia poche ore prima dalla sua esecuzione:

«Spero che il mio sacrificio, come quello dei miei compagni serva a darvi un domani migliore, in un’Italia più bella, quale io e voi abbiamo sempre agognato, nel più profondo del nostro animo».

Per anni, dopo il 1945, periodicamente si sono accesi dibattiti attorno al ruolo della Resistenza cercando di chiudere i conti con il passato, inutilmente però, perché forse questi conti non sono mai stati aperti. La Resistenza offrì a molti un vero e proprio alibi dietro il quale nascondersi per potersi reinventare e poi rientrare in gioco attraversando le più disparate formazioni politiche, spesso occultando contraddizioni e gravi responsabilità. Partigiani dell’ultimo minuto che indossarono i fazzoletti dei più vari colori per salire sul carro dei vincitori, opportunisti e delatori, prima al servizio delle polizie nazi-fasciste e poi inspiegabilmente patrioti, o ancora, fascisti che pianificarono già dai quei giorni la loro futura carriera politica nei partiti democratici, corrompendo il puro ideale di libertà che animò la Resistenza, quella vera. Con il tempo si è spiegato e insegnato sempre meno sul movimento di Liberazione, specialmente nelle scuole, dove adesso non se ne parla affatto. Come è stato mai possibile? I nostri ragazzi, di questo importante periodo non ne sanno assolutamente nulla e per questo finiscono inevitabilmente nella rete di chi, in tutti i modi, sul web, sui social forum o con volantini di propaganda, ripropone le ideologie razziste, nazionaliste e fasciste, le stesse che si stanno affermando oggi in tutta Europa e che i nostri padri e i nostri nonni combatterono con coraggio, spesso a costo della vita. Essi vinsero queste idee violente e ce ne dettero una nuova e democratica per un’Italia finalmente libera, attuata in una Costituzione, forse la migliore del mondo, ancora vitale e forte, che il prossimo capodanno compirà 70 anni … in barba a chi ha cercato in tutti i modi di modificarla! Parlando proprio delle nostre zone, non è di questo genere il bieco slogan apparso a San Benedetto: “via le pecore dal mare!”, dove il mare è la nostra costa e le pecore sono gli sfollati delle nostre provincie, che hanno perso casa e paese nell’arco di pochi secondi a causa del terribile terremoto che li ha colpiti? Vergogna e ancora vergogna … spero solo che lì, il Sindaco e le Forze dell’Ordine facciano di tutto per risalire e punire in maniera esemplare quei balordi e vigliacchi che sanno solo seminare odio, sono sicuro anche nella loro stessa famiglia. Per commemorare correttamente la Resistenza occorre conoscerla e studiarla nei minimi dettagli con molta attenzione, per non cadere nella faciloneria e ricordando con superficialità solo pochi eventi, peraltro arcinoti, a volte anche strumentalizzandoli. La Resistenza non fu solo un movimento insurrezionalista, ma anche il modo con il quale gli italiani, al di là di chi abbracciò l’ideale antifascista già agli inizi del Ventennio o chi vi aderì più tardi, cercarono di riscattare e di redimere l’Italia, fascista e alleata del nazismo, che commise essa stessa aberranti crimini nelle nazioni occupate e che spalleggiò in modo solerte Hitler nell’attuazione della Shoah. È illusorio immaginare, durante la Guerra di Liberazione, un “Fronte Unico” compatto e uniformemente mobilitato in senso ideologico, perché le differenze di pensiero vi furono e rimasero tali fino alla fine della guerra ed oltre. Ma la grande ostilità contro gli aguzzini, anche a causa della loro ferocia, crebbe nell’anima del popolo italiano fino a divenire un vero e proprio fronte bellico, che partì dagli scioperi nelle fabbriche e proseguì nella nascita del Comitato di Liberazione Nazionale, nel rinato Esercito Italiano al fianco degli alleati e nelle formazioni partigiane. Più che mai in questa occasione diventa necessario dare, seppur brevemente, qualche informazione … se non altro per i ragazzi che sono voluti essere presenti a questa breve cerimonia. Nell’aprile del 1945, in piazzale Loreto a Milano, vennero esposti al pubblico ludibrio i corpi di Mussolini e dei suoi gerarchi … il Fascismo era finito per sempre! Nonostante i più alti rappresentanti della Resistenza, Ferruccio Parri e Sandro Pertini condannarono tali eccessi, dimostrando la grandezza degli ideali di democrazia che l’Italia non aveva ancora mai conosciuto, cosa volle rappresentare quello spettacolo di morte? Lì, prima del Duce e dei suoi, vennero trucidati dalle milizie fasciste 15 giovani, martiri della Resistenza, e il fatto che adesso vi fossero i diretti responsabili dimostra che non si può impunemente ingannare un popolo perché, prima o poi, viene il giorno nel quale tale oltraggio si paga … quella fu la volta del Fascismo. Esso ingannò per oltre vent’anni l’Italia e gli italiani, prima dall’interno con la dittatura e poi esponendoli ad una guerra insensata. Per colpa sua e per soddisfare le ambizioni personali di Mussolini, il Fascismo mandò a morte i suoi figli, in guerra o nei lager. Ma l’idea di Libertà irradiò i cuori della parte migliore del Paese e, come succede a un torrente in piena che travolge tutto con il suo impetuoso cammino, i combattenti della Resistenza travolsero i loro aguzzini, anche in modo spietato. Tutte le immagini che mostrano cadaveri sul selciato di una strada sconosciuta, impiccati ai lampioni della via principale di una qualsiasi città o appesi alla pensilina di un benzinaio, rappresentano ancora in modo drammatico le due facce di un’Italia divisa dall’odio ed assuefatta agli orrori di una guerra civile. Eppure, prostrato dalle distruzioni della guerra, il nostro Paese, rinnovato nelle idee, si affermò dalle ceneri della dittatura fascista e si dette una Costituzione democratica che permise anche a chi la pensasse diversamente di poter esistere e anche di governarlo, se votato dai cittadini. Ecco perché sono convinto che oggi, in questa piazza, come in tutte quelle dove si ha ancora la decenza di commemorare la nostra Liberazione, debbano essere presenti, almeno per dignità, tutte le realtà politiche. La libertà arrivò anche per loro, e sappiamo bene che se la democrazia avesse perso, ai suoi paladini sarebbe toccato solo un plotone d’esecuzione, il lager o un palo del telegrafo al quale essere impiccati. Ecco perché bisogna insegnare la storia contemporanea, in particolare la Resistenza, proprio nelle scuole, con convegni e dibattiti, soprattutto chiamando i reduci prima che sia troppo tardi, perché è lì che si formano le menti della generazione di domani … e mi rivolgo al nostro Sindaco, affinché cerchi di realizzare questa proposta. Siamo ancora in tempo per farlo, altrimenti, il 25 aprile degli anni che verranno, queste poche parole saranno ascoltate da platee ancora più esigue fino a che la “Festa d’Aprile” non sarà che un lontano ricordo.

Civitanova Marche

Vito Carlo Mancino

Piazza Gramsci, monumento ai Caduti della Resistenza

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