Recensione volume “Giù la piazza non c’è nessuno”

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Un’infanzia buia che diventa forza creatrice e fa di Dolores Prato una grande scrittrice del 900 italiano. Uno dei libri più belli che abbia letto e dopo averlo fatto per intero, ora mi posso permettere, ogni sera, di aprirlo a caso e rileggere con emozione la parte che è davanti ai miei occhi.

“Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza …”.

Quante volte nella mia infanzia ho ascoltato questa filastrocca e riso mentre giocavo a stare a cavalcioni di mia madre o mia nonna o mia zia che, oscillando le mani, mi facevano ribaltare fino a terra: momenti gioiosi in cui ho vissuto l’amore dei miei cari: non è mai accaduto a Dolores Prato che pure per il titolo del suo libro ha scelto proprio questa filastrocca marchigiana, forse perché lei si è sempre sentita buttata giù la piazza, la piazza di Treia, che immaginava vuota, senza una persona amata pronta a stringerla tra le sue braccia. “Treja”: luogo mitico dove Dolores ha vissuto dai cinque ai diciotto anni.

“ Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: «Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?». Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori della porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo.” (incipit).
Fin dalla lettura dell’incipit mi sono sentita legata in modo profondo a Dolores, alla sua solitudine, alla sua tristezza e più leggevo e più ero con lei, con lo zio Domenico chiamato affettuosamente Zizì, un sacerdote di grande cultura, eclettico, appassionato di storia naturale; con la zia Paolina, tanto elegante e garbata quanto fredda e severa. Leggevo, sempre più presa dal racconto tra il quotidiano e il favoloso della vita della bambina lasciata ai parenti come un pacco indesiderato, incurante delle 702 pagine: questo struggente libro di memorie è infatti monumentale. Un ricordo si intreccia ad altri dieci, venti memorie narrate nelle pagine seguenti e sotto i miei occhi si componeva l’arazzo di colori e fili diversi della città di Treia tra fine Ottocento e primo Novecento.

A base del lavoro sta una serie smisurata di appunti e brogliacci accumulati dall’autrice nel corso di tutta la vita. La forma prescelta è quella della “lassa” narrativa: una serie di tessere che seguono l’andamento occasionale degli appunti ma si incastrano l’un l’altra grazie a sottili riprese.

Le emozioni e le riflessioni scaturiscono qua e là in mezzo a descrizioni di una miriade di oggetti e persone, da un’osservazione minuta della realtà, da un virtuosismo descrittivo insuperabile: “Le persone non mi parlavano, ma le cose sì: erano una folla, riempivano la casa”.

La prosa colloquiale affascina per la sua freschezza, naturalezza, nitidezza e rapidità. Giorgio Zampa parla di “gravità soave” e di “leggerezza grave” di una lingua che ha “un portentoso peso specifico”.

Dolores era per una lingua diversa da quella convenzionale di una classe medio-alta che dopo l’unità prendeva le distanze dal dialetto ed evitava il parlare comune. Nella sua eccentricità e irregolarità, diceva di sé: “Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro, i miei passaggi sono ponti levatoti mai abbassati”.

La storia editoriale del libro mi ha colpito: scritto tra il 1973 e ’79, da una Dolores ottantenne, è stato ridotto da Natalia Ginzburg da 1500 cartelle a 300 pagine per la pubblicazione nel 1980 presso Einaudi. Il libro ridotto aveva turbato molto l’autrice che, novantenne, ha riscritto questa edizione di 702 pagine, pubblicata postuma con l’editing di Giorgio Zampa, autorevole critico curatore di Montale.

Clara Schiavoni

Febbraio 2017

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