Tra Gualdo (MC) e Roma

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Italiano o dialetto?

 

Nell’ultima settimana di agosto il dottor Carlo Ferrini (a cura della PRO LOCO di Gualdo) ha tenuto, nel teatro comunale, una conferenza sui dialetti del centro Italia, in particolare delle Marche, sottolineando come questi dialetti Piceni (il Maceratese, il Fermano ed il Camerte) condividano alcuni suoni con dialetti della bassa Umbria (Folignate, Spoletino, Ternano) con quelli Sabini (Reatino e Nursino) e quello Frusinate-Ciociaro che arriva quasi alle porte di Roma.

Si può quindi parlare di dialetti centro-meridionali.

Alcuni esempi di condivisione:

Il gruppo di consonanti “nt” diviene “nd” ed il gruppo “nc” diviene “ng” e quindi “cinquanta” si pronuncia “cinguanda”
Il gruppo “mp” diviene “mb” e quindi “campo” si pronunzia ”cambu” (trasformando anche la “o” finale in “u”)
Il gruppo “nd” diviene “nn” e quindi “quando” si pronunzia ”quanno”
Ecc. ecc. ecc.
La conferenza è stata molto più ricca, più vasta ed articolata di quanto ho accennato qui. Molto più interessante nelle sue diverse puntualizzazioni, ed è stata ascoltata con interesse e partecipazione da parte degli astanti. Solo che quando il relatore ha cominciato a parlare della sua avversione per il dialetto, qualunque dialetto, dichiarando lo studio e lo sforzo che lui, da anni, sta facendo per eliminare dal suo parlare qualunque forma o cadenza dialettale, sostenendo che è solo nell’uso corretto della lingua italiana l’espressione della vera cultura, che l’uomo/la donna colta si esprime SEMPRE E SOLO IN ITALIANO CORRETTO, molte voci dissenzienti si sono levate tra il pubblico e tra le altre la mia, a difesa del dialetto.

Il dibattito (acceso) che è seguito a quella categorica asserzione è stato su: DIALETTO SI O DIALETTO NO? E quando SI e quando NO?

Per il dottor Ferrini il dialetto dovrebbe essere abbandonato, bandito dal nostro parlare in quanto segno di “incultura” (ma sarà corretto usare questo termine? Il caro amico Carlo spero mi vorrà correggere, in caso di errore).

Comunque io non sono d’accordo con lui su questa interpretazione del concetto di “cultura”, mi sta stretta. Mi sembra troppo riduttiva, insufficiente, quasi “offensiva” per il concetto stesso. Per me “cultura” non è, non può essere solamente esprimersi bene in italiano sempre e ovunque. Questa è solo la forma esteriore che si dà alle idee, ai pensieri, ai sentimenti per comunicarli agli altri, per confrontarli con gli altri.

Io credo che la “cultura” sia molto più che questo. Io credo che innanzi tutto sia appunto idee. Idee “larghe”, pensieri profondi, sentimenti ed atteggiamenti inclusivi, scelte ponderate ed a volte sofferte. Modi di essere, e di porsi rispetto agli altri. Modi di essere, costruitisi e formatisi dentro di noi giorno per giorno attraverso rapporti, conoscenze, esperienze  vissute ogni giorno con gioia o con dolore ma sempre con partecipazione e consapevolezza.

Con tutto e per tutto questo io rivendico il concetto di “cultura”. E quindi anche per le espressioni dialettali. Naturalmente ed ovviamente, accanto ad una (vorrei dire “ottima” ma quanto meno “buona”) conoscenza e uso corretto della lingua italiana.

Purtuttavia amo esprimermi correttamente in Italiano (non a caso uso la I maiuscola!) quando parlo con persone che non conosco, in occasioni “ufficiali”, in ambienti “ufficiali”, in contesti in cui più persone mi ascoltano. Anzi in queste occasioni mi cimento in una sorta di “ricerca” automatica, quasi inconscia: cerco (per esprimere un concetto, raffigurare una situazione) il termine italiano più corretto, più adatto allo scopo; evito di adoperare giri di parole, circonlocuzioni e cerco invece nella lingua italiana il termine più giusto, più preciso, più idoneo ad esprimere ciò che voglio dire perché lì nella lingua italiana sicuramente c’è il termine che mi occorre (figurarsi! con la ricchezza di questa nostra lingua!) e se non lo trovo è solo per mia incapacità od ignoranza. Quando lo trovo lo utilizzo con grande soddisfazione e direi anche con compiacimento, anche se a volte l’utilizzo di termini un poco ricercati può sembrare una forma di snobismo, una “fanaticheria” (e forse lo è!?).  Ma pazienza! Ormai rivendico questo mio uso un po’ fuori moda della mia madre lingua, un poco anche per dire NO all’uso scorretto, approssimativo, improprio, spesso sciatto che se ne fa in tante occasioni, tanti programmi televisivi o simili, e persino in Parlamento, da parte di personaggi o “personalità” che anche in questo, ma non solo in questo, dovrebbero essere di esempio per tutti noi che li stiamo ad ascoltare.

Accanto a ciò però debbo dire che amo molto il mio dialetto e quando sono a Gualdo “me ce mpacchio” tutta a parlarlo (cioè mi lascio andare volentieri all’uso di questo dialetto che lì è la mia lingua della quotidianità ma che comunque è la mia lingua del cuore, degli affetti. Ma anche molto altro, come dirò più avanti).

Una puntualizzazione, prima di proseguire: quando dico “mio dialetto” non posso intendere altro che il “gualdese”.

Infatti in 69 (dicesi sessantanove) anni di vita a Roma, dal 1947 ad oggi non ho mai imparato e non mi sono mai espressa in “romanesco”.

Non ho mai detto PIZZARDONE per dire VIGILE URBANO; non ho mai detto TRANVE anziché TRANV (da “tranvia”); S’ANNAMO invece di CI ANDIAMO; VALIGGIA anziché VALIGIA; SCESARE anziché CESARE; SC’E’ anziché C’E’; ecc, ecc, ecc.

Ma d’altra parte come e dove avrei potuto impararlo?!

Dal settembre 1947 (avevo otto anni) a fine dicembre 1963, quando mi sono sposata ( avevo quasi 25 anni) sono vissuta, per grande fortuna mia e della mia famiglia, all’Aventino, quartiere (come è noto) socialmente e culturalmente superiore alla media, (e sicuramente superiore alla mia classe di origine) nel quale la sola lingua che si parlava correntemente, ed il più possibile, correttamente era l’italiano.  Babbo e mamma facevano molti sforzi per parlare anche loro, in casa con noi figli in italiano e ci tenevano molto.  Nella bottega di babbo poi, con i clienti e gli estranei, era d’obbligo.

Dall’inizio della sua attività a Roma, in breve tempo babbo era diventato “Lello, il bravo calzolaio dell’Aventino” e la sua clientela era varia e vasta. Andava dai signori Murri ai signori delle ville vicine, ai Padri Domenicani del convento della basilica di Santa Sabina (in gran parte stranieri), ai frati Trappisti ed ai monaci Cistercensi che avevano le loro Case Generalizie lì, dietro l’angolo.  Anche in questi casi molti di loro erano stranieri e quindi parlare in italiano era, appunto, d’obbligo.

In questo loro sforzo, Lello e Cesira, erano un poco facilitati da una loro esperienza precedente: quando, negli anni subito prima dello scoppio della seconda guerra mondiale ed in quelli immediatamente successivi, erano vissuti a Milano: lì era stato essenziale per loro parlare italiano, per capire e farsi capire.

Certo, quando arrivavano in casa nostra amici e/o parenti da Gualdo, o comunque gualdesi che si erano trasferiti a Roma, ma erano residenti in altre zone della città, ognuno portava qualche cosa da mangiare e facevamo festa. La nostra (non grande) casa si riempiva di uomini e donne coetanei ed amici d’infanzia e di gioventù di babbo e mamma e di piccoli più o meno dell’età mia e di mio fratello.

Allora il nostro parlare perdeva ogni ufficialità ed il dialetto prorompeva nei nostri discorsi. Era (io penso, ora alla luce di un barlume di psicologia) come un modo di riappropriarsi delle proprie origini, della propria identità, attraverso il recupero di ricordi e sentimenti vissuti in passato, che la vita nella grande metropoli aveva messo e metteva sempre più spesso in discussione.

Allora parlare in dialetto, tra un sorso di vino ed un boccone di pane e salame, era piacevole ed anche forse un po’ rassicurante:

Quanno vai a lu Guardu, ‘Ndunì (Antonio Riccucci nipote di mamma)?
E chi lo sa, ‘Demò (Edmondo Spalvieri, fratello di mio padre). So rvinutu da poco!.
Ma senti stu salamittu che sapore che cià!
Certo, vene da lu Guardu! Me l’ha mannatu Torquato (Torquato Bentivoglio, fratello di mamma) co’ la corriera de Portesi! E dentro lu paccu c’era pure una fila de pà fatto a casa da Linetta e una formetta de cascio fatto, da Nella de Cesetti; sai se vole cuscì bene co’ Cisira (mia madre)!
Oh! Ma ve ricordete le belle merenne che faceamo a Pasquetta, là a San Giovanni? E l’urghinittu, e li canti….Lello ce la mittia tutta la voce sua!
Ebbeh…LU CHIOU ciaia per daero una bella voce!
Aoh! Ce l’ho ancora se la volete sintì… ve sturdisco!
Ecc. ecc.

Le occasioni erano gradevoli, ma abbastanza sporadiche e non ostacolavano l’apprendimento e l’uso della lingua madre, da parte mia e di Carlo, (ma lui era molto più bravo di me. Io mi lasciavo andare di più al piacere dell’uso del dialetto).

Poi, per ciò che riguarda la scuola, io ho frequentato la terza, quarta e quinta elementare non in una scuola di Testaccio, vecchio quartiere di Roma, “visceralmente” romano (basta pensare che alle pendici del suo Monte dei Cocci è nata la squadra di calcio dei LUPI: LA GRANDE ROMA) e giustamente orgogliosamente operaio e popolare.

Ma nemmeno sono andata in una scuola del quartiere Garbatella “…borgata-giardino realizzata dall’ICP a partire dagli anni ‘20 in un’area nelle immediate vicinanze del polo industriale della via Ostiense, con la finalità di creare per il ceto operaio alloggi a bassa densità edilizia …”. (Guida di ROMA del Touring Club Italiano).

Tanto meno andai in una scuola di Centocelle, prima borgata poi quartiere alla periferia di Roma, molto nuovo ma anche molto popolare.

In questi luoghi avrei senz’altro imparato un po’ di dialetto romanesco,

Ma così non è stato.

Io ho frequentato le mie tre classi elementari in una Scuola Sperimentare, la LEOPOLDO FRANCHETTI, a San Saba quartiere che si trova su un colle davanti all’Aventino che veniva e viene ancora chiamato il “Piccolo Aventino” o “Aventino minore”, ricco di resti sia di epoca classica romana, che romanica e medievale.

La scuola era (chissà se c’è ancora. Un giorno di questi voglio andare a vedere!) (1) situata proprio alle spalle della famosa chiesa/fortezza romanica di San Saba ed a poche centinaia di metri dalle rovine delle Terme di Caracalla, dove è il Teatro.

Ho frequentato la scuola media in un distaccamento del Liceo Classico VISCONTI, detto anche COLLEGIO ROMANO, le cui aule erano situate nel magnifico, antico palazzo dei principi ALTIERI, in via degli Astalli, angolo via del Plebiscito, dietro piazza Venezia.

C’è ancora, uguale (almeno all’esterno) a sessantacinque anni fa, immersa nel verde dei grandi frondosi alberi di piazza G. Lorenzo Bernini.

Ho frequentato le superiori, e lì mi sono diplomata nel 1957, l’Istituto Magistrale ERMINIA FUA’FUSINATO (sopra al portone d’ingresso era scritto “Scuola per signorine di buona famiglia” ma per mia fortuna presero anche me, benché la mia famiglia non potesse essere definita propriamente “buona” almeno no nell’accezione che sicuramente ne aveva dato chi, in epoche passate, aveva fatto scolpire quella frase.

La scuola era davanti ai Mercati Traianei, a circa duecento metri dalla piazza del Quirinale! (oggi ospita la sede dell’Università Popolare di Roma).

E’ superfluo dire che anche in questi luoghi non ci si esprimeva, e non ci si poteva esprimere, altro che in Italiano.

Perciò, come ho detto, il mio dialetto non poteva e non può essere ora altro che il “gualdese”.

Gualdo è il luogo dove sono nata, nella casa dove ho vissuto i primi sette anni della mia vita, dove sono sempre tornata e tuttora torno per le vacanze estive. Dove c’erano tanti dei miei affetti più cari: l’adorato Babbobaffi (chiamato da me e da mio fratello Carlo: VabboVaffi) ovvero Torquato Bentivoglio, fratello di mia madre, la sua amata moglie, (Adelina Virgili) zia Linetta, che dopo la morte di lui è venuta a vivere a Roma, prima in casa di mia madre, lì all’Aventino e poi, quando io mi sono sposata, in casa mia. Qui in questa casa che abito da cinquantadue anni: dal giorno, appunto, del mio matrimonio con Oscar.

Qui zia Linetta, seduta sul dondolo, cullava, i miei figli (prima Massimo che la chiamava “mamma” e dopo tre anni Marcello), e cantava loro nenie e canzoncine per addormentarli ( le stesse con le quali io ho cullato ed addormentato tutti i miei cinque nipoti) IN DIALETTO. Recitava loro delle filastrocche, a volte senza senso, che li faceva  ridere; faceva con loro giochini semplici, ingenui che anch’io ho utilizzato con i miei nipoti, da piccoli, per distrarli e farli stare buoni, in momenti nei quali non avevo altro per giocare con loro e tenerli tranquilli (in macchina o in treno ad esempio), che le mie mani e la mia voce cantilenante che cantava canzoncine, recitava poesiole e filastrocche che li coinvolgevano e li divertivano: e tutto ciò sempre IN DIALETTO.

Canzoncine, nenie, filastrocche, giochini. Per tutte queste cose, (ma anche per molto altro) amo il mio dialetto: è la lingua semplice e vorrei dire “umile” dei miei affetti più semplici ed umili (ma può essere mai “semplice ed umile” un affetto?).

E’ comunque la lingua dei primi anni della mia vita, che ho trascorso giocando con le mie piccole amiche LI’ DAVANTI A LU SPIAZZU con le COCCETTE che zia Linetta mi comprava a Sarnano in una vecchia bottega, o CORRENNO LA’ PE LU VIALE o ’NFONNENNOME TUTTA per riempire d’acqua la VROCCHETTA DE COCCIA alla bella fontana attaccata A LU MURU DE LU TORRO ( la fontana aveva anche una lunga, grande vasca che si riempiva di acqua fresca, dove UGE’ (Eugenio, detto USGE’ con la G che è una via di mezzo tra la S e la G, suono scivolato che è facile da pronunciare ma impossibile da rendere per iscritto), dalla campagna portava le sue due mucche ad abbeverarsi: al tramonto. Ogni sera.

Ma (ho scoperto da pochi anni) essere anche la lingua della mia “appartenenza”.

O mi sento molto legata a questi luoghi, a questa terra, a queste persone. E nonostante i miei sessantanove anni vissuti a Roma io mi sento “orgogliosamente” marchigiana.

Orgogliosa di questa terra, così meticolosamente e tenacemente coltivata. Dei suoi bei campi ordinati, spesso scoscesi a volte strappati alle pietre, distesi come un verde velluto, sulle morbide curve delle tondeggianti colline.

Orgogliosa delle sue montagne (i mitici “Monti Azzurri” di leopardiana memoria); dei suoi mari dalle spiagge, spesso sabbiose, che dolcemente vi si immergono. Delle sue infinite bellezze naturali, ma anche di quelle artistiche. Spesso i nostri piccoli centri medievali sono musei a cielo aperto.

Orgogliosa di donne e uomini che hanno dato lustro a questa Terra.

Mi sembra di riconoscere in me (ma forse è solo ciò che vorrei che fosse) caratteristiche e prerogative (almeno alcune) che sono spesso attribuite a questa gente: laboriosità, tenacia, voglia di fare e di far bene, ospitalità, accoglienza…

Al tempo stesso io amo Roma. Anzi potrei dire che l’adoro! Nonostante lo scempio che ne è stato fatto, in particolar modo, in questi ultimi 6, 7 anni.

L’ho conosciuta e la conosco, l’ho vissuta e la vivo ancora con amore, nonostante le mie notevoli difficoltà visive, nonostante che Roma sia una città tutt’altro che facile da vivere, anche per persone “normali” senza alcun handicap.

La vivo con amore, orgogliosa (ancora adopero questo termine…!) e felice (tanto più ora che i miei occhi sono venuti meno) di conoscerla così bene, e non solo nei suoi ruderi romani, nei suoi monumenti più importanti, nei suoi palazzi più belli e famosi, nelle sue chiese e nelle sue basiliche paleocristiane, romaniche, rinascimentali, barocche, moderne o contemporanee, più rinomate e visitate Ma anche nei suoi giardini più lussureggianti….ma anche nelle sue strade e i suoi vicoli più ignorati e sconosciuti ai più, di Trastevere, di Testaccio, di Campo de’ Fiori, del Ghetto Ebraico, dell’Esquilino …

Mi muovo con una certa disinvoltura tra autobus e metropolitane. Nel traffico delle macchine nelle ore di punta, tra la folla dei turisti e l’invasione degli ambulanti, ma anche nel silenzio e nella solitudine di alcune strade, di alcune piazze…

Spesso vago a piedi per le vie del centro alla ricerca di un monumento, di un palazzo o di un dettaglio di essi che conosco, che so che è lì perché una o più volte l’ho visto e conosciuto e apprezzato nei suoi particolari…, ma che ora vedo solo nel suo insieme, un poco sfocato, un po’ all’ingrosso… ma non fa niente: quello che non vedo più, ma che conosco, il mio cervello è in grado di ricostruirlo quasi alla perfezione. Quasi, … sembra poco (ed è veramente poco) ma oggi è solo questo che mi è rimasto da poter fare per me, per poter ancora godere di ciò che ricordo! Per mia fortuna sono stata “famelica” di vedere, sapere, capire, conoscere, imparare. Ora posso attingere a questo tesoro nascosto, come nella “grotta dei quaranta ladroni”, per far sì che la mia vita sia il meno triste possibile.

Le cose nuove non le posso più vedere e quindi non le potrò mai conoscere. Ma quelle che ho visto e studiato e conosciuto le ricordo e le ricostruisco nella mia mente quando vi sono davanti. E le riconosco e mi entusiasmo sempre per la loro bellezza, la loro unicità e mi commuovo tanto che mi viene quasi da piangere!

E allora vorrei avere qualcuno vicino, qualcuno con cui condividere la mia emozione, la mia gioia, che mi fa piangere! Ma intorno c’è, il più delle volte, solo gente che si muove frettolosa ed indifferente.

Forse perché ignara.

Ed io vorrei avere vicino qualcuno e dirgli: “ ma tu vedi che cosa abbiamo qui davanti a noi, ai nostri occhi e non ti commuovi anche tu davanti a tale bellezza …?

Ed ecco che allora penso (mi piace immodestamente pensare): forse (dico “forse”) “cultura” è questo.

Forse è amore per il bello, per ogni tipo di bellezza.

Forse è ri-cercarla e ri-conoscerla in tutte le sue molteplici manifestazioni, in tutti i suoi più diversi campi: dall’arte (in tutte le sue espressioni: letteratura, musica, pittura, scultura, architettura…), alle scienze (astronomia, geologia, biologia, matematica, fisica…) alla natura. Dalle foreste agli oceani, dai ghiacciai alle piante, ai fiori, agli animali, agli esseri umani.

Alla lingua italiana, al dialetto.

In tutto (IN QUASI TUTTO: in questo momento penso all’ISIS) ed in tutti c’è sicuramente anche “una qualche bellezza”.

E perché no, anche nelle espressioni dialettali?

Per crescere dentro è necessario cercarla, la Bellezza: sempre e ovunque

È possibile farlo, cercando di non lasciarsela sfuggire.

Riconoscerla e farla propria.

Così tranquillamente, senza quasi rendersene conto, ma sicuramente si aumenterebbe la propria voglia di vivere e si potrebbe forse anche aumentare la propria cultura.

Chissà?

Ma penso che varrebbe la pena provarci.

Finché si è in tempo!

Roma 22-12-2015

Rosemarie Spalvieri

Conferenza di Carlo Ferrini

Conferenza di Carlo Ferrini

Piazza principale prima del sisma dell'agosto 2016.

Piazza principale prima del sisma dell’agosto 2016.