I capricci di una diva

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Di seguito un racconto di Pia Settimi (in formato pdf).

Sotto l’autrice, rispondendo a due domande, fornisce alcune precisazioni.

I capricci di una diva

È una storia di fantasia o vera?

“Caro Eno, è una storia inventata. Ma ti posso spiegare che una notte ho
sognato un episodio, e mi sono poi dimenticata quale fosse, che mi ha fatto
svegliare e restare sveglia, a letto, seguitando a inventare personaggi e pezzi di racconto che potessero allargare quel primo episodio. Non ho scritto niente, ero a letto, al buio, e seguitavo a raccontarmelo per  non dimenticarlo al mattino come succede con i sogni. Esausta mi sono addormentata verso mattina (Anche Elena!).
In due giorni, su foglietti volanti che poi raggruppavo secondo le esigenze di uno svolgimento cronologico, ho scritto tutto e inserito personaggi di contorno. Poi lo ho trascritto al PC. Quindi è fantasia.
Però ci sono cose vere. “Finiremo con la pezzetta in mano” me lo disse mille anni fa una collega del Ministero in una riunione sindacale a Trento! Mai dimenticata quella frase.
La figlia che non vuole cambiamenti in casa della madre è Antonello, figlio di una mia intima amica che la strapazza violentemente a ogni rinnovamento in casa, fosse pure solo la lavatrice nuova”.

Vuole dimostrare qualcosa?

“Non volevo “dimostrare” nulla, ma poi è venuto fuori quel che penso degli
Stati Uniti. Anche negli stati più evoluti (“Qui al Nord”) si finisce che l’autista afro-americano non si siede a tavola con il datore di lavoro. L’idraulico polacco, una generazione prima, invece lo faceva. Nero-bianco distacco insuperabile. L’assimilazione degli ebrei: matrimoni misti, lingua yiddish dimenticata, cognome accorciato … ma poi l’ebraismo che spunta fuori perché l’appartenenza ebraica non può essere dimenticata.
La ricorrenza dei “capricci”, anche la madre finisce con l’avere un suo capriccio, le frittelle come cibo per due giorni. Il leitmotiv del cibo come ricordi d’infanzia e persistenza affettiva.  Io penso che Linda finirà – morta la madre – con l’andare ad abitare lì insieme al suo compagno.
La frase finale volevo che fosse così. È simile a un messaggio ricevuto da un amico importante a giugno: Almeno un giorno quest’estate ti vengo a trovare. Poi non è venuto. Ma non fa niente!
Mi accorgo che ho scritto un altro racconto, su di me …”.

Nelle foto la Caldara di Manziana

Settembre 2016

Eno Santecchia

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