Demaniazioni della Repubblica Romana

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Ob tristes vicissitudines temporum.

Demaniazione dei beni ecclesiastici e mutamenti

della società europea del XIX secolo:

un nuovo contributo di Rossano Cicconi

L’autore si è lungamente interessato alla storia della società civile e religiosa marchigiana e ha dedicato studi specifici alle vicende plurisecolari dell’Ordine eremitano di sant’Agostino nel Piceno; tra i suoi numerosi contributi ricordo la presentazione della figura di san Nicola da Tolentino († 1305) a partire dalle fonti processuali e una ricerca pionieristica sulle relazioni dei conventi agostiniani delle Marche per la soppressione delle piccole comunità religiose decretata da Innocenzo X Pamphili († 1655), un’indagine confluita nel volume Insediamenti agostiniani nelle Marche del XVII secolo. Le relazioni del 1650 e la soppressione innocenziana (Biblioteca Egidiana, Tolentino 1994) che ha aperto la strada a ricerche analoghe, a censimenti più dettagliati e a pubblicazioni storico-artistiche sulle presenze dell’Ordine agostiniano nella regione adriatica e in altre aree italiane.

Lo studioso, nella presente pubblicazione, accolta nella nuova serie della collana delle Monografie storiche agostiniane, presenta in modo dettagliato ed esaustivo un inventario di beni mobili ed immobili degli agostiniani di Tolentino, redatto in occasione della soppressione dei religiosi e della demaniazione dei loro beni – decretata «In nome di Dio e del Popolo» – durante la seconda Repubblica romana (9 febbraio – 4 luglio 1849).

Il documento, conservato presso l’Archivio di Stato di Roma (Camerale III, Tolentino, busta 2341) e in copia presso l’Archivio storico del convento di Tolentino (segnatura 38/5, ff. 1-112), è uno strumento per fotografare lo stato del cenobio agostiniano a metà del XIX secolo. All’epoca il convento tolentinate era ancora un centro religioso di primissima importanza nell’Ordine e conservava un tenore ragguardevole di vita, malgrado le molteplici spoliazioni e demaniazioni succedutesi nell’arco di pochi decenni: durante la Repubblica romana del 1798-1799 e, soprattutto, in seguito alle leggi di soppressione del Regno italico di Napoleone del 1808-1810. Dieci anni dopo la demaniazione oggetto del documento pubblicato, una nuova soppressione colpirà il convento nel 1861, a un anno circa dall’annessione delle Marche al nuovo Regno di Vittorio Emanuele II († 1878).

Il documento ci fa ripercorrere le lunghe e faticose giornate della commissione del demanio di Macerata incaricata di redigere l’inventario di tutti beni del convento tolentinate, visto che i frati ai quali era stato ingiunto di farlo se ne guardarono bene, probabilmente per non unire al danno anche la beffa! Il meticoloso inventario elenca tanti beni, dalle opere d’arte, compresa una tela del Guercino († 1666), alla «cazzarola di rame con suo coperchio» della cucina e ancora a una teoria infinita di oggetti di uso quotidiano; infine vengono censiti i capi di bestiame – bovi aratori, vitelli, cavalle e scrofe – delle proprietà rurali degli agostiniani. Dall’inventario emerge il rispetto dei funzionari del demanio per oggetti «in venerazione», l’eventuale vendita dei quali avrebbe senz’altro ferito la sensibilità popolare e turbato l’ordine pubblico; è il municipio tolentinate che in questi casi subentra nella proprietà per garantire la fruizione e il culto da parte della popolazione: accade per la Cappella delle Sante Braccia, ma anche per la Sant’Anna del Guercino, pur essendo collocata in una cappella di giuspatronato della famiglia Benadduci alla quale di diritto apparteneva.

Meno dettagliata – rileva Cicconi – è la sezione dedicata al patrimonio librario della biblioteca, che pure occupò i commissari per circa sei ore il 14 aprile e alcune ore il lunedì successivo. Probabilmente l’impegno di andare per il sottile sarebbe stato troppo gravoso e dalla vendita dei libri la Repubblica, bisognosa di fondi per sanare il debito pubblico e le spese per la difesa, non avrebbe certamente ricavato che qualche misero guadagno. Incuriosisce il fatto che i frati agostiniani della congregazione osservante di Lombardia, zelanti custodi e promotori del centro religioso tolentinate dal XV secolo, non avessero a disposizione un inventario della biblioteca, che aveva acquisito nel corso del ‘700 un consistente fondo librario dal convento romano di S. Maria del Popolo, anch’esso pertinente all’osservanza lombarda. Non è improbabile che, date le congiunture tanto speciali, i frati avessero occultato volutamente gli inventari esistenti dei beni, compreso quello della «Libreria». Attualmente l’archivio di S. Nicola conserva diversi inventari più o meno completi anteriori al 1849, ma in nessuno di essi si fa menzione dei libri.

Al di là delle notizie, dei dettagli sapidi e degli stati d’animo delle parti in causa, quelli degli agostiniani e della meticolosa commissione demaniatrice, che Cicconi nella sua introduzione ben coglie dietro il contegnoso rispetto reciproco delle parti, questo documento è anzitutto un prezioso tassello che arricchisce la conoscenza del turbolento periodo repubblicano e offre un contributo alla più vasta indagine sui rapporti tra la Chiesa e la modernità che furono ampiamente determinati da queste dolorose ferite.

Nei paesi cattolici, infatti, dove si era in gran parte consumata la vicenda rivoluzionaria a partire dal XVIII secolo, i rapporti tra Chiesa e modernità furono traumatici. Lo sconvolgimento delle istituzioni ecclesiastiche, in Francia prima e poi nei territori delle repubbliche “sorelle”, nell’impero napoleonico e negli stati satelliti, i tentativi ricorrenti di scristianizzazione, le persecuzioni, gli esili, le condanne a morte di esponenti del clero e di semplici fedeli, la deportazione di due papi, Pio VI († 1799) e Pio VII († 1823), avevano generato e rafforzato l’idea che solo un’alleanza con le forze conservatrici potesse garantire lo status privilegiato goduto nei secoli dalla Chiesa, la sua sicurezza e libertà.

La rivoluzione del 1848, che investì contemporaneamente molti paesi europei, approfondì un solco già profondo. Essa ebbe una dimensione più ampia e popolare di quanto era accaduto in precedenza e se fu un punto di svolta nell’acquisizione della consapevolezza della necessità di una società basata sulle idee di libertà civile e personale, da parte cattolica segnò il naufragio definitivo delle speranze neoguelfe e, più in generale, di qualsiasi forma di positivo approccio alla modernità e, come è noto, a partire dal rientro di Pio IX († 1878) a Roma nel 1850, indusse il papa delle speranze italiane a una decisa marcia indietro verso politiche intransigenti e antiliberali.

Fu soltanto con il pontificato di Gioacchino Pecci, papa Leone XIII (1878- 1903), che la Chiesa, superando un atteggiamento caratterizzato solo dall’arroccamento in difesa, fu spinta alla controffensiva, a riguadagnare visibilità e peso nella società e nei consessi mondiali, tornando a respirare un clima più universale rispetto a quello ristretto entro il quale lo Stato della Chiesa l’aveva spesso costretta nei secoli.

Il nuovo corso leoniano coinvolse anche gli agostiniani. Dopo i traumi delle soppressioni e i forzosi ridimensionamenti, guidati dal commissario e poi priore generale Pacifico Neno († 1889), voluto direttamente dal pontefice al vertice dell’Ordine, essi offrirono il loro contributo al progetto di papa Pecci di riproposizione dei valori cristiani, messi in ombra dalla secolarizzazione, attraverso l’impegno nella formazione, l’azione missionaria e la promozione del culto dei propri santi, per esempio, quello di santa Rita, canonizzata il 21 maggio 1900 dallo stesso Leone XIII.

Rocco Ronzani, OSA

Settembre 2016