Vivo ad Amsterdam

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Secondo il rapporto della fondazione Migrantes, nel 2013 sono stati 94.126 gli italiani emigrati all’estero (oltre il 70% in Gran Bretagna) a causa della disoccupazione e della recessione economica.

Andiamo a sentire cosa ci dice la giovane camerinese Chiara Scolastica Mosciatti emigrata ad Amsterdam.

Un cenno ai suoi studi.

“Io ho studiato filologia moderna, storia ed archivistica, all’università degli studi di Perugia. Gli anni della specializzazione hanno coinciso con una formazione radiofonica molto importante, sia come autrice che redattrice, particolarmente florida in relazione alla temperie creata dal movimento studentesco di allora (2007-2010)”.
Quando e com’è avvenuta la partenza?

“Io sono partita dall’Italia il 26 ottobre 2013, dopo aver trascorso l’anno fra Camerino, Matelica e Atene. La capitale greca condivideva in quel periodo lo stesso, se non peggiore, giogo italiano della crisi economica. Sono partita con un mio collega fotografo per un soggiorno di esplorazione, dopodiché, molto colpita da quell’esperienza, sono ritornata spesso ad Atene. In Italia, nel frattempo, era in scadenza il mio contratto – non rinnovabile – da “borsa lavoro”, che svolgevo presso la biblioteca di Matelica. Ho colto quindi l’occasione per lasciare il paese, in un periodo in cui Napolitano prolungava la sua funzione di capo di stato per la seconda volta, e a largo di Lampedusa, in un gommone andavano a fuoco 500 migranti”.
Come si trova in Olanda e in particolare ad Amsterdam?

“L’Olanda è il paese che mi aspettavo, così come lo raccontano i libri di storia dell’economica moderna. Amsterdam è una piccola città molto densa, attualmente in uno stato di surriscaldamento economico, come si vede dal prezzo delle case”.
Quali aspetti della vita e della cultura olandese apprezza di più?

“La frugalità e l’esplorazione del commercio del design. La ricchezza di prodotti provenienti da tutto il mondo è altresì apprezzabile”.
Il suo rapporto con l’arte e la creatività?

“L’arte è sempre stata l’orbita delle mie varie abilità. Durante quei tre anni tra la fine della laurea specialistica e la partenza dall’Italia, ho lavorato come curatrice per la casa editrice meneghina San Paolo e ho avuto modo di svolgere un anno come creativa al Polo Museale di Camerino, allora diretto dalla professoressa Invernizzi”.

Di cosa si occupa attualmente?

“Fin dall’inizio della mia permanenza in Amsterdam ho lavorato presso i mercati in strada, aiutando una piccola impresa locale di import di prodotti agricoli biologici greci.  Ho fatto, e ancora saltuariamente faccio la baby sitter e occasionalmente presto del volontariato. Contemporaneamente, attraverso la permanenza in un concept store, il tirocinio in un centro di arti visive e l’associazione a network di piccoli imprenditori, ho sviluppato un prodotto artigianale che vendo online e soprattutto su ordine. In questa stagione sono impegnata nei mercati d’artigianato e design in giro per le varie piazze olandesi, dove presento e vendo la mia linea di gioielli ed accessori in pelle dipinta a mano”.

Cosa le manca di più dell’Italia e delle Marche?

“Parlare di mancanza è accettare una prospettiva di perdita, che non ho elaborato e che non voglio attuare. Dell’Italia penso alla ricchezza e all’eleganza. Non che qui non ce ne siano, ma il modo necessariamente volto al profitto, con cui qui si consumano arte e panini con la stessa voracità, fa perdere il contatto con la dimensione storica e spirituale del bene fruito. Non basta un pannello didattico per farci capire cosa era qualcosa prima di ora, servono anche certe atmosfere. Delle Marche mi manca l’anello della Sibilla, che non sono mai riuscita a esplorare”.

Se dovesse avvenire una Nedexit (uscita dell’Olanda dall’UE) cosa farebbe?

“Vedo improbabile una Nedexit. Rotterdam ha il più grande porto fluviale d’Europa, e l’Olanda è uno dei centri finanziari più importanti del mondo, che tra l’altro per natura e cultura rigetta il modello di speculazione finanziaria del Regno Unito. Antieuropeismo e nazionalismo sono voci forti anche qui, e Nedexit è un hashtag popolare ora. Viene naturale quindi riflettere piuttosto sulla manipolazione anche violenta del linguaggio giornalistico, in funzione di una sua riproducibilità nei social media, mezzi di divulgazione ormai capillare. Ricordo con un certo orrore lo sdoganamento dell’acronimo PIIGS durante gli anni più intensi della crisi. Un gioco di razzismo diventato hashtag. L’Europa attraversa una crisi identitaria molto forte, e l’indebolimento più o meno consapevole di certe sue zone, ha pesato moltissimo nell’epoca del mercato globale e di una digitalizzazione sempre più pervasiva. La migrazione intraeuropea è stato un fattore di tenuta, in questa situazione, perché ha contribuito a mantenere alto il livello di confronto con l’altro, ed è questo che espande l’identità. Moltissimo si gioca, ora, nel confronto con il mondo mediorientale”.

Eno Santecchia

Luglio 2016

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