Il tiglio più grande delle Marche

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La lacuna più grave di tutto il libro “Alberi monumentali delle Marche” deve essere tuttavia considerata quella del Tiglio di Villa Scarselli, a Sant’Angelo in Pontano, scoperto da Eno Santecchia su segnalazione del poeta Giuseppe Antonelli che nel giardino della stessa villa svolge la sua attività di giardiniere.

Nel nostro libro avevamo azzardato la tesi secondo la quale il più grande tiglio delle Marche doveva essere considerato quello, ora stroncato dall’età e dalle intemperie, di Isola San Biagio, in comune di Montemonaco. Il Tiglio di Sant’Angelo gli è superiore. La sua circonferenza è di m. 4,36 contro i 4,05 dell’altro. Il diametro della chioma tocca i 20 metri e altrettanti ne misura l’altezza.

Secondo quanto racconta il suo attuale proprietario, l’ottantenne Alfredo Giglioli, il Tiglio dovrebbe avere 200 anni di età. Sarebbe verosimile che esso abbia la stessa età della villa che venne fatta costruire dal suo bisnonno materno Pio Scarselli agli inizi del 1800. Esso sarebbe, pertanto, coetaneo del suo fratello di Montemonaco.

Al contrario di quello, schiantatosi al suolo una prima parte nel giugno del 2007, l’altra parte nel 2009, Il Tiglio di Villa Scarselli è ben vivo e in piedi.

Non si conoscono importanti vicende biografiche sulla pianta, benché essa sia appartenuta sempre alla stessa famiglia. Tuttavia, da un esame della sua figura si può avanzare un’ipotesi sull’origine della pianta. Osservando il fusto sul lato ovest si osserva una linea di sutura che lo percorre dalla base alla sommità. Sulle prime, si potrebbe ritenere la stessa come la cicatrizzazione di una grande ferita provocata da un fulmine (la grossa cavità visibile nell’incavo del primo palco dei rami confermerebbe questa ipotesi). Invece, se si osserva il fusto sul lato opposto, si osserva la stessa linea di saldatura. È probabile, pertanto, che in origine i tronchi fossero due, o che si trattasse di due polloni nati da un’unica ceppaia; essi si sarebbero presto saldati sviluppandosi come un fusto unico. Perciò i due grossi rami che formano la chioma non sarebbero che la prosecuzione dei due fusti originari.

Nella citata cavità – riferisce il signor Alfredo – si trova una sorta di tappo costituito da materiali di edilizia del quale egli stesso non conosce la provenienza. E’ da ritenere che siano stati suo padre, o suo nonno, a farvi applicare – come si faceva in passato – questo tappo di muratura per impedire infiltrazioni di acqua piovana dentro il fusto.

La stessa cavità ospita oggi una nutrita colonia di calabroni, che si vedono entrare e uscire di continuo, sia in volo che camminando lungo la corteccia.

Nello stesso giardino si fanno notare altri due alberi: un carpino bianco dal fusto molto slanciato di m. 1,47 di circonferenza (notevolissimo per la specie) e un pino domestico di metri 2,88.

Valido Capodarca

Aprile 2016

Il poeta Giuseppe Antonelli e il tiglio

Il poeta Giuseppe Antonelli e il tiglio

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