Una ricetta celtica

Print Friendly, PDF & Email

Nel IV secolo a.C. alcune tribù celtiche superarono le Alpi e raggiunsero le Marche settentrionali. Una di esse “ultima arrivata” chiamata Galli Senoni occupò il territorio fino al fiume Esino dov’erano stanziati gli Umbri. I Senoni esercitavano con successo il mestiere della guerra, anche mercenaria. In seguito oltrepassarono l’Esino, con i commerci e sconfinarono con qualche nucleo abitativo non troppo lontano da Camerino. Il termine Vallicelle potrebbe avere origine celtica.

Dagli scavi archeologici effettuati nelle necropoli sparse nel territorio marchigiano e, al contrario di come ci hanno tramandato i Romani, risulta che i Senoni non erano affatto dei barbari selvaggi. Già decoravano riccamente le tombe e il loro stile di vita doveva essere più evoluto e raffinato. Ne sono esempi le due sepolture isolate di straordinaria ricchezza, scoperte a Moscano di Fabriano (1955) e a San Ginesio. Quest’ultima fu rinvenuta nel 1883, purtroppo molti pezzi lì ritrovati furono venduti al museo di Karlsruhe in Germania.  Davanti alla chiesetta parrocchiale di Tuseggia (Camerino) si può ammirare una bella croce bianca in stile celtico (1938).

Secondo alcuni studiosi la battaglia di Sentinum, svoltasi nel 295 a. C nella zona di Sassoferrato, dove la coalizione gallica fu sconfitta dai Romani, avvenne in realtà nel territorio camerte.

I Celti hanno fornito un notevole contributo al formarsi dell’idea moderna di un’Europa senza primati di una nazione sulle altre. Il loro ricco patrimonio culturale, a lungo ignorato, lasciato in eredità, li fa apparire un popolo tutt’altro che emarginato, né tantomeno scomparso senza lasciare traccia.

La quercia era un albero sacro ai Celti e tra gli animali c’erano l’aquila, simbolo regale, la vacca per la fertilità; le api, messaggere degli dei, erano simbolo di perfezione e d’immortalità per i Gaelici.

Lo chef Silvano Scalzini di Vestignano ama ricercare piatti e ricette antichi nei loro contesti storici, inoltre è un appassionato di cose celtiche. Rileva che anticamente ogni piatto, anche elementare, era legato a una precisa esigenza. Aveva avuto notizia dell’idromele nel film “Il nome della rosa”, poi nelle sue ricerche amatoriali è venuto a conoscenza che era una bevanda sacra ai Celti. Si otteneva facendo fermentare il miele con lievito e acqua di fonte.

Questa bevanda rituale e mai popolare, probabilmente nata in Africa Orientale, ci fu tramandata da Nubiani, Egizi, Cretesi (dai quali abbiamo le prime testimonianze scritte) e poi dai Greci e Romani. In Eritrea la bevanda nazionale è il mies, a base di miele fermentato, in effetti un liquore composto d’idromele ed erbe.

Le sue ricerche enogastronomiche sono sempre volte a riscoprire le origini e le motivazioni di ogni ricetta. Risalendo indietro nel tempo, Silvano appura con soddisfazione che ogni alimento, piatto e bevanda, ha una sua storia, non tutte sono state ancora riscoperte. Taluni alimenti risalgono a epoche più remote di quanto si creda, essi fanno parte del nostro arcaico retaggio e sono presenti anche in espressioni che si usano tuttora.

Ritiene che, se si vuol fare una cucina tipica, bisogna andare a riscoprire le vecchie tradizioni e le necessità che le hanno generate.

Silvano ci segnala “Lo spezzatino di maiale all’idromele” una ricetta da lui creata.  La carne di maiale è messa a cuocere in una pentola con aglio e rosmarino. A metà cottura si aggiunge l’idromele, alla fine si condisce con pistacchi e nocciole tostate.

Questo piatto è stato inserito nelle ricette dedicate a Simone De Magistris per i suoi colori giallo oro, verde e marrone; un tocco di colore manierista in più è dato dalle lenticchie rosso arancio, coltivate a Colfiorito. Con esso si vuole anche far conoscere l’idromele, antica bevanda dimenticata.

Eno Santecchia

Ottobre 2015

Chiesa di Tuseggia (Camerino) con croce celtica

Chiesa di Tuseggia (Camerino) con croce celtica

Tags: ,