Ludovico Clodio nella documentazione d’archivio

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È questo il titolo, per ora provvisorio, del mio intervento, che non si discosterà comunque da tale argomento anche se dovesse mutare in sede di stampa. Qui fornirò tuttavia solo un breve resoconto della ricerca condotta finora, che posso dire abbastanza completa per quanto riguarda gli archivi locali umbro-marchigiani (è noto che Clodio è stato vescovo di Nocera dal 1508 fino alla sua morte avvenuta il 7 ottobre 1514 secondo la precisazione, in questo caso attendibile, fornita da Girolamo Barlesi).

Riguardo al nome, nei documenti si trova quasi sempre la dicitura Ludovicus e più raramente Lodovicus, dunque ritengo corretto privilegiare la prima, come fece Angelo Antonio Bittarelli nella biografia più consistente dedicata al personaggio, ed anche per il cognome seguirò la dizione corrente di Clodio in quanto attestata dalle carte in tale modo, mentre la variante Claudius risulta utilizzata solo in casi sporadici anche in atti ufficiali. Nei documenti autografi, tuttavia, egli si firma talvolta Lodovico e altre volte Ludovico da Caldarola.

In letteratura, come detto, esiste la monografia di Antonio Bittarelli, che molti di noi hanno conosciuto, amato e apprezzato, ancora valida sotto molti aspetti anche se pubblicata quasi mezzo secolo fa sul numero 5 di Studi Maceratesi. Si tratta di uno studio sul nostro arciprete dal titolo “Ludovico Clodio scrittore e politico premachiavellico”, sul quale l’autore raccoglie quanto conosciuto fino al 1969 (anno della pubblicazione) in 31 pagine che ancora si leggono con piacere e profitto. Bittarelli traccia dunque un percorso di vita del Clodio, che tuttavia non approfondisce oltre un certo limite soprattutto perché il suo interesse, più che alla ricerca o annotazione puntuale delle carte, come quelle estratte dall’archivio segreto vaticano ad opera di Bernardino Feliciangeli che tuttavia ben conosce, egli era interessato in modo particolare a valutare l’uomo nel suo contesto storico e nella sua formazione personale alla luce di quella che poi sarà la “Relazione dello Stato di Camerino a papa Alessandro VI”, contenuta nel codice borgiano latino 282 custodito presso la biblioteca apostolica vaticana, che egli ripubblica per intero dopo la prima edizione di Aristide Conti nel lontano 1879.

Da qui dunque si deve partire, per rivedere ed accrescere quanto si sa sulla vita e sulle opere di Ludovico Clodio, anche se prima di Bittarelli è stato il Barlesi a parlarne nel suo ms. del primo Ottocento che si conserva nella collegiata di S. Martino e che è stato trascritto e pubblicato nel 2003. Il canonico caldarolese ne riferisce brevemente in cinque occasioni, la più importante delle quali è costituita dalla trascrizione della concessione dell’arcipretura della chiesa dei santi Gregorio e Valentino da parte di Sisto IV  con bolla del  27 agosto 1477, che non mi risulta attualmente conservata, ed infatti Clodio sarà ricordato quasi sempre nelle carte come “l’arciprete di Caldarola”.

Altra notizia fornita dal Barlesi è l’astuta mossa, peraltro in linea con il personaggio, con la quale il Clodio avrebbe edificato la rocca di Perugia al tempo di Giulio II contro gli stessi perugini ribelli alla Chiesa. Si tratta di una pagina piacevole a leggersi, come spesso il Barlesi sa fare quando si tratta di narrare, ma non ci fa sapere da dove abbia attinto e quale parte ci sia di vero in quella che sembra, o meglio è, una storiella di pura invenzione per evidenziare le capacità del Clodio, in effetti notevoli sotto molteplici aspetti, ma che non trova riscontro oggettivo in alcuna fonte.

In epoca più vicina a noi si pone l’opera meritoria di Bernardino Feliciangeli (1862-1921), storico e ricercatore prezioso che ha estratto numerosi documenti dagli archivi romani, tra i quali alcuni di estremo interesse riguardanti Ludovico Clodio e dei quali ha lasciato memoria nelle carte custodite presso la Biblioteca Comunale Valentiniana di Camerino e in una breve ma densa monografia dal titolo “Un prelato del Rinascimento diplomatico, castellano e architetto militare” e nelle “Lettere di Galeazzo Sforza al fratello Giovanni signore di Pesaro” del 1915. Più complessa e approfondita è la ricerca condotta nel 2003 da Pier Luigi Falaschi dal titolo L’occupazione di Camerino e le proposte di Ludovico Clodio per il governo del Ducato pubblicata due anni dopo nel volume Cesare Borgia di Francia gonfaloniere di Santa Romana Chiesa 1498-1503. Conquiste effimere e progettualità statale. Si tratta di oltre 30 pagine ad ampio respiro che fanno chiarezza ed esaminano con maturità critica e finezza di giudizio la figura dell’arciprete caldarolese in quegli anni difficili e mutevoli.

Altre annotazioni si ricavano in epoca più lontana dalla Vita di Niccolò Bonafede vescovo di Chiusi del 1832 di Monaldo Leopardi, padre del poeta; dal contributo di Francesco Pirani intitolato Camerino fra signoria varanesca ed occupazione borgesca pubblicato in Alessandro VI e lo Stato della Chiesa nel 2003. Notizie utili sugli interventi del Clodio per la fortezza bolognese di Porta Galliera si trovano nel volume ad essa dedicato da Giancarlo Benevolo nel 2006 e in ulteriori e recenti saggi di Alberto Meriggi per una richiesta di Ludovico Clodio a Tolentino nel 1502 e di Sandro Corradini, che ci fornisce un’indicazione molto utile considerando che le note biografiche sul personaggio non abbondano come vorremmo, sulla quale tuttavia tornerò più avanti.

Il Benevolo, sulla scorta di alcuni pagamenti effettuati nel 1508 a Donato Bramante per alcuni lavori fatti l’anno precedente sulle mura di Bologna tra la porta Mascarella e la porta Galliera, ritiene che il progetto della fortezza omonima, nella sua ultima ricostruzione, sia da attribuire all’architetto fermignanese e che Ludovico Clodio sia stato solo l’esecutore materiale del progetto. Tuttavia Cherubino Ghirardacci, storico agostiniano del XVI secolo e ricercatore pregevole di fonti documentarie, citato dallo stesso Benevolo, scrive tra altri riferimenti dello stesso tenore, che il 29 luglio 1508 “giunse nove in Bologna che papa Giulio aveva eletto vescovo di Nicea (per Nocera) l’arciprete ingegniero cha haveva fatto la fabrica del castello di Galliera; il quale poi fu con grande allegrezza da legato in San Petronio consacrato”, mentre Andrea Bernardi, storico contemporaneo degli eventi narrati e che visitò la rocca nel 1508, nelle sue Cronache forlivesi riferisce che nell’anno precedente “sopra dita fabrica soua sanctità ie mese uno chiamato l’Arcipreti Caldarola, perché, secondo al mio reporto, era stato lui che aveva facto al modelle de dita roca” e definisce il Clodio “degnissimo architature”. Ma c’è di più e di meglio. In una lettera a lui indirizzata del 1° maggio 1508, il pontefice gli scrive in questi termini: “Fides et diligentia exactissima tua in construenda et perficienda arx nostra Bononie […] gratissima nobis est”. Sono parole precise e non equivocabili, che danno lustro all’arciprete e il problema di Clodio “architetto” è importante, anche per la conseguente ricaduta sulla costruzione della rocca borgesca a Camerino nel 1503.

Gli atti, di emanazione locale o curiale, non lo ricordano con tale qualifica precisa, dal momento che viene registrato, almeno dal 1492, come commissario del papa, in questo caso Innocenzo VIII, cioè suo rappresentante ed esecutore di incombenze diverse, ma ciò non toglie che l’arciprete caldarolese avesse sicure competenze di architettura militare, come attestato esplicitamente da papa Giulio II e dal Ghirardacci e dal Bernardi sopra richiamati per la rocca di Bologna, mentre in epoca precedente l’architetto principe per la Marca era Baccio Pontelli, che trovo ricordato in alcuni documenti e in particolare in una carta del 1487, quando viene indicato dal legato come “ingeniarius universalis” che dirige “fabricas arcium que in civitatibus auximana et exina ac in terra Offide edificantur”. Dunque il progetto per l’esecuzione delle rocche di Osimo, Jesi e Offida è da attribuire all’architetto e ingegnere fiorentino, di cui possiedo ulteriori attestazioni fino al 1492, anno della sua morte, ma nemmeno per tali casi si esclude l’intervento del nostro arciprete, che infatti trovo per lo stesso anno come “generalis commissarius super fabricis arcium Auximi et Offide” e come castellano della rocca di Offida per un breve periodo.

Torniamo ora, come anticipato, all’indicazione biografica indicata da Sandro Corradini e proveniente dall’archivio diocesano camerte, la quale ci informa che in data 13 aprile 1465 il vescovo Andrea Veroli conferisce gli ordini sacri a Ludovico Clodio di Caldarola. Considerata la scarsità di notizie sulla vita del futuro arciprete, il riferimento è prezioso perché ci consente di datare con una certa sicurezza la nascita del Nostro circa al 1440, dal momento che in tale epoca l’ordinazione avveniva di norma sui 25 anni. A ciò si aggiunge un’altra informazione, conosciuta finora parzialmente, e al momento completata da un’indicazione molto utile fornitami da Simona Ciccotti. Si sapeva, da un riferimento di Milziade Santoni, che il Clodio aveva scritto una vita di S. Girolamo, ma non se ne conosceva l’epoca. Sappiamo ora che la data è il 1466 e non, come pure poteva essere, durante la fase finale e meno turbolenta della sua vita. Sarebbe estremamente utile rintracciare il ms., dove si legge “scriptus per me Ludovicum Claudii de Caldarola”, che risulta inserito in un volume tra altre due opere: a suo tempo proveremo a farlo.

La mia indagine, conclusa la fase preliminare sulla letteratura riguardante il Clodio e di cui ho dato un rapido e parziale resoconto, si è rivolta successivamente alla ricerca d’archivio in ambito umbro-marchigiano a iniziare dal fondo notarile caldarolese conservato presso l’archivio di stato di Macerata, dove in un atto del 20 novembre 1489 trovo nominato per la prima volta “donnus Lodovicus Claudii de Caldarola” per la donazione di un cavallo saginato, cioè color saggina con mescola di diverso pelame, fatta in precedenza ai suoi fratelli carnali Gentile e Giovanni Francesco e da vendere per 20 fiorini come infatti avverrà, somma da distribuire in parti uguali a Flora, figlia di Gentile e a Primavera, figlia di Giovanni Francesco, personaggi presenti nel suo testamento e di cui si dirà più avanti.

Numerose carte tratte dal fondo notarile caldarolese riguardano Ludovico, la cui abitazione si trovava in Castelnuovo presso la strada pubblica ed altri suoi beni, come apprendo da due atti lì stipulati del settembre 1514, dunque di poco precedenti la sua morte, che mi sono stati segnalati a Nocera da Angelo Menichelli. Talvolta, infatti, l’arciprete agisce spesso con i fratelli in atti di compravendita di cui qui si fa soltanto cenno sommario e che verranno esaminati in maniera più distesa in sede di pubblicazione degli atti, ma in nessun documento mi risulta una parentela, peraltro plausibile e probabile, con la famiglia Pallotta. Ne parla per primo Giuseppe Caramelli nella sua pubblicazione su Caldarola del 1881, il quale scrive che Giacomo Pallotta, trisavolo del cardinale Evangelista, aveva sposato Giulia Clodio rifacendosi alle Memorie, ora perdute, di Mariano Caffaioli canonico in S. Martino.

Desiderio Pallotta, che negli anni 1931-1934 ha provveduto a risistemare e ornare la tomba del Clodio in S. Gregorio, nella lapide del monumento funebre fa scrivere che venne portato dallo zio Jacopo a studiare a Roma e divenne come lui architetto militare. Le cose, tuttavia non dovettero andare in tale modo, se consideriamo che Giacomo Pallotta era solo maestro muratore, come si ricava ad abundantiam dalle carte, e che la famiglia Clodio o Claudi era eminente già di suo, annoverando tra i propri componenti sul finire del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento consiglieri comunali, priori, podestà con Pierandrea e numerosi ecclesiastici. Per i Clodio, volendo, si può andare anche più indietro, dal momento che un Gentile Clodio insieme al fratello Domenico compra nel 1422 per 8 fiorini di giusto peso un terreno “in contrata Plani Salti” presso altri suoi beni e un secondo terreno l’anno successivo per 4 ducati d’oro “in contrata Cabbe” e nel 1424 acquista da solo una casa a Caldarola per 60 fiorini d’oro di giusto peso.

Documenti, dunque ve ne sono anche in loco, come accade per una larga mèsse di atti di curia che interessano direttamente o indirettamente il Clodio, rintracciati con un po’ di fortuna e che vanno dagli anni ’80 del Quattrocento ai primi del Cinquecento, o come avviene per il lungo testamento del 30 luglio 1514 e per i tre codicilli del settembre con ricchi lasciti per numerose chiese di Caldarola e altri luoghi e per dotare alcune sue nipoti, ma di tutto questo si parlerà meglio in sede di pubblicazione.

Accenno soltanto ai 100 fiorini di bolognini destinati alla chiesa episcopale nocerina, dove Clodio sceglie di essere sepolto, anche se tale disposizione verrà da lui cambiata in seguito a favore della chiesa dei santi Gregorio e Valentino di Caldarola nella sua vecchia sede, con successivo trasferimento nella nuova dove si trova attualmente la tomba. Lascia inoltre 25 fiorini a S. Silvestro di Bevagna, a S. Giusto di S. Maroto e a S. Maria del Monte di Caldarola; 100 fiorini all’abbazia di S. Anastasio di Amandola; 50 a S. Gregorio di Caldarola e 10 al convento di Colfano.

Resta da dire che se gli archivi locali hanno dato buoni frutti, altri riscontri si potrebbero di certo ottenere dagli archivi vaticani, ai quali per motivi diversi non mi sarà possibile accedere. Ne sono prova le belle informazioni che ho ricevuto da Matteo Mazzalupi e da lui tratte dall’archivio segreto vaticano, dove compaiono ripetuti pagamenti da parte della camera apostolica “domino Ludovico Clodio archipresbitero Caldarole” per gli anni 1488, 1494, 1501-1502. Lo stesso studioso ha correttamente identificato in uno della famiglia Clodio Piergiovanni di Giovanni Francesco, a questo punto nipote ex fratre di Ludovico, che nel 1516 lascia insieme alla moglie una pregevole tavoletta votiva in S. Nicola a Tolentino per l’avvenuta guarigione del figlio.

Di Ludovico Clodio non abbiamo alcuna notizia sulla sua educazione e formazione spirituale e culturale, e nemmeno sappiamo di preciso dove e come abbia acquisito l’esperienza di castellano e costruttore di opere fortificate, ma è un fatto che le sue frequentazioni, come commissario di tre papi in oltre vent’anni, siano state di alto livello in ambito politico e militare. Fu infatti anche uomo d’armi e d’azione, come risulta dai documenti in più di un’occasione e concorse per papa Giulio II, ad esempio. alla presa della rocca di Forlì e di altre fortezze di Romagna. Una personalità poliedrica e di eccellenti capacità, che seppe servire la Chiesa in anni difficili e di cui mi auguro di poter definire la vita nel modo migliore possibile una volta studiati con più agio i testi e i documenti che lo riguardano.

Rossano Cicconi

Settembre 2015

 

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