Il senso del peccato

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Non si sta perdendo il senso del peccato

Il Concilio Vaticano II propose ai cattolici una profonda riflessione sulla missione fondamentale della Chiesa nel mondo. Giovanni XXIII nella convocazione al Concilio scrisse: “La Chiesa nei nostri giorni assiste a una grave crisi dell’umanità, che porterà con sé profondi cambiamenti. Un nuovo ordine è in processo di gestazione, e la Chiesa ha davanti a se immensi compiti, come nelle epoche più tragiche della storia”.

Dobbiamo “seguire la raccomandazione di Gesù, quando ci esorta a distinguere chiaramente i segni dei tempi (Mt. 16,3)”. La Chiesa è chiamata a risolvere ogni giorno di più i problemi dell’uomo contemporaneo. Essa percepisce con urgenza la necessità “di aumentare la diffusione della verità rivelata e il consolidamento delle istituzioni”. Così si dimostrerà che la Chiesa è “sempre viva e sempre giovane; che percepisce il ritmo del tempo”.

Sono queste alcune delle parole scritte da Giovanni XXIII il 25 dicembre 1961, quando prese la decisione di convocare il Concilio Vaticano II. Papa Francesco ci suggerisce con audacia e costanza di continuare l’opera iniziata da Papa Giovanni. Alcuni cattolici, ecclesiastici e laici, sembrano preoccupati e disorientati, e reagiscono con energia contro le proposte di cambiamento che considerano pericolose per la Chiesa. Affermano che il Sinodo di Roma (ottobre 2014) si apparta dalla fede tradizionale, che si sta perdendo il senso del peccato, che già non si distingue più tra bene e male, che i valori umani vengono trascurati, ecc.

Mi fermerò soltanto a riflettere sull’idea di quelli che pensano che nella Chiesa attuale esiste il rischio di cancellare il senso del peccato. A mio avviso è questa un’opinione eccessiva e gratuita. Il contenuto delle verità proposte dalla Bibbia e dal Magistero della Chiesa ammette una certa gradualità. D’altronde, la storia e la cultura cambiano costantemente e incidono nella coscienza morale. Questo non significa cancellare il senso del peccato, ma piuttosto valorizzarlo da altri punti di vista e riconoscere la forza della persuasione soggettiva, senza cadere nella morale della situazione al modo di Sartre. Le verità religiose, soprattutto le verità morali presentate dalla religione, premono la coscienza di diversa maniera, sono più o meno esigenti a seconda delle virtù che propongono. La realtà storica non è affatto nera o bianca, nella maggior parte dei casi è grigia. Nietzsche scrisse: “Non esistono fatti, bensì interpretazioni”.

Il teologo spagnolo A. Torres Queiruga affermò: “Dimmi come è il tuo Dio e ti dirò come è il tuo peccato”. E in senso inverso: “Dimmi come è il tuo peccato e ti dirò come è il tuo Dio.” Dunque per conoscere il senso del peccato occorre porsi la domanda: “Come è il Dio in cui ciascuno crede?”. E ancora la domanda si può estendere di più: “In cosa crede chi non crede?” (che è il titolo del libro di U. Eco e Carlo M. Martini, edito da Letteraria Eulama).

J. I. González Frau avverte che il problema dei teologi è che “sanno troppo di Dio”. E Gregorio di Nisa sorprende con l’affermazione: “Niente si può dire di Dio. Ma bisogna parlare di Lui per non dimenticarlo”.                                            E l’evangelista Giovanni: “Dio è amore”. E anche J. P. Sartre nel suo libro “Les Mots” parla di Dio: “Io pretendevo la religione, lo aspettavo … Ma, più tardi, nel Dio di moda che mi insegnarono non riconobbi il Dio che agognava l’anima mia. Avevo bisogno di un Creatore e mi davano un grande Capo”.

L’uomo arriva all’immagine di Dio per analogia e congettura. Lo psicologo “junghiano” Ignace Lepp ha scritto: Chi crede ha molte ragioni per dimostrare l’esistenza di Dio, come chi non crede per dimostrare la sua inesistenza.  La fede è dono gratuito (Cf Ef 2,1-10). Non è facile raggiungere una chiara conoscenza di Dio. Il contesto culturale condiziona il concetto di Dio che ognuno ha. Perché la religione non cade già fatta dal cielo; sempre porta con sé le ferite della storia. Per capire esattamente chi è Dio non abbiamo troppe risorse, giacché la nostra concreta condizione esistenziale ci limita. Da una parte sovente proiettiamo sull’immagine di Dio i nostri interessi, le nostre ambizioni, i nostri sentimenti, le nostre frustrazioni, le nostre paure. D’altra parte complichiamo l’immagine divina contaminandola con esperienze della propria vita che riflettono strutture di potere e di prestigio.

Nei primi libri della Bibbia Dio (Yawè) si mostra nella pienezza del suo potere. Gli ebrei, davanti alla presenza di Yawè, s’intimoriscono. Così accade, per esempio, nella teofania del monte Horeb (Es 20,18-21). Ma con lo scorrere del tempo Yawè manifesta la sua bontà, e il suo sguardo è d’amore e di protezione. “Signore, tu mi guardi a fondo e mi conosci bene … e hai collocato la tua mano su di me” (Salmo 134). E ancora di più nella prima lettera di Giovanni Evangelista (I Giov  4,18-19). “Timor non est in charitate .. qui autem timet, non est perfectus in charitate. Nos ergo diligamus Deum, quoniam Deus prior dilexit nos”. (Non c’è timore nell’amore … chi teme, non è arrivato alla pienezza dell’amore. Noi amiamo Dio, perché Lui ci ha amato prima).

Nell’antica catechesi (e alle volte anche nell’attuale), il severo sguardo di Dio produceva angoscia e paura nelle persone fragili; e rifiuto e irritazione nei caratteri indipendenti. Qualche tempo fa i bambini che si preparavano alla prima comunione trovavano disegnato davanti a loro un triangolo e nel suo interno un occhio di sguardo penetrante, e sotto il triangolo si leggeva: DIO MI VEDE. Questo severo sguardo di Dio, che si metteva dappertutto persino nei nascondigli più disagevoli, irritava Nietzsche. E si lagnava: “L’uomo non può sopportare che viva un tale testimone.”

Il dio che irrita Nietzsche non è il Dio della fede, che è amore e fiducia, ma il dio dei codici e dei formalismi che convertono il credente in un bambino bisognoso di essere protetto e orientato in ogni momento. Questo infantilismo mostra come contropartita il paternalismo clericale. La pubblicista e teologa italiana Adriana Zarri, nei tempi di Papa Montini, scrisse: “Anche nel momento attuale, che comincia ad apparire la dimensione fraterna, sono soltanto alcuni cattolici dissidenti che osano dirigersi al Papa come “fratello Paolo” e questo appellativo non piace al Vaticano. Ma Papa Roncalli aveva detto: “Io sono il vostro fratello Giovanni.”  Questa frase domestica, piena d’umanità e di semplicità, era notevolmente rivoluzionaria: metteva in piena luce la fraternità (battesimo) al di sopra della paternità (ordine sacro) e della gerarchia (giurisdizione).

Detto questo, a me pare poco credibile che oggi nella Chiesa si sia cancellato il senso del peccato; piuttosto occorre che il credente adulto abbia deciso valutare il peccato partendo da una matura coscienza personale. Il credente fragile nella sua fede non scopre l’esatto senso del peccato e cerca di risolvere la sua incertezza sottoponendosi all’autorità di un altro (prete, religioso, suora, pastore …). I consiglieri religiosi sono utili per orientare nella vita spirituale, ma non possono diventare padroni della religiosità degli altri. La decisione deve essere sempre personale. Il cristiano che si riconosce peccatore, porrà tutta la sua fiducia nel Signore (Cf Gal 2,20; Rom 5,7-8).

D’altronde occorre dire, come opina Delumeau, che il senso del peccato non fu così alto nel passato né così basso oggi. Già nel 1977, Giannino Piana (allora professore di teologia morale a Novara e a Milano) scriveva: La parola di Dio e la cultura del nostro tempo sono luoghi di riferimento per scoprire l’autentico senso del peccato. Un confronto dialettico tra parola di Dio e cultura ci aiuta a superare la visione pessimista di quelli che sostengono che il senso del peccato è assolutamente scomparso dal nostro tempo, quando in realtà si tratta unicamente di un cambio di prospettiva, di aspetti diversi, di nuovi modi di sentirlo e di viverlo.

Bahía Blanca (Argentina)

Heriberto J. N. Santecchia

Maggio 2015