La campagna di Gallipoli

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Gallipoli, ridente cittadina della penisola salentina che si affaccia sul mar Ionio a sud-est del golfo di Taranto, poco più a nord del 40° parallelo, ha 70.000 abitanti ed è conosciuta per la pesca.

Gallipoli è anche il nome di una penisola della Tracia sulla sponda meridionale dello stretto dei Dardanelli, anch’essa posta alla medesima latitudine. Durante la Prima Guerra Mondiale vi si svolse una cruenta campagna militare poco conosciuta in Italia.

Dopo aver cercato senza successo di forzare gli stretti dei Dardanelli, le truppe franco-britanniche, australiane, neozelandesi e indiane sbarcarono il 25 aprile 1915 in questa penisola per sorprendere alle spalle un esercito turco che difendeva lo stretto e l’accesso a Costantinopoli.

I Britannici al comando del generale Hamilton (poi sostituito) sbarcarono a capo Helles, mentre il corpo di spedizione ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps) agli ordini del generale Birdwood sbarcò ad Ali Burnu (chiamata in seguito dai britannici “Anzac Cove”).

Le truppe ottomane erano guidate dal generale tedesco  Otto Liman Von Sanders che, in precedenza, aveva riorganizzato l’esercito turco. L’intelligence turca era a conoscenza dell’operazione e ci fu quindi da parte loro una risoluta resistenza.

Il 6 agosto successivo ebbe luogo un nuovo sbarco a Suvla Bay, ma gli alleati non seppero approfittare del vantaggio, ne seguì una guerra di trincea e di logorio che durò fino alla ritirata alleata conclusasi il 9 gennaio 1916. In questa spedizione caddero 36.000 soldati alleati tra cui circa 10.000 australiani e neozelandesi, le perdite turche furono di 66.000 morti.

Gli esperti di strategia dicono che l’insuccesso fu causato dai piani sin dall’inizio male organizzati e confusi, ma io aggiungo che i Turchi stavano difendendo la loro terra e gli ideali spesso contano.

Dal 1916, il 25 aprile in Australia e Nuova Zelanda si celebra “l’Anzac Day” per ricordare il sacrificio dei soldati caduti e commemorare la campagna di Gallipoli dove nessuno dei due paesi aveva interessi nazionali. Le cerimonie sono divenute il simbolo dell’insensatezza e della brutalità della guerra in generale.

Ai vertici dell’esercito turco vi era un ufficiale di 34 anni dal grande carisma, che doveva ben presto diventare famoso. Si chiamava Mustafà, era  figlio di un impiegato statale e sui banchi di scuola si era meritato l’appellativo di Kemal (l’eccellente), in questa campagna si guadagnò i gradi da generale, dimostrandosi un ottimo stratega.  Nel 1923 abolì il sultanato e divenne il fondatore della repubblica turca; nel 1934 l’Assemblea Nazionale, come riconoscimento dei servizi resi alla nazione, gli diede il cognome di Atatürk (padre dei Turchi).

I turisti australiani e neozelandesi, che viaggiano in Turchia, si recano numerosi a visitare il cimitero di guerra dove riposano tanti soldati; probabilmente tra di loro c’è qualche antenato. In una targa c’è inciso un discorso rivolto alle nazioni australiana e neozelandese che Kemal Pasha tenne dopo che era diventato presidente della moderna Turchia: «… mamme non piangete più i vostri figli che sono caduti nella nostra terra … ora sono diventati nostri figli…». Bisogna riconoscere che una dichiarazione del genere indirizzata a dei soldati che avevano cercato d’invadere la propria terra non è poi così comune. A mio parere denota una personalità dal notevole spessore umano e politico.

In questi giorni si parla molto di una probabile guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Nonostante le esperienze passate, l’uomo non cambia mai, le guerre sembrano non insegnare nulla. Come si sa, ma è meglio ripeterlo, c’è chi dichiara la guerra, chi la combatte, chi la subisce e chi si arricchisce con il business degli armamenti. Senza considerare che, come abbiamo visto, nonostante il massiccio impiego di risorse d’ogni tipo, molte guerre non conseguono il previsto risultato.

Ora, i Turchi, un popolo che a scuola ci hanno insegnato a considerare un classico nemico, si augurano che non scoppi la guerra contro il turbolento vicino. Forse è il timore di vedere peggiorare le condizioni di vita  tanto faticosamente conquistate negli ultimi 79 anni, ma anche se fosse paura sarebbe umano!

Eno Santecchia

Rip. aprile 2015

Cannone colpito a Canakkale

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