Antiquarium di Pievefavera

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Annibale nel Piceno

Spesso in Italia avvengono furti in siti archeologici o sono asportati reperti o frammenti collocati o murati in posti poco sicuri (es. all’esterno di chiese), vengono anche eseguite ricerche non autorizzate con metal detector. Invece a Pievefavera di Caldarola alcuni abitanti del luogo, sensibili al fascino dell’antichità, hanno cercato di salvare degli oggetti, rinvenuti anche durante le attività agricole, consegnandoli affinché siano studiati e conservati da esperti e tramandati ai posteri. Così nacque l’Antiquarium di Pievefavera. Tra tanta ignavia ed apatia che si riscontrano in paesi e città, in un piccolo borgo alcune persone hanno dimostrato sensibilità e cultura non indifferenti.

A Pievefavera dei ritrovamenti casuali, descritti dal conte Desiderio Pallotta (allora presidente della Commissione Provinciale Conservatrice dei Monumenti e degli Scavi) avvennero nel 1883.

Lo scrittore Tullio Colsalvatico, intorno al 1950, fece dei sondaggi insieme a don Annibale Urbani, parroco di Pievefavera. Colsalvatico lasciò subito i reperti archeologici trovati alla Parrocchia di Pievefavera, una parte dei quali fu murata nella vecchia sacrestia, l’altra purtroppo andò persa.

Nel 1986 i reperti archeologici rinvenuti nell’area, furono pazientemente ripresi, studiati e catalogati dal prof. Arnaldo Mazzanti e in parte sistemati nella piazzetta antistante la chiesa e in seguito nell’attuale sede. Il piccolo museo è ospitato nella torre poligonale sud est della cinta muraria in due sale, quella inferiore già utilizzata come sacrestia, la superiore ha una copertura a vetrata. Si spera che sia provvisoria, perché non ha un ingresso autonomo (per entrarvi si deve passare nella chiesa) e non è pienamente agibile e fruibile dalle persone altrimenti abili.

Di questo piccolo museo se ne parla in un depliant e un libro, entrambi curati dalla Provincia di Macerata che lo descrivono di particolare interesse per le due monete puniche e i cocci graffiti. Non si fa cenno, forse perchè l’autore non era a conoscenza, che l’eclettico Mazzanti ha fatto una dettagliata descrizione di ciascun reperto e di dove è stato rinvenuto accompagnata da bozzetti di pregio e con riferimento a musei e ritrovamenti anche avvenuti all’estero.

I reperti e i frammenti presenti nell’Antiquarium, rinvenuti nella spiaggia del lago, nei pressi del cimitero o nei campi circostanti il borgo, sono rari e di grande interesse archeologico per i caratteri incisi in latino arcaico o piceno.

Facciamo un breve excursus tra i ritrovamenti più degni di nota esposti nel piccolo e affascinante museo archeologico.

Un frammento di piatto a vernice scura è citato nella rivista “Archeo” come ceramica fenicia; quindi probabilmente proveniente da commerci mediterranei.

Una patena (piatto romano) a vernice scura, recante all’interno firma a graffito il nome di “Rutilio” e cognome decifrato Samios (Somios o Samia) è sicuramente databile al I secolo d. C.

Un bellissimo fondo di bicchiere color verde-celestino, appartenente ad un calice del I – II secolo d.C. è stato rinvenuto nella vigna di Pierino Pieroni.

Interessanti sono anche i vari frammenti di un vaso a cratere denominato Skyphos.

Ben conservata è una spilla normanna (o bottone) in peltro, probabilmente risalente al 1030-1200 d. C., simile per metallo e fattezze a cinque spille presenti al British Museum di Londra. Ricordiamo che il peltro è una lega a base di stagno molto duttile e resistente conosciuta già dai Fenici.

Sono presenti anche numerose lucerne ottimamente conservate, rinvenute nel campo del medesimo Pieroni, ne ho viste di simili in tutto il bacino del mar Mediterraneo.

Non mancano vari frammenti di ceramica aretina o sub gallica a pianta pedis.

Nelle vetrine dell’Antiquarium vi sono due monete puniche del III secolo a. C. citate e inserite nella tesi di laurea “Monete puniche da Ravenna” del laureando in archeologia S. Medas, pubblicata nel 1991 dal C.N.R. di Roma. I tondelli metallici cartaginesi sono stati citati anche dalla rivista “Studi Piceni” dal prof. G. Rossi, esperto numismatico del Piceno.

Annibale Barca, nel corso della II guerra punica, dopo la battaglia del Trasimeno (27 aprile 217 a.C.), liberò i prigionieri italici proclamandosi alfiere della loro libertà e sperando in una loro sollevazione generale contro i Romani (che però non avvenne). Dopo pochi giorni a Plestia (Colfiorito) i Cartaginesi annientarono 4.000 cavalieri romani del console C. Centenio.  Annibale si spostò ad est verso il mar Adriatico per rifornirsi, riprendersi dalle fatiche e dirigersi poi a sud.  Raggiunse il fiume Ofanto presso Canne (in Puglia) ove il 2 agosto del 216 a. C. sconfisse duramente i Romani, utilizzando un’evoluta strategia d’accerchiamento. E’ ipotizzabile che qualche reparto cartaginese transitò lungo la valle del Chienti. Non si può escludere quindi che Caccamo, il cui nome potrebbe derivare dal greco “zona devastata dal fuoco”, possa essere stata distrutta da un incendio proprio in questo periodo.

Eno Santecchia

Novembre 2005

Ripubblicato nel novembre 2014 OLYMPUS DIGITAL CAMERA

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