Il sole e le porte di Aquinum

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È stato, è e sarà sempre il sole a determinare tutto sulla terra …

Erano anni ed anni che, passando e ripassando vicino alla Porta Capuana dell’antica “Aquinum” e nei pressi  delle sue mura di citta della vecchia città, provavo dentro di me un sentimento che muoveva dal mio subconscio, ma non affiorava alla chiara coscienza.

Dinanzi a quegli enormi blocchi di travertino che lì, statici e muti, agitano e narrano ancora oggi millenni di storia, io restavo sempre più rapito e frastornato, con l’intimo come ingombrato e in attesa di tirar fuori qualcosa che finalmente mi liberasse da un peso che mi opprimeva tanto.

Il frequente passare vicino a questa porta è dovuto al possesso di un terreno, che in parte ho ereditato da mio padre e in parte ho riacquistato dai miei fratelli, per motivi affettivi, su cui mi reco spesso per la cura di una vigna e di alcuni alveari.

Il mio ameno campicello e l’ampia area archeologica attigua sono per me un tutt’uno per la loro idillica suggestività e quel misterioso alone poetico che entrambi suscitano nella mia mente, insieme al continuo stimolo a pensare e riflettere.

Fu proprio in uno dei tanti momenti di riflessione che la mia mente passò a prendere in considerazione anche l’altra porta dell’antica città, cioè quella Occidentale, che guarda verso Roma, ridotta ormai ad un ammasso di enormi blocchi dirupati e sparsi.

Due porte quindi: una orientale, Porta capuana, ancora in discrete condizioni strutturali, e una occidentale, attraverso le quali passava la Via Latina di cui, per lungo tratto, è ancora quasi intatta la pavimentazione in pietra vulcanica grigia.

Erano le porte che delimitavano il percorso del decumano, la via principale dell’”Aquinum”, un tratto di circa ottocento metri, che attraversava il centro della città, incrociandosi con il cardo.

Un giorno lontano che non ricordo, mentre facevo le mie solite e varie considerazioni sulla scrupolosità scientifica e l’alta tecnica architettonica degli ingegneri di epoca romana, mi chiesi se queste due porte, così rigorosamente in asse sul decumano, potessero avere un terzo elemento di riferimento, stabile nel tempo, che potesse confermare l’indiscusso rigore scientifico degli ingegneri romani nella realizzazione delle opere. Fu allora che pensai al sole, richiamando alla mente le conoscenze circa il forte rapporto che vi era tra la costruzione di grandi opere e la posizione degli astri presso le civiltà medio-orientali antiche. Ma mi resi conto subito di essere fuori strada, considerando la razionalità dei nostri antenati.

Ciò nonostante, però, mi sembrò come se la mia mente incominciasse a liberarsi dai soliti pensieri e interrogativi assillanti di sempre, come se stessi per avvicinarmi ad una risposta liberatoria, per cui, pure nella certezza di essere in una realtà diversa, cioè che il sole potesse avere un qualche rapporto con le porte aquinati, questa ipotesi mi si impose con insistenza alla mente come fenomeno da studiare, verificare, accertare.

Allora pensai che nell’arco dell’anno i giorni utili per le mie osservazioni sarebbero stati quelli dei due equinozi (di primavera il 21 marzo, d’autunno, il 23 settembre) e che quindi solo in essi avrei potuto scoprire, notare e constatare qualche riferimento delle antiche porte aquinati col sole.

Portai questo pensiero e proposito nella mia mente per molti anni, sia per negligenza sia per la condizioni atmosferiche avverse nella ricorrenza equinoziale.

Un giorno di febbraio di moltissimi anni fa, mentre passavo per l’ennesima volta vicino alla Porta Capuana, feci proposito fermo di verificare, il 21 marzo successivo, la mia supposizione (meglio intuizione), cioè l’allineamento delle due porte con il sole alla sua uscita sull’orizzonte.

Attesi con ansia il giorno dell’equinozio. Fortunatamente il mese di marzo, proprio nel periodo centrale, fu molto asciutto e sereno. Il 21 mi alzai circa due ore prima rispetto all’orario stabilito, dopo aver trascorso una notte quasi insonne. Con molto anticipo mi recai alla Porta Capuana e mezzo infreddolito, al centro del fornice, a uguale distanza tra i due stipiti, attesi …

Attesi con grande trepidazione ed ansia l’alba, l’aurora e il primo minuscolo raggio di sole che apparve sull’orizzonte: forti sussulti mi agitavano il cuore.

L’astro non era ancora uscito nemmeno per un quarto, quando di scatto salii in macchina e in un baleno mi ritrovai sul mucchio di ruderi dell’altra porta, quella occidentale. Fu allora che non credetti ai miei occhi, accecati dal sole che col suo disco rovente e ormai quasi completo, passando attraverso la Porta Orientale, dritto investiva me: tre punti erano allineati, Porta Orientale, Porta Occidentale e il sole. La mia intuizione non era più astratta fantasia, ma concreta e felice realtà.

Il cuore mi batteva forte forte e la mente mi suggeriva insistentemente di dirlo subito a qualcuno; ma a chi? Con chi parlare a quell’ora? E a chi avrebbe interessato la scoperta di un fenomeno del genere a quell’ora? Proprio a nessuno, pensai.

Così, dopo aver bene osservato, scrutato e cercato dei punti di riferimento tra le cime degli alberi sulla linea porte – sole, che già si alzava, mi feci strada tra i rovi che ricoprivano il cumolo di macigni che solo allora notai, anzi, che solo in quel momento si fecero sentire sulla mia pelle con le loro aguzze spine. Ancora trepidante entrai in macchina per tornare a casa e rimettermi a dormire, finalmente.

Ma che dormire? Non era più ora di dormire …!!!

Questa nostra illustre città, per secoli e millenni sepolta e ignorata, con i suoi maestosi ruderi, le recenti scoperte e i ritrovamenti archeologici, se non potrà tornare agli antichi splendori, sicuramente ancora oggi può dire a voce alta “Una volta io c’ero” e continuare ad insegnarci quella “virtù” che purtroppo oggi non c’è più.

Aquino 10 settembre 2014.

Copyright © 2014 Antonio Di Sotto

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