Zio Max

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Segnalatomi dall’editore Andrea Livi di Fermo, ho avuto il piacere di incontrare personalmente a Jesi, nella sua azienda, il sig. Bruno Brunori. L’imprenditore, fervente repubblicano, appassionato di storia, nemico dei totalitarismi, autore di un volume e curatore di un altro, editore del periodico locale “Il nuovo cittadino”, risponde ampiamente ad alcune domande.

Come conobbe il prof. Massimo Salvadori?

“Il Movimento Giustizia e Libertà con i fratelli Rosselli ebbe fra i costituenti anche Max Salvadori che studente a Parigi e mantenendo rapporti con le Marche grazie alla sua residenza a Paludi di Fermo, organizzò anche nella nostra regione l’ossatura del Movimento.

Il Movimento è conosciuto come quasi esclusivamente politico e culturale, ma in esso esisteva uno sparutissimo gruppo di “azione diretta” sconosciuto perfino alla maggioranza dei dirigenti.

In una azione Bruno Lugli (morto successivamente in Spagna a difesa di quella Repubblica) in compagnia di Guglielmo Brunori ricevettero da Max Salvadori della dinamite fornitagli dagli anarchici minatori delle cave di marmo del monte Amiata. Era l’anno successivo alla stipola dei Patti Lateranensi e per protesta fecero saltare una piccola porzione delle mura vaticane.

Questo fu il primo incontro fra Brunori e Salvadori e la prima azione che li vide assieme.

Il Salvadori, saputo che mio padre colpito da tumore ne avrebbe avuto per poco, colse l’occasione di una sua venuta in Italia (risiedeva negli Stati Uniti) per venire nel giugno del 1979 a trovare il compagno di diverse azioni. In questa venuta lo conobbi, fu mio ospite ed ebbi l’onore di poter continuare con tale grandissima personalità l’amicizia che lo legava al mio genitore”.

Qual è il ricordo dell’intellettuale, molto attivo contro i totalitarismi e nella Resistenza?

“Era un fervido credente nel principio della “Libertà”, di quella libertà senza aggettivi che è l’antitesi del totalitarismo; era un puro “Liberal” che cercava di insegnare la “Tolleranza”. Soltanto per adempire il suo Credo per sfuggire alle indagini fasciste si arruolò e partecipò al corso ufficiali dei bersaglieri (nell’esercito l’apparato fascista tralasciava gli interventi). Combatté in Spagna e come persona “civile” fu attivissimo in azioni di organizzazione e sabotaggio nel mondo. Infine venne accettato come volontario nell’esercito inglese. Partecipò agli addestramenti dello Special Force, dove mi narrava, impararono ogni sistema possibile di sopravvivenza e di offesa. Le loro piccole squadre venivano costantemente sbarcate o paracadutate oltre le linee per controllare la consistenza bellica avversaria e provvedere a quel sabotaggio che creava consistenti danni, scompiglio nelle organizzazioni nemiche ed indebolirne il morale, erano unità di sabotatori e di guerriglieri. In particolare va ricordato il suo inserimento per preparare e facilitare gli sbarchi di Salerno e di Anzio, dove per lo scoppio di una mina restò ferito e perse quasi completamente l’udito ad un orecchio. Nel 1944 venne paracadutato nelle Langhe piemontesi e lì fece il vero Ufficiale dell’Esercito inglese: Era l’unico Ufficiale di Collegamento fra la Resistenza e gli eserciti Alleati. Catturato Mussolini, partecipò alla riunione della direzione del Comitato di Liberazione Alta Italia e, con il suo diretto intervento, contribuì per la decisione dell’immediata eliminazione del dittatore. Il giorno della liberazione gli venne concessa dal Sindaco, presente Pertini, la cittadinanza onoraria di Milano e le “chiavi” della città. L’esercito britannico gli concesse due medaglie al valore di quelle che solitamente si danno soltanto alla memoria.

Dopo il 2 giugno 1946, essendoci sospetto di un colpo di stato monarchico, venne incaricato come Alto Ufficiale Britannico di recarsi a casa Savoia, imporre al Re di Maggio di fare in fretta le valigie e in auto accompagnare la famiglia all’aeroporto per inviarli all’estero senza biglietto di ritorno”.

Nel dopoguerra Salvadori venne a Jesi?

“Dopo il luglio del 1979 quando rientrava in Italia, oltre a fermarsi nella sua residenza in Porto S. Giorgio, veniva spesso a Jesi, dove a suo dire trovava ristoro e possibilità di distendersi, partivamo assieme e ci siamo recati a Roma, a Milano, in Svizzera, in Francia ed altro, con la mia macchina. Parlavamo e parlava di principi e raccontava, raccontava di tanti fatti che come lui affermava era meglio tacere e dimenticare. Il Salvadori fu professore in rinomate Università in Svizzera, in Inghilterra, negli Stati Uniti, ma narrava che non riuscì a svolgere le sue reali funzioni per le tensioni belliche accumulate se non oltre cinque anni dopo la fine del conflitto”.

Ricordiamo anche la figura di suo padre Guglielmo Brunori.

“Attivista del Movimento Giovanile Repubblicano, grazie all’incarico di Segretario Regionale, ebbe modo di allacciare rapporti con Roma e i componenti della Regione. Partecipò dalla sua formazione al Movimento Giustizia e Libertà di cui fece parte addirittura del gruppo di Azione Diretta. Conobbe il carcere ad appena 18 anni e per la sua posizione il fatto venne evidenziato addirittura su “La Voce Repubblicana” che ne prese le difese. Fu costantemente a contatti con gli antifascisti e a Roma si forniva tramite Salvadori e l’Avv. Peppino Bruno di stampa clandestina da distribuire nelle Marche. Durante la Resistenza Lunga, il carcere fu periodicamente sua abituale saltuaria dimora. Dopo l’8 settembre 1943 con il Dott. Piero Pergoli, Goffredo Baldelli e pochi altri contribuì a organizzare la Resistenza armata nelle Marche. Partecipò all’attacco delle casermette di Falconara Marittima onde requisire armi e munizioni per la formazione dei primi raggruppamenti in montagna. Fu uno dei principali promotori del bombardamento e della distruzione del treno tedesco carico di munizioni alla stazione di Jesi. In una delle ultime carcerazioni nel giugno 1944 venne trasferito a Pesaro, dove fu condannato alla fucilazione. La Resistenza non poteva rinunciare al prezioso coordinatore dell’organizzazione e con trattative segrete l’avv. Oddo Marinelli, dirigente del Movimento Marchigiano, convinse il comandante del carcere di sostituire l’ordine di fucilazione con altro di scarcerazione. I perseguitati politici di rilievo subivano innumerevoli perquisizioni per cui nulla si può documentare, ma è restato in casa un documento, perché Jesi era stata liberata il 20 luglio, con cui Guglielmo Brunori, infermiere dell’ospedale di Osimo, lo stesso giorno si sarebbe dovuto recare in missione urgente a Roma per dei prelevamenti; Brunori era meccanico, mai aveva fatto l’infermiere e nulla aveva a che fare con l’ospedale di Osimo. La guerra era finita e l’instancabile comandante partigiano pretese di essere reintegrato come alesatore al Cantiere Navale di Ancona da dove era stato fatto licenziare per ragioni politiche”.

Ci parli un po’ anche della sua vita ed esperienza imprenditoriale.

“Sono Bruno Brunori, figlio del Patriota Guglielmo, nato a Jesi (AN) il 07/03/1932.

Non sono stato un Partigiano, come in troppi cercano di affermare, ma accompagnando mio padre, comandante Partigiano ed organizzatore della Resistenza armata, (un quarantenne con un bimbo sulla canna della bicicletta non dava adito a sospetti ed ero quindi considerato utile quale lasciapassare) in innumerevoli riunioni clandestine ho conosciuto la maggior parte dei “ribelli”, il loro modo di operare e diverse azioni compiute.

Sono in sostanza un mini testimone di diversi fatti avvenuti e delle discussioni, a volte anche accese, di come certe azioni sarebbero potute e dovute avvenire.

Documenti non ce ne sono in quanto, a causa delle continue perquisizioni, tenere documenti o memorie sarebbe stato da emeriti incoscienti.

Un fatto: Baldelli, fiduciario degli Alleati e detentore della radiotrasmittente per i contatti, era stanco e desiderava che altri contribuissero alla sua opera. Fu prescelto Giacinto Minciotti di Chiaravalle e in una riunione gli fu consegnato un foglio con nomi e gruppi da contattare. Forse una soffiata e il Minciotti catturato viene trasferito al carcere di Jesi. I timori e la tensione nell’organizzazione arrivarono alle stelle, ma Brunori, pratico dell’ambiente carcerario jesino, si recò al penitenziario e con scuse varie riuscì ad incontrare Minciotti. Domanda: Giacinto, l’elenco? Risposta: “L’ho mangiato Guglielmo!”. Nell’organizzazione ritornò la tranquillità.

La guerra finì. I contatti continuarono e da quei valorosi combattenti in abiti civili continuai ad abbeverare in strani (strani perché oggi c’è l’avvento dell’egoismo) insegnamenti culturali.

Il dott. Piero Pergoli, fautore instancabile della Resistenza lunga e di quella armata asseriva: Non esisterà mai vera libertà per l’uomo che non possiede una reale indipendenza economica.

Il prof. Max Salvadori: Giustizia, Libertà, Uguaglianza sono parole meravigliose, ma l’uomo deve coniugarle con la parola Tolleranza.

Dal 20 luglio 1944, giorno della liberazione di Jesi, gli anni sono corsi veloci. Dopo una decina di anni conquistai il titolo di Ragioniere, ma di Guglielmo, dei suoi sacrifici, dei rischi cui l’intera famiglia era stata soggetta, ai politici di turno, a coloro che avevano ripreso in mano gli interessi economici, non poteva interessare e per il sottoscritto fortunatamente non rimediarono un posticino con cui avrei potuto aiutare economicamente la famiglia che ne aveva tanto bisogno.

Mi arrangiai. Feci dei libri paga per degli artigiani, mi adattai alla contabilità di piccolissime imprese, venni apprezzato e conquistai fiducia. Amministrai piccole imprese ed infine nel 1963, senza una lira, con altri due costituii una piccola fonderia ancora oggi esistente.

Il bisogno che fa aguzzare l’ingegno mi fu amico, la fatica fu tanta (braccia), poi venne sostituita da lavoro (testa e braccia abbinate), il rischio era qualcosa di naturale, la fortuna che si dice aiuta gli audaci non mi fu matrigna. Da disoccupato, da oltre cinquanta anni, do lavoro, direttamente e no, ad una settantina di famiglie.

Questo in economia, ma non tradii né mio padre, né i suoi amici nei doveri civili. Di religione Mazziniana contribuii ad organizzazioni politiche, fui per circa 18 anni Consigliere comunale, per ricordarli ho scritto degli opuscoli, sono intervenuto in convegni e da 26 anni curo a mie spese, distribuendone gratis a migliaia di persone, un mio giornale dove esprimo dei pensieri e ricordo coloro che per la nostra libertà agirono soltanto per fede ed alto senso del dovere.

A 82 anni che faccio? Lavoro, perché lavorando mi sento vivo e mi sembra quasi di assolvere un dovere religioso”.

Il prof. Massimo Salvadori (1908-1992), durante il periodo bellico ufficiale del SOE (Special Operations Executive) e di collegamento, aveva organizzato, tra l’altro, anche l’azione di un commando di sabotatori, con l’aiuto del futuro senatore Leo Valiani, all’epoca rifugiato in Messico, per distruggere una potente stazione radio tedesca. Quella stazione ricetrasmittente era utilizzata dai tedeschi per dirigere le operazioni dei loro sommergibili U-Boot contro i convogli statunitensi che attraversavano l’oceano Atlantico, carichi di materiali bellici e rifornimenti diretti alle truppe alleate in Europa.

Anche se i loro nomi, a volte, non vengono abbinati, Massimo era fratello di Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, più conosciuta con lo pseudonimo di Joyce Lussu (1912- 1998), apprezzata scrittrice, poetessa, traduttrice e partigiana, medaglia d’argento al valor militare. Joyce Lussu , straordinaria figura femminile, ha tradotto anche alcune opere molto lette del poeta turco Nazim Hikmet. www.joycelussu.info

Eno Santecchia

Settembre 2014

Max Salvadori uomo

 

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