Scrivere di guerra pensare alla pace. Storie e racconti

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Un libro scritto bene

Sinceramente è semplicemente la prima cosa che ho pensato mentre stavo leggendo un paio di mesi fa tutto d’un fiato “Scrivere di guerra pensare alla pace. Storie e racconti” l’ultima fatica letteraria dell’Amico Eno Santecchia di Caldarola (MC), padre di altri otto lavori editoriali dal 2003 ad oggi.

Non posso che fare mie e sottoscrivere appieno le azzeccatissime  parole di Caterina Bernardini che nella sua Premessa a pag. 13 del volume in questione nota: “Scrivere di resistenza non è compito facile, eppure Eno Santecchia lo fa, come suo solito, con una semplicità disarmante e altamente efficace.”.

In effetti leggendo il Santecchia si imparano centinaia di informazioni spicciole di quei luttuosi e tragici fatti e soprattutto di quei luoghi spesso fuori mano (di fatto quasi tutto l’entroterra del maceratese), elencate con certosina acribia che pare davvero di esserci stati o di avervi partecipato effettivamente a quegli eventi!

Eno – con consumato mestiere e sapiente maestria – narra vicende dolorose (e poco note) di un nostro recente passato locale che ancora oggi, a circa 70 anni di distanza, presenta ombre e reticenze dure a morire che rallentano il raggiungimento della Verità…

Su corretta ammissione dell’Autore all’inizio si specifica che si è attinto abbondantemente e specificatamente alle fonti orali, sentendo direttamente i racconti dei testimoni sopravvissuti e che l’apparato scientifico di note deliberatamente non sarà ossessivo e soffocante, per rendere il discorso piano e leggibile da un pubblico più vasto di interessati alla Storia.

Questo non significa affatto imprecisioni o superficialità nell’analisi e nella sintesi finale ma anzi ne viene fuori un bel testo, semplice, scorrevole e convincente e quindi avvincente; dettagli preziosi e non marginali, significative notizie inedite, dettagliate tabelle finali desunte da spogli archivistici minuziosi sugli internati stranieri, significativo apparato di fotografie a colori, bibliografia tematica adeguata (anche se non esaustiva) sono tutti componenti che rendono la pubblicazione fresca ed accattivante.

La grafica della prima e quarta di copertina risulta un chiaro omaggio dell’Autore al gentil sesso, spesso dimenticato (come i bambini) ma egualmente protagonisti loro malgrado delle storie di guerra di tutti i tempi: nella prima un colorato disegno contemporaneo di giovane partigiana e nella ultima una recente fotografia elegante e più sbarazzina.

Da segnalare – con commozione – la triste vicenda di Lorenzo Rastelli, di Sant’Angelo in Pontano (MC), assassinato il 26 Ottobre 1940 a soli 16 anni: morì repentinamente per le brutali percosse ricevute dal suo bestiale Istruttore che lo volle così “punire” per un leggero ritardo nel partecipare alla consueta adunata per le esercitazioni del Sabato…!
Alvise Manni
Dicembre 2014

La Resistenza e oltre 

Finalmente non un altro libro sulla Resistenza, ma oltre quella pur significativa quanto memorabile vicenda. Appena duecento pagine, con il pregio non comune della leggerezza e una scrittura accattivante che invoglia a leggerle tutto d’un fiato.

Non è facile riassumere qualità (molte) e limiti (pochi e giustificabili) di questo libretto presentato in un’edizione gradevole al lettore, volutamente destinato a tutti. Partiamo dunque dalle dichiarazioni d’intenti dello stesso Autore.

Sono concentrate in tre elementi: Titolo, Introduzione, Pagina d’intenti. Eno Santecchia si dichiara, come ha sempre dimostrato di essere, “appassionato di cose storiche”. Questo gli garantisce uno stile affabulatorio efficace, diretto, trasparente. La trasparenza deriva proprio da ciò che chi scrive indica come fine: “un’onesta ricerca della verità, in totale buona fede e sincerità di cuore”.

Non dimenticando tuttavia di precisare che: “la verità assoluta è impossibile da raggiungere”. Quello che può apparire come un concetto scontato, qui si traduce in un metodo, un criterio comunicativo. Per questo, la filigrana dell’intero scritto rimane costante e coerente per una sorta di vocazione, un patto che lega il narratore al lettore-ascoltatore dalla prima all’ultima pagina.

In secondo luogo, va ricordata la materia del libro, che non è solo la Resistenza ma ben più e oltre. Il titolo, non casualmente, vi allude con un sottotitolo che lo esplicita. La Storia è fatta irrevocabilmente di infinite storie-cellule, respira e vive di esse, né può prescindere dagli umani, anzi. Si spiega attraverso loro e non viceversa.

Se ci soffermiamo sulla Resistenza e gli eventi che ne rappresentano il contesto storico (fascismo, guerra, antifascismo, guerra civile e quant’altro), ci troviamo di fronte a un fenomeno di enorme complessità. Vi si sono intrecciati filoni ideologici, politici, culturali, patriottici eterogenei, militari, ancor oggi non sempre di facile lettura. Ma, altrettanto incessantemente, con gli ideali e i sacrifici, si sono moltiplicati episodi di feroce contrapposizione, odi non ancora del tutto sopiti, risentimenti che non passano.

Anche in questo caso – come è spesso accaduto in molti sedicenti libri di storia relativi a quel periodo – la tentazione è stata quella di privilegiare la categoria della violenza, della contesa, della disumanità. Uno degli effetti è stato contrapporre specularmente altre storie di ferocia, fino ad azzerare i conti, a omologare tutto all’insegna del “ma anche loro …”. Santecchia ha voluto sottrarsi a questo gioco sul massacro, e non soltanto per alleggerire testimonianze già di per sé cupe, tragicamente indelebili.

In questo, forse inconsapevolmente ma senza equivoci, ha seguito la lezione di Italo Calvino che Claudio Pavone ha teorizzato nel suo ormai classico e mai abbastanza raccomandato a certi “storici di parrocchia”, “Una guerra civile”, sottotitolato “Saggio storico sulla moralità della Resistenza”. Ripartiamo dunque da Calvino.

Nel suo romanzo, oggi un po’ trascurato, “Il sentiero dei nidi di ragno”, c’è una pagina in proposito, che andrebbe letta e meditata. È un dialogo fra due partigiani, il commissario Kim e il comandante Ferriera. La ferocia della e nella Resistenza, con tutto ciò che l’ha preparata, accompagnata e superata, spiega lucidamente Kim, trova un senso, una distinzione tra le parti, ben oltre il suo desolante presente, solo se si hanno di mira gli obiettivi finali. Sono gli stessi che caratterizzano ogni guerra, rivoluzione, passaggio violento, non di rado disumanizzante, della Storia umana.

Tenere d’occhio gli obiettivi della Resistenza (come fecero i veri resistenti e non i vincitori dell’ultimo giorno, sempre pronti a salire su ogni carro o poltrona a fine partita), forse non assolve, ma certo aiuta a non esaurire ogni gesto nella sua singola ingiustificabilità. Al di là delle faziosità, partigianerie, pretestuosità o ambiguità, restano di quell’esperienza le finalità diverse come altrettanti impegni da onorare: giustizia, libertà, pace, uguaglianza. Questa che potrebbe sembrare una digressione fin troppo ampia, è in molti la decodificazione a nostro avviso più aderente che si può fare del lavoro di Eno Santecchia.

Solo così “tout se tient” nei suoi capitoli, nelle voci dei testimoni, nelle notizie che corredano in nota i racconti, dimostrando oltretutto una cura nel completarli per quanto possibile, supportarli con riferimenti oggettivi, verificabili.

Tutto questo e molto altro, finisce per fornire attenuanti anche a difetti connessi alle ambiguità, ai confini non chiari tra racconto orale, che si misura nello spazio-tempo instabile del ricordo, con i suoi rischi di imprecisione, soggettività, portata emotiva, rispetto all’indagine documentaria, le prove, i riscontri di fonti, dati, informazioni. Ma, e ciò va a suo merito, Santecchia non elude il problema, né vanta fini di obiettività, che non è certo semplice equiparazione di fonti a livelli qualitativamente diversi. Né sbandiera pretese di “scientificità” pur impegnandosi, ove possibile, a raccogliere informazioni utili al racconto.

In definitiva, un’opera lodevole per scorrevolezza, agilità nel costrutto, padronanza degli spazi favorita dalla sua appartenenza geografica, dalla familiarità con le proprie radici, luoghi, persone, e mai personaggi, storie che fanno parte comunque della sua e di ciascuno di noi. Eno Santecchia, come in ogni cosa che scrive, racconta di sé, ci mette faccia e passione genuina, ponendo in gioco innanzitutto se stesso e il suo mondo, condividendolo con il lettore.

In un libro che si occupa di quegli anni e non solo, una dote rara da non sprecare. Si chiama umiltà e non passa mai di moda. Per storici e no. Proprio come i valori della Resistenza, per i quali i suoi protagonisti più autentici scelsero di impegnarsi, spesso sacrificandosi fino in fondo.

Enzo Calcaterra

4 maggio 2014

 

Ho partecipato alla presentazione del libro di Eno Santecchia il primo febbraio nella splendida cornice del teatro di Caldarola e già durante l’intervento dell’On. Adriano Ciaffi mi sono commossa mentre il relatore, facendoci conoscere il libro di Eno, parlava della Resistenza condotta nel medio e alto maceratese focalizzando il discorso sulle località intorno a Tolentino, mia città d’origine, e Caldarola. Mi sono commossa perché, all’improvviso, sono stata inondata dalla voce di mio padre, sempre bassa e profonda nel racconto della sua fuga da Venezia dopo l’8 settembre: voleva raggiungere le Marche, quindi Tolentino e la famiglia della sua fidanzata. Dopo un viaggio avventuroso in cui fu aiutato da persone semplici che rischiavano la vita nel farlo, mio padre dovette nascondersi più volte − sempre a Tolentino − e fu aiutato così bene da sfuggire al rastrellamento finito con l’eccidio di Montalto riportato nel libro di Eno.

Facendomi rivivere momenti di vita di mio padre, “Scrivere di guerra pensare alla pace” mi è entrato nell’animo prima ancora di leggerlo, e sempre di più durante la lettura.

L’autore, umilmente, afferma di aver solo raccolto racconti di cui ha vagliato la veridicità ma non dice che lo ha fatto con l’habitus dello storico consultando carte, documenti ufficiali, scritti famigliari, atti di processi – come risulta dalle numerose note presenti in ogni fondo pagina del libro – e ha raccontato in presa diretta “attraverso questo western di cose nostre”, per usare un titolo di Sciascia, come la guerra non solo ammazzi, ma sia in grado di stravolgere la vita delle persone e dei luoghi.

La sua è una raccolta avvincente di racconti storico-politici che trae spunto dalla Resistenza nel medio e alto maceratese, un montaggio serrato di situazioni: i protagonisti (partigiani, repubblichini, nazisti) e i comprimari (artigiani, contadini, donne del popolo) che hanno vissuto quegli eventi tornano alla vita componendo il quadro di una vivida commedia umana in un crescendo di fughe, di tradimenti, di equivoci.

Eno racconta la Resistenza portata avanti nei suoi luoghi come una sorta di guerra di corsa fra le colline. Il resoconto di quei mesi passati nelle attese estenuanti è opera realistica, la sua voce di autore è appassionata e si libera in queste pagine di ogni retorica per chiedere, con sobria onestà, che la guerra sia perdonata.

Clara Schiavoni

Commento

Degli scritti di Eno Santecchia si apprezzano diversi aspetti: scrupolo per la ricerca della verità, assenza di preconcetti, amore per il territorio e la sua gente, sobrietà e chiarezza di stile con qualche tocco di eleganza, coinvolgimento del lettore attraverso una narrazione mai noiosa e arricchita spesso da gradevoli variazioni sul tema trattato. Nella sua “Pagina di intenti” l’autore si presenta e tra l’altro dichiara: “L’intenzione di questo scritto, frammentario e con qualche voluta divagazione, è un’onesta ricerca della verità, in totale buona fede e sincerità di cuore: se il lettore vi troverà qualcosa d’interessante, ne sarò gratificato”. I concetti qui espressi sono condivisibili e trovano piena corrispondenza in ciò che offrono le pagine, vivaci e precise, racchiuse con sapienza in capitoletti più o meno lunghi ma accattivanti e mai ripetitivi, sostanziati da interviste a studiosi affermati e sostenuti da testimonianze e note di colore. È un volumetto di spessore e curato nel dettaglio, dal titolo alla copertina, alle schede finali, alla bibliografia: chi lo leggerà ne proverà attrazione e lo gradirà, gratificando giustamente l’autore per un lavoro di per sé faticoso ma da lui reso lieve e piacevolmente utile.

Rossano Cicconi

E’ un libro ricco di umanità …

Adelino Montanari

… la gente ha bisogno di sentire che la propria esperienza, la propria vita ha un valore.

Paola Calafati Claudi

Argomento burbero trattato con dolcezza, scorrevole e piacevole.

Valeria Berti

 

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