La nascita del Siluro a Lenta Corsa

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Gianluca Raponi, di Tolentino, è un bibliofilo e appassionato collezionista di libri biografici di personaggi che hanno fatto la storia e si sono distinti nella seconda guerra mondiale. Stavolta mi parla di “Tesei e i cavalieri subacquei”, un volume introvabile che narra la nascita, gli sviluppi dei Siluri a Lenta Corsa (Maiali) e le gesta dell’ideatore. Un libro tanto avvincente, da non permettere l’interruzione della lettura.

Il progetto nacque nel 1935 al tempo della guerra d’Etiopia, quando i due marinai italiani Teseo Tesei e Elios Toschi davano inizio alla guerra subacquea creando i maiali, allo scopo di distruggere le navi nemiche ormeggiate nei loro porti.

Quei marinai riuscirono ad affondare due corazzate inglesi e numerose altre navi di minore importanza e a Malta il 26 luglio 1941 scrissero la loro più epica azione con l’olocausto premeditato del Tesei e quello cercato di Vittorio Moccagatta e altri.

Siccome il maiale aveva pochissima autonomia e quindi doveva essere portato da un sommergibile e lasciato a breve distanza dell’obiettivo da colpire. Tutto iniziò con il “finto sabotaggio” al golfo di La Spezia, in realtà una prova per uscire dal sommergibile Giovanni Bausan (della classe Pisani) in immersione attraverso il tubo lanciasiluri a camera stagna, per andare a pilotare il SLC. Quella finta azione fu rigorosamente nascosta agli occhi indiscreti e svolta nella più rigida segretezza: pochissimi seppero.

Le mute dei palombari facevano passare acqua da tutte le parti ed erano particolarmente rigide da consentire una mobilità limitata, i loro respiratori portabili Davis ad ossigeno spesso non funzionavano e la loro maschera aveva una visione limitata: il vetro si appannava. Immaginate il confort del palombaro dell’epoca!

Il maiale nasce dal perfezionamento di una serie di progetti realizzati con materiali e risorse limitatissimi, presi soprattutto da altri mezzi in avaria o in disuso: la Regia Super Marina non finanziava il progetto ritenendolo di scarsa importanza.

Una volta ultimato con notevoli peripezie, questo siluro sperimentale si cercò di imporgli un nome: torpedine semovente, siluro umano, siluro a lunga corsa? Alla fine fu chiamato con un nome tecnico e altisonante: siluro a lenta corsa (SLC).

Questo mezzo navale aveva una forma tra un sommergibile e un piccolo aereo sottomarino, dove l’equipaggio era posto all’esterno, risentendo cosi della pressione, della temperatura e del flusso dell’acqua con conseguenti disagi, fatiche e rischi. Tuttavia erano liberi di vedere e sentire direttamente, senza doversi servire di apparecchi spesso imperfetti e non sempre funzionali. Quella torpedine si guidava con una cloche che comandava il timone e gli alettoni direzionali, un po’ come un aereo, aveva una carlinga in miniatura che proteggeva l’equipaggio dal flusso dell’acqua ed aveva un quadro comandi con bussola e gli strumenti fosforescenti di navigazione, obbligatoriamente notturna. La prua, dove risiedeva la camera esplosiva, era smontabile.

L’avvicinamento all’obiettivo avveniva in navigazione semisommersa a quota occhiali con solo metà testa fuori acqua; arrivati alle ostruzioni fisse metalliche dei porti nemici i marinai s’immergevano sul fondo sollevavano la rete e passavano sotto. Una volta dentro il porto riaffioravano e, rilevato l’obiettivo, si reimmergevano di nuovo e fissavano con delle catene la testata esplosiva sulle alette di galleggiamento o sulla carena della nave.

Eseguivano l’operazione di spolettatura che determinava l’esplosione nell’intervallo di tempo stabilito, poi ritornavano indietro ma con la certezza di non tornare più al sommergibile sia per l’autonomia, che per la difficoltà a ritrovarlo nella notte. Alla fine non restava che affondare quello che restava del siluro innescando la carica autodistruttiva e cercare di sfuggire alla cattura del nemico.

Oggi può sembrare retorica, ma negli anni Trenta-Quaranta del Novecento andare sottacqua e viverci per ore, trasferirsi in punti lontani senza collegamenti con la superficie, respirare ossigeno a pressioni doppie o triple di quelle normali, resistere al freddo e all’insidia dell’anidride carbonica erano avventure sicuramente sconosciute.

Il nome maiale nacque da un banale avvenimento accaduto alla foce del fiume Serchio, mentre Tesei cercava di rientrare dal mare e la bassa marea fece arenare il siluro sul bassofondo del fiume. Dopo numerosi sforzi riuscirono a disincagliarlo e ormeggiarlo nelle acque calme di un laghetto formato dal fiume prima di sfociare in mare. Il siluro era lì che fluttuava placido facendo uno strano rumore simile al grugnito di un maiale sul muso per la risacca che lo investiva e Tesei, con il suo fiorito toscano, senza pensarci su disse al palombaro porgendogli la cima di rimorchio: “Prendi ormeggia tu il maiale”. Da quel momento l’SLC, costato quattro anni di fatiche, fu ufficialmente declassato al rango di suino! Nessuno gli toglierà più quel nome.

L’operazione migliore fu quella del 25 marzo 1941 dove sei “cavalieri del mare”, così chiamati, entrati nella baia di Suda (Creta) riuscirono ad affondare l’incrociatore pesante inglese York e la nave cisterna norvegese Pericles.

Il migliore elogio, stranamente, venne per mano del nemico quando l’ammiraglio Cunningham, comandante in capo della flotta inglese nel Mediterraneo, parlando dei marinai italiani scriverà: “Certamente essi avevano gli uomini per realizzare le imprese più ardite”.

Teseo Tesei morì nella baia di Malta nel tentativo di forzare il blocco navale. Elios Toschi, fatto prigioniero, evase tre volte dall’Himalaya, dov’era stato portato e dove più tardi scrisse “In fuga oltre l’Himalaya” e “Tesei e i cavalieri subacquei”.

Eno Santecchia

Dicembre 2013

Bibliografia:

– Toschi Elios, Tesei e i cavalieri subacquei, Roma, Giovanni Volpe Editore, 1967.

– Toschi Elios, In fuga oltre l’Himalaya, Roma, Tipografia Editrice Romana, 1968.

copertina tesei (851x1280)

 

 

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