Caldarolese a Roma

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Romano d’adozione, nato a Caldarola (MC), Emidio Gratani, autore di tre volumi, di commedie e poesie, attore, doppiatore e collaboratore di sceneggiature, ci racconta.

Cosa ricorda con nostalgia della sua cittadina natale?

“Sono nato, cresciuto e vissuto nel mio paese fino a vent’anni e i miei ricordi, ovviamente, sono i più belli e intensi possibili perché abbracciano infanzia, adolescenza e gioventù … per me, come per tutti (parafrasando il titolo d’una canzone) quelli sono stati “… i migliori anni della nostra vita!” (Renato Zero). Le reminiscenze sono perciò tantissime e non basterebbe un corposo libro per elencarle tutte. Anzi, a ben pensarci, prima o poi vorrei scriverci qualcosa e giuro, se non un best-seller, sarebbe senz’altro qualcosa d’interessante e fantasioso. Pu ammettendo che qualcuno mi obbligasse, sotto tortura, a scegliere il migliore di questi ricordi, credo che dovrei pensarci tanto di quel tempo che, alla fine, morirei nei ‘tormenti’ prima di optare al più importante ed appagante. Buttandone uno a caso per ognuno di quei periodi suddetti, che abbia a che fare con la nostalgia di dire: Infanzia – il dopoguerra quando, durante la campagna elettorale per il referendum monarchia- repubblica (sette anni), scimmiottando gli oratori del momento, salivo sui muretti e arringavo la folla (dei miei coetanei e i grandi per la curiosità) a sostegno della Repubblica. Adolescenza – Quando, studente a Tolentino, io e gran parte dei miei amici andavamo a scuola in bicicletta formando una pattuglia in fuga di un ipotetico giro d’Italia colorando la strada e i paesi attraversati dispensando allegria. Gioventù: il primo amore … e non aggiungo altro!”.

Come mai si trasferì a Roma?

“Dopo l’Istituto Professionale “Filippo Corridoni”, presa la qualifica di “aggiustatore meccanico” e ormai diciottenne, andai a lavorare alle Grazie di Tolentino, con la Società Lanari S.p.a. (una grande società che operava in tutto il mondo), la quale stava realizzando l’opera del lago artificiale, la diga e la relativa centrale Elettrica sul fiume Chienti. Una esperienza incredibile dato che, appena uscito da scuola e al primo vero lavoro, mi assegnarono ai “turni 24 ore su 24” con orari dalle 06-14/14-22 e 22-06 (ogni 15 gg. ruotava il cambio). Durante il turno notturno ero completamente solo nella notte buia, in tutte le situazioni meteo-stagionali possibili, nel gestire l’Officina del Campo mentre i minatori lavoravano allo scavo della galleria lunga 3-4 Km (futuro canale di alimentazione della centrale elettrica di Tolentino-ponte del Diavolo). In quelle notti succedeva di tutto. A volte gli amici mi venivano a trovare facendomi scherzi e cercando d’impaurirmi, altre volte cominciavo a pensare di scrivere qualcosa per passare il tempo, che era già la mia passione. Una notte mi gettarono tra le braccia un minatore, rimasto schiacciato tra i carrelli adibiti al trasporto dei materiali di scavo da versare nell’apposita discarica. Eravamo io, il guidatore del trenino a batteria, e l’operaio ferito; tutti gli altri erano al lavoro a 2 km dentro la galleria. Senza battere ciglio il pilota del mezzo m’intimò di salire sulla Jeep e guidarli all’ospedale di Tolentino (4 Km) mentre lui sosteneva e incoraggiava il ferito. Non avevo mai guidato su strada ma solo all’interno del cantiere e non avevo la patente … fu una esperienza di vita indimenticabile e, per fortuna … ce la cavammo tutti e tre. Quando la monumentale opera venne completata, (dopo un anno e mezzo) la società e il capo cantiere (un burbero veneto che mi voleva bene e mi chiamava “bocia” (ragazzo nel suo dialetto) e con sempre nel taschino la tradizionale bottiglietta di Grappa), mi offrirono di andare con loro in Africa dove avrebbero dovuto costruire il nuovo aeroporto di Algeri. In quella circostanza fu il primo amore (ero già fidanzatino) a frenarmi e optai per Roma dove avevo già due sorelle sposate e, soprattutto, perché volevo riprendere gli studi. A volte mi sono chiesto chissà quale altra vita sarebbe stata la mia andando in Algeria… mentre avevo intanto lasciato la ragazza perché, altra canzone, “…la lontananza sai è come il vento… (Modugno)”.

Come si è trovato nella città eterna?

“A Roma sono andato a lavorare in uno stabilimento metalmeccanico facendo il mio vero lavoro (e cioè meccanica fine). Intanto mi guardavo intorno ma anche a Roma, in quei tempi, c’erano poche scelte per poter studiare e lavorare insieme. Il destino, che quando ci si mette non scherza, mi riportò ancora lontano dai miei studi preferiti che erano quelli del classico. Mio fratello, vent’anni più grande di me, era il mio mentore e controllore dato che papà e mamma, avendo un’attività commerciale che li impegnava spesso anche nei giorni festivi, mi avevano di fatto affidato a lui che era un grande fautore della tecnologia; diceva sempre: “Ricordati che il futuro è della scienza!”. Certamente non aveva torto ma il fatto era che io non c’ero tagliato e, anche per puro menefreghismo giovanile, l’ho lasciato comunque fare dato che avevo altro a cui pensare. Fatto sta che, nella capitale, c’era il più prestigioso Istituto Tecnico Industriale di Roma e d’Italia per l’Elettronica e le Telecomunicazioni, unico che facesse corsi pomeridiani (dato lo sviluppo in essere di quella scienza e il relativo affollamento) e così, mio malgrado, ci … ricascai! Dopo un esame per accedere allo stimato Istituto e usufruendo degli studi già acquisiti, (entrai al terzo anno su cinque) mi diplomai come Perito Elettronico … pur con buoni voti ma con molto poco entusiasmo. Capii che l’elettronica non faceva per me, ma decisi di prendere comunque il diploma che: “…è sempre un pezzo di carta” dicevano alcuni miei compagni di corso “… e poi si vedrà!”. Avevo già 24 anni quando, finalmente, si sgretolò il concetto che “con il Liceo classico si poteva accedere solo alle lauree Umanistiche e con lo scientifico a quelle Tecniche”. Ci fu insomma una nuova legge per la quale, con ogni diploma, si poteva accedere a qualsiasi facoltà. Senza perdere altro tempo io e altri due pazzi amici ci pagammo della lezioni private per avere qualche nozione in più su storia dell’arte, filosofia e materie classiche in genere. Era il fatidico ’68 quando entrammo alla Sapienza con l’iscrizione a Lettere Moderne indirizzo Etnologia-Antropologia Culturale … ma il ’68 tutti sanno che cosa è stato. Tra scioperi, guerriglie coi poliziotti, sassaiole dietro trincee di sampietrini divelti… e qualche scappatella giovanile, sono riuscito a dare solo due esami (Etnologia uno e Storia delle religioni) e prepararne un terzo… Intanto mia madre s’era ammalata ed io, unico figlio dei quattro ancora non sposato, dovevo collaborare alla famiglia. Nonostante tutto e finalmente … è arrivò un pizzico di ‘fortuna. All’Università abbiamo conosciuto un regista televisivo (Sergio Tau) già affermato (alla Rai era all’epoca un mostro sacro) che veniva ad approfondire alcuni temi all’Università ed era amico di uno di quelli che avevamo rigettato la scienza e la tecnica… ovviamente diventammo amici anche io e l’altro. Molto spesso ci chiamava per fare comparse nei suoi film, programmi televisivi o documentari. Abitava in un attico-soffitta ai Coronari (di fronte Castel Sant’Angelo) con una terrazza che s’affacciava sul Tevere e vi nidificavano i gabbiani. Spesso lo andavamo a trovare perché aveva fatto, della sua casa, uno studio di talenti di vario genere (uomini e donne) che ospitava con affetto e sincerità. Si scrivevano sceneggiature, testi teatrali, recensioni e critiche letterarie (pubblicate su giornali). A volte, dopo avere assistito a qualche spettacolo, si facevano commenti per strada andando ad accompagnare uno di noi verso la sua casa più vicina … poi quello appena arrivato avanti la porta, voleva proseguire nella chiacchierata e così suggeriva di andare tutti insieme ad accompagnare un altro … finché, discutendo, arrivava l’alba e rientravamo tutti a casa con un taxi … Quella era una specie di Università dove, davanti al camino e a un buon fiasco di vino, si recitavano poesie, copioni, qualcuno dipingeva e si era felici lassù, sui tetti di Roma. In quel tempo ho fatto l’attore, il doppiatore, scritto commedie, poesie e collaborato a varie sceneggiature”.

Quando e come è giunta la “necessità” di scrivere?

“Non ci crederai ma è un altro aneddoto d’ascoltare. Alle Elementari avevo una maestra anziana, severa e … (tra l’altro era stata anche insegnante di mio fratello). Si chiamava De Gregorio ma tutti la chiamavano maestra Cecia. Io, dicono, ero molto vispo e all’epoca la capoclasse era tale Maria Sancricca (moglie di Vittore) la quale, quando la maestra-direttrice usciva, aveva l’ordine di segnare i nomi dei cattivi sulla lavagna. Puntualmente il mio nome c’era sempre e si diceva che la coglionassi chiamandola Cecetta. Io non me lo ricordo questo fatto ma, alla fine dell’anno (la 5ª) mi rimandò a Settembre (pensa tu!) per la condotta. Mio fratello (sempre lui) per non dargliela vinta, tutelare la mia reputazione e non mortificare il mio orgoglio, mi fece disertare gli esami di riparazione. Ripetei l’anno, ma stavolta trovai una maestra bella, giovane e intelligente. Dopo un tema fatto in classe, andò nel negozio dei miei genitori e, per la commozione, disse loro che avevo fatto un tema su la mia famiglia che l’aveva fatta piangere per la commozione e glielo lesse. Pensa la gioia di mio padre! Chissà perché ho sempre pensato fosse stato quello il primo segnale che mi ha mosso verso la scrittura creativa. Infatti, negli anni successivi, ogni novembre c’era all’epoca la famosa Festa degli alberi nella quale, oltre a piantare alberelli in miniatura e curarli nel corso dell’anno, dovevamo fare un tema in classe sull’argomento poi, selezionati i migliori, li mandavano al Ministero della Pubblica Istruzione a Roma. Inoltre a Roma, il mio prof. d’Italiano (lo stesso che ci fece le lezioni private) leggeva i miei temi in classe per sollecitare gli altri studenti a fare altrettanto bene. Lo faceva in mia assenza (quando cioè arrivavo in ritardo a scuola). Comunque credo che l’inizio vero fu quello della commossa maestrina Menà delle elementari di Caldarola e quella frase (pur usurata) che diceva “…la mia mamma è la più bella del mondo!”.

Descriva brevemente cosa racconta ciascuno dei suoi libri?

“Sono un appassionato del racconto. Come tu saprai c’è una differenza notevole tra il racconto e il romanzo; perfino le due categorie di scrittori sono ben separate, delineate se non addirittura … concorrenziali. Certo è diversa la tecnica; il racconto è breve e in genere con il botto finale (ossia una conclusione che spesso è impensata se non shoccante … il romanzo, invece è lungo, nella maggior parte gira intorno agli argomenti fino a farlo diventare noioso con descrizioni non necessarie e la conclusione, salvo per i noir-gialli, il finale è quasi sempre prevedibile e scontato. Comunque molti autori scrivono sia l’uno e l’altro mantenendo però, in genere, lo stesso stile. Io scrivo racconti di vario genere con una particolare preferenza per storie surreali o, come ormai dicono tutti, quasi Kafkiani, ma sempre e solo intrisi d’una certa godibile e sottile ironia: il vero sale della vita! Poi, tengo a precisarlo, spesso nei miei racconti ricorrono quasi sempre i ricordi e la nostalgia della mia terra, omaggi a persone e luoghi conosciuti e reali (vedi “Sette sorsi d’acqua fredda…e forse più”), mentre gli accadimenti non lo sono o lo sono solamente in parte, se non del tutto frutto della fantasia; come direbbe Steinbeck, “una cosa non deve essere necessariamente accaduta per essere vera!”. In altre parole una realtà è vera anche se solo potenzialmente potrebbe esserlo: cioè sempre! Per quanto mi riguarda ho scritto anche un bel libro per ragazzi … una delicata favola dedicata ai “ragazzi dagli otto a ottant’anni” e ho un romanzo in corso d’opera da molto tempo insieme a un tiretto pieno di racconti iniziati e da finire: sono, più che disordinato, apatico e indolente con il vizio di lasciarli sedimentare per anni nei cassetti fino a farli marcire … marcire in senso da buttarli come m’è già successo una volta allorquando, la trama d’un racconto brillante che stavo scrivendo, l’ho ritrovato, più o meno identico al mio, vent’anni dopo… ma scritto nientemeno che da un americano. Succede”.

Quali riconoscimenti e gratificazioni ha ricevuto?

“Premetto che sono stato sempre incostante. Ci sono stati periodi che non ho mai scritto per anni e poi, all’improvviso, la febbre ritornava e ricominciavo … come una vera ricaduta d’una malattia, insomma. Vorrei però fare un’altra precisazione a proposito di quella “Soffitta dei Coronari” e di quel periodo … Quando il gruppo si sciolse molti di quei giovanotti sono diventati noti. Il fiore all’occhiello è stato Daniele Del Giudice che ha fatto incetta, in pochi anni, del premio Viareggio e il premio Bagutta. Un altro, Lorenzo Federici (fisico), è diventato braccio destro del noto Prof. Zichichi, e ancora Pasquale C. Satalia, regista televisivo … io invece, ho avuto il mio primo riconoscimento in un concorso letterario indetto dal quotidiano Avvenire dal titolo “Inventa la fine del mondo”. Sabato 12 agosto di non ricordo quale anno, il racconto “Apocalisse Roller-Ball” ha riempito due pagine intere nella rubrica culturale “Agorà” del noto quotidiano e poi, successivamente, edito anche dalla SEI (Società Editrice Internazionale) in una antologia con gli altri autori prescelti. Dopo di che: – Finalista al premio Internazionale Borgo degli Artisti con il racconto “Il cane del Diavolo” – “Tutto tranne un sorriso” (Blu di Prussia Editore) ha vinto il Premio Internazionale “Settembre a Milano” – “Vicolo Brook” vince il Premio Ente dello Spettacolo – Co.ra.l.lo – Rai per la migliore Fiction radiofonica (Trasmessa in Rai e i nei circoli regionali del Consorzio Radio Libere Locali) – Finalista, a Bologna, al Premio Erotica ’93 (presidente Moana Pozzi e vicepresidente Gene Gnocchi) con il racconto “Penso a una mattina qualunque” e la poesia “Ora follemente” (il racconto è ora anche sul libro “Sette sorsi d’acqua fredda e…forse più!”)- Nel ‘97 ho scritto la commedia brillante “Lo sceicco di Baywang” (dietro richiesta di certi amici di Caldarola ma poi rifiutata con la scusa che non era dialettale). In realtà ci voleva coraggio per le tematiche che trattava in un periodo molto scottanti nel mondo (una ragazza italiana che voleva sposarsi con un islamico). Il mio amico regista l’ha affidata ad una compagnia sarda la quale, pur giudicandola ottima, volevano un poco trasformarla (perdurava la paura) … Niente da fare! E così è ancora in cerca d’un vero capocomico con le … palle! Dato che si parlava anche di Saddam Hussein (morto) e Bossi con Pannella (moribondi) credo che dovrei cambiare qualche nome se dovessi riprenderla in mano. Per il momento basta cosi e il resto … nei prossimi vent’anni!”.

Quali progetti ha in cantiere?

“Progetti? Intanto completare al più presto qualcuna delle storie di cui ho parlato (ossia quelle nel cassetto) per farne un altro libro di racconti (tanto per cambiare); poi finire quel romanzo rimasto a metà e, per il 2016 (se vivo), fare un dovuto omaggio alla memoria di Don Francesco Vitali (parroco di S. Gregorio ed educatore nell’Oratorio Cristo Re di Caldarola nonché missionario) nel 10° anniversario della sua morte. Infine avrei un altro progetto (segreto), sul quale ho incominciato a pensarci fin da quando, appena diciottenne, m’infreddolivo nelle notti gelide sulla diga delle Grazie in costruzione … con gli amici che mi facevano il verso della civetta o del lupo mannaro … tirando pietre sulle rumorose lamiere dei silos del cantiere (sic).”

Riepilogando Emidio Gratani ha pubblicato i seguenti volumi: “Tutto tranne un sorriso” nel 1996, “Come pioggia dal paradiso” nel 1998 e “Sette sorsi d’acqua fredda … e forse più!” nel 2013 e altri racconti con i quali ha ottenuto vari premi e riconoscimenti.

È uscita la seconda edizione del suo libro “Come pioggia dal paradiso”, una favola senza tempo. La prima edizione era stata donata ai Provveditorati agli Studi di Perugia e Macerata, zone colpite dal sisma del settembre 1997.

Eno Santecchia

Novembre 2013

Come pioggiaSette sorsi acqua

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