Antiche piante da frutto

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Chi risponde alle nostre domande è il prof. Antonio Di Sotto di Aquino (FR) un appassionato naturalista e di agricoltura il quale, da quando aveva dodici anni, si diletta a innestare alberi da frutto e a riprodurre le viti anche per talea.

Com’è nata la sua passione per le antiche piante da frutto?

“La passione l’avevo sin da piccolo, mio padre aveva ereditato un appezzamento di terreno di circa un ettaro con piante da frutto e viti autoctone a Castrocielo (FR)”.

Ci parli delle sue prove e ricerche.

“Ho cercato di incrementare queste varietà innestando su piante selvatiche che si trovavano nel mio terreno di Castrocielo”.

Com’è giunto alle attuali conclusioni?

“Per me è una “malattia” venire sempre in possesso di varietà autoctone che vanno scomparendo, nella speranza di trovare qualcuno interessato come me e disposto a continuare questa mia passione nella conservazione di queste antiche varietà”.

Quali pregi e peculiarità avevano le cultivar da lei esaminate?

“I pregi sono quelli comuni alla frutta in genere, in più il piacere di continuare a gustare questi frutti che hanno nutrito i nostri avi, hanno un sapore più spiccato e più naturale rispetto alle varietà in commercio, che forse sono colte fuori tempo. Conservare una buona frutta tipica del nostro ambiente rurale, delle nostre terre ci distingue dalle multinazionali che di certo non coltivano varietà dalla produttività relativa”.

Ci parli di ciascuna varietà degli alberi da lei riscoperti che vorrebbe salvare dall’oblio.

“Pere: San Francesco, a uncino, di Zio Vincenzo a pasta bianca molto saporita, Campanella con il peduncolo lungo a pasta bianca che si conserva bene anche d’inverno, Pallane, tonde e schiacciate, Cocomero dolci e profumate, Gaetano schiacciate a pasta gialla, Sementine perché maturavano nel periodo della semina del grano (ottobre) a pasta scura (marrone), dei Saudoni a pasta bianca morbida come la banana, matura molto tardi (ottobre).

Viti – uva bianca: Capolungo, a tralcio lungo produce un vino ad alta gradazione molto profumato, Mostosa, ricca di mosto, Giuseppe, bianca molto aromatica da vino.

Viti – uve rosse/nere: Farinello, di ottima gradazione alcolica, superiore al vino Aglianico, Cicinese, con acini grandi si usava molto per fare l’uva passa, ottima anche per il vino, Zingarella, molto profumata, Bianca e Nera, perché gli acini rimangono rossastri e verdi anche quando è matura, si presta molto alla conservazione invernale appendendo i grappoli nel sottotetto”.

Ci parli anche del pomodoro Fiaschetto.

“Ho selezionato una varietà avuta per caso e ho scoperto trattarsi di un ibrido che nascondeva una qualità autoctona delle zone di Esperia e Ausonia chiamata in dialetto Fiaschetta, con la caratteristica di essere molto resistente alla siccità. Sono arrivato a “riesumare” il tipo autoctono del nostro Fiaschetto attraverso la ripetuta selezione durata circa vent’anni. Ora dispongo di un prodotto che è formato da un bulbo molto pronunciato e un collo sottile e lungo, per dare al frutto la vera forma di un fiaschetto lungo circa 10 cm e di circa 60 gr di peso. Ogni grappolo contiene mediamente sette-otto pomodori. È resistente per quanto basta alle comuni malattie: non abbisogna di trattamenti costosi e persistenti. Sono ottimi da mangiare freschi in insalata e per la conserva in virtù del sapore forte e gradevole, tipico di pomodori autoctoni di una volta”.

Come vorrebbe salvare queste specie in via d’estinzione?

“Cercando qualcuno che continui la conservazione di queste varietà autoctone e riesca anche a incrementarle”.

È riuscito a trovare qualcuno disposto a impegnarsi per la reintroduzione e valorizzazione delle piante da frutto ed erbacee in questione?

“Ancora no; due o tre mesi fa un conoscente mi ha chiesto delle marze di viti per fare degli innesti”.

Cosa vorrebbe dire alle nuove generazioni su queste specie vegetali che hanno sfamato i nostri antenati?

“Oggi c’è la tendenza con spirito iconoclastico a eliminare tutto ciò che è del passato, credendo che nella novità ci sia la promessa di ogni bene, invece è da tenere presente che il bene e il buono del futuro devono affondare le radici nel bene e nel buono del passato. Oggi non si può vivere con la testa nel passato, sarebbe un anacronismo letale, né si può ritenere che sia tutto buono ciò che è nel presente, ma bisogna saper utilizzare il bene e il buono del presente e il buono ed il bene del passato. Bisogna essere così intelligenti da cogliere il meglio di ogni tempo”.

Il prof. Antonio Di Sotto ci fa anche una gradita confidenza di ordine archeologico. Aveva avuto l’intuizione: le due porte dell’antica Aquinum (I sec. d. C.) quella orientale e quella occidentale rudere (che aprono e chiudono l’accesso al decumano della città) potevano essere allineate nell’equinozio. Delle altre due porte quella nord e sud a cavallo del cardo restano solo insignificanti tracce.

Un anno si è recato di proposito sul posto per verificare e ha appurato che la sua supposizione era vera: i giorni degli equinozi c’è allineamento tra il punto d’uscita del sole sull’orizzonte, con le due porte della città.

Era utilizzata la migliore esposizione ai raggi solari nell’arco dell’anno per avere il massimo del soleggiamento degli edifici: di ognuno restava rivolta a nord solo una minima parte.

Eno Santecchia

Maggio 2013

Pomodori fiaschetto

Pomodori fiaschetto

Gent. conc. Camillo Marino

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