Produci consuma crepa. Tolentino consumista

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Transitando in viale Giacomo Brodolini, provenendo da via Martin Luther King, a Tolentino, avevo notato nei pressi dell’ospedale San Salvatore una frase verniciata sul muro di una bassa costruzione.
Siccome amo fotografare le targhe, le epigrafi e non disdegno le interessanti diciture, un giorno di gennaio 2008, con luce appena sufficiente e prima che fosse cancellata, ho deciso di fotografarla. Avevo subito ritenuto il testo “Produci consuma crepa” particolarmente efficace per la nostra epoca post-moderna.
Scrivere sui muri delle città è un fenomeno a metà strada tra l’arte e il vandalismo. Eppure questa manifestazione sociale e artistica sono diffuse in tutto il mondo. Quando si sconfina a imbrattare i muri dei palazzi storici e artistici, i treni, le metropolitane e gli autobus diventa vero e proprio vandalismo urbano. In quel caso la creatività nel disegno e nello sbizzarrirsi a usare i caratteri più stilizzati con le bombolette vanno espresse in altre forme e soprattutto su altri supporti.
Qualche comune ha provato a mettere a disposizione degli appositi spazi agli amanti dei murales. Mi domando se quelle autorità municipali siano riuscite a istradare l’espressione artistica di quegli estroversi creativi.
Ritornando al significato della dicitura lì riportata, la ritengo una manifestazione di profondo disagio, in un’epoca esageratamente consumistica e con scarsi ideali. Ho inviato la foto ad alcuni miei amici, appassionati di questioni sociologiche, con i quali condivido impressioni e riflessioni di vario genere. Ero curioso di conoscere la loro opinione in merito, ma anche di mostrare con tre parole, fin troppo eloquenti, il disagio di certi strati sociali italiani che non sempre trapelano all’estero. Molto interessati alla questione e incuriositi dalla discussione avviata, mi hanno risposto con tante pagine di testo che non è possibile riportare né sintetizzare per motivi di spazio.
Una semplice spiegazione a questa frase “Produci consuma crepa”, che racchiude un ciclo vitale, potrebbe essere questa: finché puoi produrre e consumare sei utile, poi la tua missione è terminata e puoi sparire, nessuno se ne accorgerà né tantomeno ti verrà a cercare. Come se l’uomo fosse un robot, come un tornio obsoleto, tolto dalle officine e lasciato arrugginire in un angolo all’aperto.
La riflessione di quest’anonimo graffitaro è stata forse ripresa da qualche media o più probabilmente è scaturita spontaneamente dalla delusione di qualche precario che lotta per arrivare alla fine del mese. Essa manifesta anche l’incertezza e l’insicurezza del lavoro. Probabilmente, più che a carenze puramente materiali, l’anonimo voleva riferirsi all’assenza di solidarietà, alla difficoltà di essere ascoltati e a quant’altro non mancava quando l’individualismo e il materialismo erano meno esasperati.
Questa frase esprime l’amara constatazione e la delusione di come l’attuale società abbia, di fatto, abbandonato i valori tradizionali quali la solidarietà, il rispetto per i più deboli, che hanno permesso da sempre alle popolazioni umane di sopravvivere alle catastrofi. Questi ideali sono ora sacrificati come un innocente agnello sull’altare del presunto dio “consumismo”.
Ben venga chi vuole fornire qualche altra interpretazione del graffito, il dibattito è aperto.
Luglio 2008

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