Due interviste al maestro Mario Ciocchetti | « Indietro

Caro Mario ho saputo adesso che hai compiuto novanta anni, anch’io voglio esprimerti i miei rallegramenti e auguri per il raggiungimento di altri traguardi. Negli ultimi tre anni ti ho chiesto diverse volte di rilasciarmi un’intervista sulle tue esperienze, ma hai sempre rifiutato, ora ti ringrazio per aver cambiato idea.
A che età hai iniziato a insegnare e qual è stata la prima sede?
“Ho iniziato ad insegnare nel 1945 a 24 anni presso la Scuola di Avviamento Professionale a tipo Agrario di Caldarola, come insegnante provvisorio di Italiano, Storia e Educazione Fisica. I tempi erano difficili e, per la penuria dei mezzi di trasporto, vi andavo con la bicicletta, ma la contentezza di avere un lavoro era tale che non risentivo affatto del disagio. Nell’anno scolastico successivo ho avuto un incarico alla Scuola Elementare, dove sono restato per 40 anni, peregrinando, per i 5 anni iniziali, in vari paesi della provincia (Mogliano, Tolentino, Serrapetrona, Caldarola, Visso). Alla fine sono entrato in ruolo e ho insegnato, per i successivi 35 anni, nel mio paese natale”.
Cosa ricordi di quei primi anni?
“All’inizio tale situazione è stata molto scomoda, per la diversità di ambienti economicamente e culturalmente diversi, ma mi è servita ad arricchire le mie conoscenze culturali e umane, che ho trasmesso successivamente ai miei alunni. Un’esperienza forte, che mi ha formato come insegnante e persona, è stata quella fatta durante l’anno trascorso all’Istituto di Rieducazione Fiorelli di Visso, dove confluivano i ragazzi, fino ai 18 anni, inviati dal tribunale dei minorenni di Ancona. Erano alunni difficili, provenienti in maggioranza dall’Italia centro-meridionale, con esperienze negative alle spalle e spesso abbandonati dalla famiglia. La maggior parte erano ladruncoli, o appartenenti a bande organizzate a delinquere. Una volta, per mostrarmi la loro destrezza, mi alleggerirono del portafoglio senza che io me ne accorgessi. Alla fine della lezione, sorridendo me lo restituirono. Un’altra bravata fu quella di un ragazzo, ricoverato in ospedale per essere operato di appendicite, che riuscì, prima di essere addormentato, a sfilare l’orologio al chirurgo. Anche qui tutto finì in una risata”.
Furono molti i disagi cui andasti incontro in quel periodo?
“Sì parecchi, perché, non avendo sede fissa, costringevo ogni anno la mia famiglia a continui, faticosi traslochi in abitazioni non sempre idonee”.
Oltre alla scuola, quali altri interessi hai coltivato?
“A Belforte ho le mie radici, qui sono nati i miei genitori, la mia amatissima moglie e i miei 3 figli. Da questa terra ho tratto le forze per superare tutte le difficoltà della vita.
Mi è sempre piaciuto scrivere e così mi sono dedicato a redigere le monografie di molti personaggi illustri di Belforte, quali Teodoro Angelucci, professore del XVI sec.; l’onorevole Anselmo Ciappi, ingegnere di fama nazionale, il prof. giureconsulto Emilio Betti, fratello del poeta Ugo, ed altri. Attualmente sto completando la biografia del prof. Piero Corradini, recentemente scomparso, esperto di fama mondiale di storia cinese”.
Quali episodi della tua carriera ricordi volentieri?
“Sicuramente le gite, che entusiasmavano fortemente gli alunni, visto che all’epoca si viaggiava poco. In particolare ricordo quella dell’84, con una classe V, in Veneto. Fra le diverse tappe visitammo il Sacrario dei caduti a Redipuglia. Ai piedi della monumentale scalinata, vicino alla tomba del generale Diaz, facemmo una piccola cerimonia: deponemmo una corona d’alloro, suonammo, con semplici strumenti musicali, il “Silenzio” e cantammo la Canzone del Piave. In quel mentre fummo raggiunti da un Carabiniere, che pregò il responsabile del gruppo di presentarsi dal Colonnello in caserma. Io, accompagnato dal nostro autista, lo seguii preoccupato e grande fu lo stupore quando, entrato nell’ufficio, mi ritrovai di fronte a diversi ufficiali che mi salutarono militarmente. Il colonnello mi si avvicinò tendendomi la mano e volle sapere il paese di provenienza, il nome della scuola, il mio e quello del nostro Direttore, aggiungendo che, in tanti anni di servizio al Sacrario, mai aveva assistito ad una cerimonia così commovente e ben organizzata, neanche in occasioni di visite importanti. Disse anche che si sarebbe complimentato presso le nostre autorità scolastiche e cittadine. Sì, fu proprio una soddisfazione!”.

Il maestro Mario Ciocchetti di Belforte del Chienti, insegnante davvero benvoluto, lascia per un momento la sua modestia e umiltà per rilasciare una seconda intervista.
Raccontaci degli anni dedicati all’insegnamento.
“É stato il vero amore, tenevo per la scuola e amo stare in mezzo ai giovani. Ho iniziato a insegnare a 24 anni presso la scuola di avviamento professionale a tipo agrario di Caldarola, come insegnante provvisorio d’italiano, storia, e educazione fisica. L’anno successivo sono passato alla scuola elementare, dove sono rimasto per 41 anni, di cui sei come insegnante annuale fuori ruolo in diversi comuni della Provincia di Macerata e 35 anni a Belforte a Belforte del Chienti, mio paese natale. Gli anni fuori ruolo ho insegnato a Tolentino, Mogliano, Serrapetrona e Visso che hanno arricchito il mio bagaglio culturale, poiché mi hanno permesso di conoscere nuovi luoghi e nuovi alunni. Per 35 anni sono stato fiduciario incaricato dal direttore per la scuola di Belforte del Chienti. Ovunque mi sono trovato bene perché sono riuscito sempre a instaurare dentro e fuori la scuola un clima di collaborazione e di rispetto con tutti servendomi degli esempi e dei modelli da imitare. Certamente gli alunni e i genitori non sono più quelli di una volta. Oggi l’uomo ha altri modelli a cui riferirsi. La società moderna è bacata, ha perso i veri valori della vita e della convivenza. Mi definisco un vecchio giovane, la mia mente è rimasta giovane”.
Qual è il tuo rapporto con Belforte del Chienti?
“Vi sono le radici della mia famiglia. Il mio rapporto con le istituzioni è stato sempre basato sulla collaborazione per arricchirle e migliorarle, fondando anche dei circoli culturali intitolati a personaggi illustri di Belforte che hanno lasciato un segno del loro passaggio nella nostra comunità. “Anselmo Ciappi” e “Emilio Betti” il primo dedicato all’ingegnere e deputato, l’altro al giurista, purtroppo oggi sono chiusi per mancanza di volontari disposti a tenerli aperti. L’impegno politico è stato diretto solo per un paio d’anni nel dopoguerra. Ho messo a disposizione di varie amministrazioni comunali susseguitesi la mia persona e le mie conoscenze culturali”.
Come ti ricordano i belfortesi?
“Credo di essere stato utile perché non mi sono mai tirato indietro nell’assumermi le responsabilità di cittadino e insegnante. Anche quest’anno sono stato invitato da un gruppo di miei ex alunni, padri e madri di famiglia a una cena che viene ripetuta oramai da più di venti anni. Questo è l’atto che più mi commuove pensando che i miei allievi mi ricordano con tanto affetto”.
Avevi desiderio di scrivere?
“Mi è nata la voglia di scrivere dopo i quaranta anni perché Belforte del Chienti non aveva nessuna storia scritta. Per molti anni ho raccolto ampia documentazione nel disastrato archivio comunale di Belforte del Chienti, poi negli archivi dei comuni vicini: Caldarola, Tolentino, Camerino, San Ginesio e altri. Delle ricerche conservo copie per dimostrare con la documentazione la verità che andavo scrivendo. Ho impiegato alcuni anni per riordinare le notizie raccolte perché la scuola mi impegnava giornalmente molto, ho sempre avuto alunni interessati a conoscere. Nel 1982 è uscito il mio primo libro “Belforte del Chienti. Cenni storici” quasi in contemporanea con il volume “Belforte del Chienti” dei professori Rossano Cicconi ed Enzo Francesconi. Il mio volume fu molto apprezzato anche dall’Amministrazione Comunale e andò esaurito in breve tempo.
La storia locale cos’è per te?
“La storia mi piaceva, poi frequentando biblioteche e archivi di stato ho preso gusto nello scoprire cose nuove che utilizzavo anche nell’insegnamento”.
Parlaci dei tuoi libri.
“I miei libri sono come figli e non ho preferenze: tutti hanno da insegnare qualcosa di utile per la vita. A parte qualche piccolo finanziamento sono stati tutti pubblicati a mie spese, ma non me ne rammarico perché altrimenti tante notizie sarebbero rimaste sepolte negli scaffali delle biblioteche. Ho dato voce a chi non ne aveva”.
Oltre ai tuoi volumi cosa rimane?
“Una modesta biblioteca ben conservata e un piccolo archivio a documentazione delle mie ricerche e centinaia di foto del paese e degli alunni. Spero che gli eredi ne facciano buon uso”. 
Nella foto con la nipote Eva Bartolazzi.
Dicembre 2011

Due interviste al maestro Mario Ciocchetti